Thomas Sowell ha definito il flusso dei nostri emigranti “the largest exodus of people ever recorded from a single nation”. I dati statistici disponibili confermano la validità di tale giudizio: tra il 1876, anno a partire dal quale inizia la rilevazione del movimento migratorio con l’estero a cura della Direzione generale della statistica – e il 1976 sono partiti dall’Italia circa 26 milioni di nostri connazionali.
Si è soliti individuare tre fasi. La prima giunge sino alla Prima guerra mondiale e talvolta la si suddivide in due periodi: uno iniziale che arriva sino alla fine dell’Ottocento ed è caratterizzato da una discreta consistenza dei flussi ma soprattutto da una loro tendenza decisamente crescente (5,3 milioni di espatri); il secondo è quello della cosiddetta “grande emigrazione” (quasi 10 milioni di espatri) favorita dalle politiche liberali adottate dai governi dell’epoca che hanno perseguito il solo obiettivo di garantire una qualche tutela agli emigranti.
Nell’intervallo tra le due guerre si registra un contenimento delle migrazioni verso l’estero. C’è la “chiusura” decisa da alcuni dei tradizionali Paesi “ospitanti” e c’è l’avversione manifestata nei confronti dell’emigrazione dal regime fascista che promuove pure una lotta contro l’inurbamento. Il movimento migratorio interno assume caratteristiche nuove: ci si adopera per favorire il trasferimento di coloni nelle aree coinvolte in progetti di bonifica o verso territori ufficialmente italiani (in primis Libia e Corno d’Africa).
Dal 1945 sino all’inizio degli anni Settanta – siamo nella terza fase – il flusso in uscita torna a rafforzarsi (7,5 milioni di espatri). Nei primi anni del secondo dopoguerra, in un Paese logorato dalle vicende belliche, si deve affrontare una situazione di “disoccupazione di massa” aggravata dal graduale ritorno di più di un milione di prigionieri di guerra. I governi repubblicani si impegnano, per il tramite di numerosi accordi con altri Stati (ne vennero stipulati, per citarne alcuni, con Svizzera, Belgio, Inghilterra, Francia, Olanda e Germania) per il rilancio dei flussi in uscita. È lo stesso De Gasperi che nel 1949 ripropone il problema: “Bisogna dire agli Italiani che conviene prepararsi per questa penetrazione pacifica del lavoro, della tecnica e della cultura. Noi abbiamo esuberanza non solo di forze manovali, ma anche tecniche e professionali. Noi abbiamo bisogno di questa espansione; e questa espansione sarà ben accetta se sarà preparata… bisogna fare uno sforzo per fare studiare le lingue, studiare il mondo, studiare la storia, adattare a questa emigrazione le nostre scuole, i nostri corsi di perfezionamento. Bisogna che gli italiani non facciano il cammino doloroso di quando partivano come straccioni, per poi dovere alla loro straordinaria attività, allo spirito di sacrificio e organizzativo, le posizioni che hanno raggiunto, per esempio, nelle comunità americane. Bisogna che partano armati di preparazione tecnica, ma bisogna tentare, in uno sforzo che il governo dovrà favorire, di riprendere le strade del mondo…”.
A partire dagli anni del cosiddetto miracolo economico (dal 1958 al 1963) si registra un deciso calo del movimento migratorio verso l’estero. È il flusso migratorio interno a prevalere con un robusto esodo di popolazione che dal Sud si riversa verso le regioni del Centro-Nord, in primo luogo verso quelle del triangolo industriale.
Nel corso degli anni Settanta l’Italia conosce un’inversione di tendenza nei movimenti migratori: da Paese di emigranti diventa gradatamente area di immigrazioni (sono oggi circa 5 milioni gli stranieri residenti in Italia), adeguando la propria situazione a quella delle nazioni maggiormente sviluppate.
Se si vogliono approfondire le cause che concorrono a determinare gli spostamenti di popolazione e che sono varie e molteplici, si può individuare una motivazione di fondo: l’esistenza di uno squilibrio demografico-economico fra il Paese di origine e quello di destinazione. Per dirla con Pierre George, “l’emigrazione ha svolto e svolge la funzione di valvola di sicurezza su un mercato del lavoro saturato dalla pressione demografica e dall’insufficienza di impiego”.
