Quadrimestrale di cultura civile

I migranti nel cuore di Papa Francesco

di Andrea Tornielli / Scrittore e giornalista

Prima ancora e più ancora della parola, è il gesto, l’esempio, la vicinanza concreta a essere privilegiata nella testimonianza di Papa Francesco verso migranti e rifugiati. Lo dimostra l’impatto che hanno avuto le due trasferte lampo di poche ore, a Lampedusa e nell’isola greca di Lesbo. Ed è significativo che il primo viaggio fuori Roma del nuovo Pontefice, avvenuto l’8 luglio 2013, sia stato in un’isola diventata terra d’approdo delle carrette del mare che riescono ad attraversare il Mediterraneo.

La globalizzazione dell’indifferenza
La visita è breve, dura appena quattro ore. Il Papa getta in mare una corona di fiori per ricordare i tanti morti, e incontra gli immigrati presenti sull’isola, incoraggiando anche i generosi abitanti. La messa, con i paramenti viola della penitenza, è celebrata con una barca come altare. “Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato gli immigrati”, dice Francesco, che nell’omelia confida come abbia avuto l’ispirazione per questo suo primo pellegrinaggio papale: “Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore”.

Quella domanda di Dio a Caino
“Dov’è il tuo fratello?” è la domanda di Dio a Caino che ha ucciso il fratello Abele. Francesco la fa riecheggiare a Lampedusa. “Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle fuggivano da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio!”. “Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? – dice ancora il Papa – Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io... Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna... La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro: non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”. Il Papa invita infine a piangere per questi fratelli morti. “Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del ‘patire con’: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!”. Pochi mesi dopo questo primo viaggio, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, vera road map del pontificato, Francesco scrive: “I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi a una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali”.

“Molti di noi una volta erano stranieri”
Se a Lampedusa era andato, da vescovo di Roma, per abbracciare i profughi dell’Africa e a pregare per i morti in mare, al Congresso degli Stati Uniti d’America Francesco si presenta innanzitutto come un figlio di migranti. Il primo Pontefice a prendere la parola nel luogo più sacro della democrazia a stelle e strisce nel settembre 2015 parla agli americani “dal di dentro”. Cita Martin Luther King e il suo “sogno” di pieni diritti civili e politici per gli afro-americani: “Negli ultimi secoli, milioni di persone sono giunte in questa terra per rincorrere il proprio sogno di costruire un futuro in libertà. Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta erano stranieri”. Un’osservazione salutata da una standing ovation. “Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati”. Forte è l’accenno a quanti premono sulla grande frontiera con il Messico. “Anche in questo continente, migliaia di persone sono spinte a viaggiare verso il Nord in cerca di migliori opportunità. Non è ciò che volevamo per i nostri figli? Non dobbiamo lasciarci spaventare dal loro numero, ma piuttosto vederli come persone, guardando i loro volti e ascoltando le loro storie, tentando di rispondere meglio che possiamo alle loro situazioni. Rispondere in un modo che sia sempre umano, giusto e fraterno. Dobbiamo evitare una tentazione oggi comune: scartare chiunque si dimostri problematico”. Sul volo di ritorno dagli Usa, rispondendo a una domanda dei giornalisti, Francesco dice: “Tutti i muri crollano, oggi, domani o dopo cento anni. Il muro non è una soluzione”.

“Grave assuefarci ai drammi di tante persone”
C’era chi si aspettava che nei primi giorni di gennaio 2016, nel tradizionale incontro con il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Papa focalizzasse la sua attenzione sul terrorismo dopo gli attentati di Parigi, sull’Isis e più in generale sulla guerra in Medio Oriente. Invece, Francesco indica come, in cima alle priorità della Santa Sede, vi sia una risposta al fenomeno delle migrazioni. Bergoglio chiede in particolare all’Europa, nonostante le paure generate dal terrorismo, di non perdere i suoi valori e i suoi “principi di umanità”. Chiede di ascoltare “la voce delle migliaia di persone che piangono, in fuga da guerre orribili, da persecuzioni e violazioni dei diritti umani, o da instabilità politica e sociale”. Il grido di quanti “sono costretti a fuggire per evitare le barbarie indicibili” o “il martirio per la sola appartenenza religiosa”. La voce di coloro che “fuggono dalla miseria estrema”. “Addolora constatare”, aggiunge, “che spesso questi migranti non rientrano nei sistemi di protezione in base agli accordi internazionali”.

Le cause che facciamo finta di non vedere
Con realismo il Papa afferma che “gran parte delle cause delle migrazioni si potevano affrontare già da tempo”, prevenendo “tante sciagure”. Molto “si potrebbe fare per fermare le tragedie e costruire la pace”. Bisogna però “rimettere in discussione abitudini e prassi consolidate, a partire dalle problematiche connesse al commercio degli armamenti, al problema dell’approvvigionamento di materie prime e di energia, agli investimenti, alle politiche finanziarie e di sostegno allo sviluppo, fino alla grave piaga della corruzione”. Francesco invoca “progetti a medio e lungo termine” che vadano oltre l’emergenza, per “aiutare l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza” e “favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, che però non sottomettano gli aiuti a strategie ideologicamente estranee o contrarie alle culture dei popoli cui sono indirizzate”.
 
Europa, non dimenticarti chi sei
Un “pensiero speciale” è dedicato da Francesco al Vecchio Continente, che ha visto arrivare “un imponente flusso di profughi”, senza precedenti “nella sua storia recente”. Molti migranti, spiega in questo importante discorso al Corpo Diplomatico, vedono nell’Europa un punto di riferimento per i suoi principi come “l’uguaglianza di fronte al diritto e ai valori inscritti nella natura stessa di ogni uomo”. Gli sbarchi massicci però “sembrano far vacillare il sistema di accoglienza”, che “costituisce ancora un faro di umanità cui riferirsi”. Ci si interroga “sulle reali possibilità di ricezione e di adattamento delle persone”. Ma anche sulla sicurezza, con timori “esasperati oltremodo della dilagante minaccia del terrorismo internazionale”. L’ondata migratoria sembra dunque “minare le basi di quello ‘spirito umanistico’ che l’Europa da sempre ama e difende”. Ma “non ci si può permettere di perdere i valori e i principi di umanità, di rispetto per la dignità di ogni persona, di sussidiarietà e di solidarietà reciproca”, anche se “essi possono costituire, in alcuni momenti della storia, un fardello difficile da portare”.

“Fratelli e sorelle che partono spinti dalla povertà e dalla violenza”
Poco più di un mese dopo quel richiamo epocale all’Europa, il 18 febbraio 2016, ecco di nuovo un gesto e la forza dirompente di un’immagine. Papa Francesco è di nuovo dall’altra parte del mondo, in America Latina. Visita il Messico e conclude il viaggio a Ciudad Juarez, alla frontiera con gli Stati Uniti, fermandosi a pregare davanti alla grande croce bianca che ricorda il sacrificio di quanti hanno tentato di passare dall’altra parte e sono rimasti uccisi. Ancora una volta invoca “il dono delle lacrime”, per piangere con chi ha perso i propri familiari. “Qui a Ciudad Juárez come in altre zone di frontiera – ricorda Francesco – si concentrano migliaia di migranti dell’America Centrale e di altri Paesi, senza dimenticare tanti messicani che pure cercano di passare ‘dall’altra parte’. Un passaggio, un cammino carico di terribili ingiustizie: schiavizzati, sequestrati, soggetti a estorsione, molti nostri fratelli sono oggetto di commercio del transito umano”. Una situazione che non si può far finta di non vedere. “Non possiamo negare – ha detto il Papa – la crisi umanitaria che negli ultimi anni ha significato la migrazione di migliaia di persone, sia in treno, sia in autostrada, sia anche a piedi per montagne, deserti, strade inospitali. Questa tragedia umana che la migrazione forzata rappresenta, al giorno d’oggi è un fenomeno globale”. Una crisi che siamo soliti misurare in cifre, ma che “noi vogliamo misurare – ha proseguito Francesco – con nomi, storie, famiglie. Sono fratelli e sorelle che partono spinti dalla povertà e dalla violenza, dal narcotraffico e dal crimine organizzato. A fronte di tanti vuoti legali, si tende una rete che cattura e distrugge sempre i più poveri. Non solo soffrono la povertà, bensì soprattutto queste forme di violenza”.

“Siamo tutti stranieri”
Il 19 aprile 2016 Papa Francesco invia un videomessaggio per l’anniversario del Centro Astalli dei gesuiti, a Roma. È un discorso breve e forte. Che riecheggia quanto più volte affermato dal Pontefice. “Toccare i poveri, andare verso i poveri, significa toccare la carne di Cristo” aveva detto durante la veglia di Pentecoste nel 2013. Pochi mesi dopo, ad Assisi, aveva ripetuto le stesse parole applicandole ai ragazzi con gravissime disabilità, che aveva abbracciato uno a uno all’inizio della sua visita. Ora le fa risuonare di nuovo per i rifugiati e per i migranti. “Ero forestiero... Ognuno di voi, rifugiati che bussate alle nostre porte, ha il volto di Dio, è carne di Cristo. La vostra esperienza di dolore e di speranza ci ricorda che siamo tutti stranieri e pellegrini su questa Terra, accolti da qualcuno con generosità e senza alcun merito. Chi come voi è fuggito dalla propria terra a causa dell’oppressione, della guerra, di una natura sfigurata dall’inquinamento e dalla desertificazione, o dell’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, è un fratello con cui dividere il pane, la casa, la vita”. “Troppe volte non vi abbiamo accolto! Perdonate la chiusura e l’indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede. Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono. Siete la testimonianza di come il nostro Dio misericordioso sa trasformare il male e l’ingiustizia di cui soffrite in un bene per tutti. Perché ognuno di voi può essere un ponte che unisce popoli lontani, che rende possibile l’incontro tra culture e religioni diverse, una via per riscoprire la nostra comune umanità”.