Più in dettaglio, nel caso italiano, va ricordato che per molti decenni vi è stata una forte abbondanza dell’offerta di lavoro che ha riguardato in particolare l’agricoltura. La circostanza non sorprende dal momento che sino al 1951 i tassi di attività più elevati si registrano proprio nel settore primario che solo nel 1961 viene superato dall’industria. Merita di essere segnalato in proposito che nella componente professionale della nostra emigrazione tra il 1878 e il 1911, la categoria degli “agricoltori” è quella che prevale. In larga parte delle nostre campagne si è partiti da condizioni di arretratezza dovute alla presenza del latifondo e di contratti arcaici, alla carenza di investimenti, nonché all’abbondanza di forza lavoro sottoutilizzata. È solo nel periodo repubblicano che si realizzano fortissimi incrementi di produttività, frutto di una politica i cui pilastri sono stati la riforma agraria con la suddivisione delle grandi proprietà terriere, la Cassa per il Mezzogiorno, l’estensione dell’irrigazione, la meccanizzazione e il crescente uso di prodotti chimici.
Sull’alto livello della natalità, specialmente negli anni dal 1881 al 1885, non è lecito avere dubbi: sino al 1923, con la sola eccezione degli anni del primo conflitto mondiale, il tasso di natalità, pur se in lieve diminuzione, è stato sempre al di sopra del 30 per mille arrivando persino, talvolta, a sfiorare quota 40.
Altre due cause della nostra emigrazione vanno individuate nella piaga della malaria presente in molte aree e nell’elevato tasso di analfabetismo riscontrabile nella massa di contadini che si recavano in altri Paesi alla ricerca di un futuro migliore (“I due fatti – l’emigrazione e l’analfabetismo – si ricollegano fra loro perché sono ambedue prodotti dalle stesse ragioni, segno delle stesse deficienze”).
A questo punto è opportuno riservare ulteriori considerazioni al rapporto tra aree di provenienza e aree di approdo della nostra emigrazione.
Nel primo periodo della prima fase, gli emigranti si ripartiscono in maniera pressoché uguale fra le correnti dirette verso i Paesi europei (soprattutto Francia e Germania) e quelle verso i Paesi extraeuropei (principalmente Argentina, Brasile e poi Stati Uniti). In particolare, le mete continentali, prevalenti nei primi dieci anni del periodo, cedono poi il passo a quelle extraeuropee. Dalle regioni centro-settentrionali provengono due emigranti su tre. Risultano opposte le direttrici che caratterizzano il Meridione e il Settentrione d’Italia: se, infatti, nel primo caso prevale nettamente la scelta di mete extraeuropee, nel secondo, al contrario, predomina la preferenza per il continente (in particolare la Francia), destinazione resa attrattiva dalle prospettive lavorative esistenti in nazioni dove era in pieno svolgimento una grande campagna di opere pubbliche.
Quanto al secondo periodo, quello della “grande emigrazione”, va ricordato che il decollo industriale dell’epoca giolittiana, non sufficientemente intenso e non sufficientemente diffuso sull’intero territorio nazionale, si è dimostrato incapace di assorbire la larga eccedenza di manodopera. L’emigrazione di questo periodo è prevalentemente extraeuropea e in particolare il 45 per cento circa di tutta l’emigrazione è assorbito dagli Stati Uniti: sono le genti meridionali ad alimentare (largamente, per oltre il 70 per cento) la corrente transoceanica.
Comunità di una qualche consistenza di nostri connazionali si formarono nelle terre della sponda Sud del Mediterraneo, in particolare in Tunisia ed Egitto: nel primo ai pescatori e agli agricoltori si aggiunsero gli operai impegnati nei lavori pubblici promossi dall’amministrazione francese, nel secondo ai lavoratori che avevano partecipato all’escavazione del canale di Suez si aggiunsero in seguito le donne provenienti per lo più dal Friuli e dalla Campania, che trovarono opportunità di lavoro in ambito domestico al servizio di famiglie, in gran parte di nazionalità inglese (è proprio per la presenza di queste élites economiche che Alessandria venne allora definita la New York del Mediterraneo).
Gli anni dal 1876 al 1915 ricadono nell’”età delle infrastrutture” che Sori ha definito come “quella fase dello sviluppo economico e quello spazio temporale abbastanza concentrati durante i quali Paesi sviluppati e già ampiamente industrializzati, Paesi in via di industrializzazione e persino Paesi arretrati, decidono di porre mano a un’ondata di innovazioni e investimenti derivati più o meno recentemente dalle novità tecniche e organizzative della rivoluzione industriale inglese. Si tratta, sostanzialmente, di un flusso accelerato di investimenti in attrezzature territoriali (ferrovie, innanzitutto, sistemazioni fluviali, canali navigabili e porti, in una prima fase; successivamente strade, dighe, elettrodotti) e urbane (acquedotti, sistemi fognari, tramvie metropolitane, telefoni, gas, macelli, mercati generali e altri edifici di pubblica utilità)”.
Nei movimenti migratori che ne conseguono si colgono i segni della condizione di nomadismo lavorativo di alcune componenti dell’emigrazione italiana. Si tratta in altri termini di emigrazioni temporanee che talvolta si risolvono nel radicamento di alcuni dei nostri connazionali nelle aree nelle quali avevano operato. Per restare al solo contributo che l’emigrazione italiana ha dato alla costruzione di strade ferrate nel mondo (nel 1880 c’erano 480 mila chilometri di ferrovie che alla fine del secolo sarebbero arrivati a 804 mila), va segnalato l’impegno di nostri operai per la realizzazione di ferrovie minori in molte aree degli Stati Uniti, per la costruzione di tronchi ferroviari in Canada, in Argentina, in Brasile, in diversi Paesi europei, dopo l’impegno profuso per il completamento dei valichi ferroviari attraverso le Alpi. Sterratori e terrazzieri hanno lavorato nei Paesi dell’ex Jugoslavia, in Bulgaria, in Romania e in Grecia.
Un cenno speciale meritano il caso dei molti friulani impegnati nella costruzione di un tratto della Transiberiana e quello dei circa duemila emigranti, per lo più piemontesi, che lavorarono per realizzare la famosa linea del Tonchino (da Yunnanfou in Cina al porto di Haiphong nell’allora Indocina francese) lunga 855 chilometri, che nel 2013 è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio mondiale.
Nel chiudere la riflessione sulla prima fase dell’emigrazione italiana, riservo pochi cenni sui flussi in uscita che hanno riguardato Stati Uniti, Argentina e Brasile, Paesi che tra il 1876 e il 1915 hanno assorbito il 51,2 per cento dei nostri emigranti.
Sulle scelte di queste destinazioni hanno naturalmente influito le notizie pervenute dai primi emigranti che avevano sperimentato buone prospettive di inserimento in una qualche attività lavorativa dando inizio a specifiche catene migratorie. Nel caso dei due Paesi sudamericani, iniziali soggiorni gratuiti, occupazione garantita, terre a condizioni agevolate, lunghi periodi di esenzioni fiscali, erano le lusinghe rivolte ai nostri lavoratori. Un certo peso lo hanno avuto pure le “agenzie di emigrazione”, soppresse nel 1901 dalla prima legge organica sull’emigrazione, che furono spesso accusate di attrarre con “operosità morbosa” gli emigranti sul piroscafo che pagava loro una più alta provvigione.
Negli Stati Uniti furono gli Stati di New York e della Pennsylvania ad attrarre il maggior numero di immigrati italiani. Tra il 1901 e il 1910 circa l’80 per cento degli italiani ha scelto per l’appunto la divisione geografica Nord-Atlantica. In Argentina i primi emigranti (per lo più piemontesi, liguri e toscani) si insediarono nella Pampa e in altre regioni dove l’agricoltura andava sviluppandosi; i flussi successivi, ben più cospicui e formati in gran parte da genti provenienti dal Meridione, preferirono l’inserimento in aree urbane. In Brasile agli emigranti italiani, provenienti dalle regioni del Nord Italia, toccò inizialmente di sostituire gli schiavi nelle fazendas del caffè con esiti non molto positivi. Gli emigranti del Meridione giunti in seguito si sistemarono principalmente a São Paulo, Rio de Janeiro e Porto Alegre.
Nel periodo fra le due guerre mondiali – siamo nella seconda fase – le emigrazioni europee (soprattutto verso la Francia) tendono a prevalere su quelle transoceaniche (dirette principalmente verso l’Argentina). Accanto alla Francia, la Germania funge da catalizzatore per l’emigrazione italiana in sintonia con l’alleanza italo-tedesca.
Si giunge così alla terza fase. C’è un crollo delle mete transoceaniche che nelle fasi precedenti avevano avuto un peso assai rilevante. Per Argentina e Brasile si può parlare ormai di assoluta irrilevanza. Nel secondo dopoguerra gli Stati Uniti mantengono la legislazione restrittiva inaugurata negli anni Venti. Si è già accennato al ruolo degli Stati europei verso i quali si dirigono soprattutto emigranti provenienti dalle regioni meridionali a seguito degli accordi sottoscritti dal nostro governo. Il protocollo di intesa italo-belga del 1946 prevedeva, ad esempio, l’invio di 50 mila lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone.
Sul versante delle mete transoceaniche, si rafforza il peso dell’Australia: se fra il 1876 e il 1945 aveva accolto “solo” 200 mila nostri connazionali, nel secondo dopoguerra ne ospita 440 mila (è la provincia di Reggio Calabria a guidare la graduatoria delle province italiane). Piuttosto importante risulta pure il contributo degli esuli giuliano-dalmati e da questo punto di vista va ricordato che nel 1951 il Lloyd Triestino aveva inaugurato una linea diretta che collegava i nostri porti a Melbourne. Cresce pure la presenza italiana in Canada e in Venezuela.