Lesbo e le tre corone
Tre corone di alloro e fiori bianchi lanciate nel mare azzurro che lambisce Mitylene. Tre fratelli in Cristo uniti nel servizio agli ultimi. I successori degli apostoli Pietro e Andrea, insieme all’arcivescovo ortodosso di Atene Heronymos. A Lesbo, l’isola greca divenuta luogo simbolo degli sbarchi di profughi provenienti dalla Siria e da tutto il Medio Oriente, il 16 aprile, si realizza in appena cinque ore il primo viaggio interamente ecumenico di un Papa. Un gesto, quello compiuto da Francesco e dal Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, che rappresenta un pugno nello stomaco alla coscienza dell’Europa. Con la sorpresa finale di un Pontefice che riparte portando con sé sull’aereo tre famiglie di religione musulmana che vengono accolte a Roma, a spese del Vaticano. A bordo di un pulmino bianco, insieme a Bartolomeo e all’arcivescovo di Atene, il Papa raggiunge il campo profughi di Mòria dove sono ammassate 2500 persone. Qui stringe la mano a centinaia di ragazzi. Molti di loro hanno perso i genitori e sono soli al mondo. Nei loro volti arsi dal sole si legge un profondo dolore. “Oggi ho voluto stare con voi. Voglio dirvi che non siete soli” afferma Francesco. I tre leader cristiani firmano una dichiarazione congiunta. “L’opinione mondiale non può ignorare la colossale crisi umanitaria che ha avuto origine a causa della diffusione della violenza e del conflitto armato, della persecuzione e del dislocamento di minoranze religiose ed etniche, e dello sradicamento di famiglie”. Invitano tutti i Paesi “a estendere l’asilo temporaneo, a concedere lo status di rifugiato a quanti ne sono idonei” ampliando “gli sforzi”. Il Papa ringrazia la popolazione greca che ha saputo “tenere aperti i cuori e le porte”. Non bisogna “mai dimenticare che i migranti, prima di essere numeri, sono persone, sono volti, nomi, storie”. Commovente la preghiera finale pronunciata da Bergoglio al porto di Mitylene: “Dio di misericordia e Padre di tutti, destaci dal sonno dell’indifferenza” poi l’invito a “riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana, siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te”. Una preghiera contenente anche il ricordo di un fatto storico spesso dimenticato: Gesù di Nazaret, sua madre Maria e Giuseppe sono una famiglia di migranti rifugiati. Il Figlio di Dio è nato in condizioni precarie lontano da casa. E ha avuto salva la vita sfuggendo dalle spade dei soldati di Erode soltanto perché un Paese ospitale come l’Egitto non aveva barriere ai suoi confini. “Questa giornata per me è stata troppo forte, troppo forte...”, dice commuovendosi Francesco ai giornalisti sul volo di ritorno verso Roma. Si presenta con un fascio di disegni che gli sono stati regalati dai piccoli rifugiati del campo profughi. “Dopo quello che ho visto in quel campo rifugiati, c’era da piangere”. Un giornalista gli domanda delle nuove barriere che sorgono in Europa. Papa Bergoglio è realista: “Capisco i popoli che hanno una certa paura. Dobbiamo avere una grande responsabilità nell›accoglienza e uno degli aspetti è proprio come si integra questa gente. Dobbiamo fare ponti, ma i ponti si fanno intelligentemente, col dialogo, l’integrazione. Capisco un certo timore, ma chiudere le frontiere non risolve niente, perché quella chiusura alla lunga fa male al proprio popolo. L’Europa deve urgentemente fare politiche di accoglienza, integrazione, crescita, lavoro e riforma dell›economia”.

Cultura del dialogo e dell’accoglienza
Il 6 maggio 2016 Francesco riceve in Vaticano il premio Carlo Magno. Un’eccezione per Bergoglio, che in vita sua ha sempre rifiutato questo tipo di riconoscimenti. Alla presenza del gotha delle istituzioni europee viene consegnato al Pontefice il riconoscimento attribuito ogni anno dalla città di Aquisgrana a personalità che si siano contraddistinte per il loro ruolo in favore dei valori europei. Nel suo discorso, Francesco parla dell’Europa come una “famiglia di popoli” diventata “più ampia”, la quale però “in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai padri”. “Siamo tentati – osserva il Pontefice – di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari”. È un’Europa “che si va ‘trincerando’”. Francesco ricorda che i progetti dei padri fondatori “ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri” e invitano “a non accontentarsi di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate”. Le radici dei popoli europei, spiega, “si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale”. Il Papa invita dunque “a promuovere una cultura del dialogo” che “implica un autentico apprendistato” per riconoscere l’altro come “un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato”. La pace “sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione”. La cultura del dialogo “dovrebbe essere inserita in tutti i curricula scolastici”.

Il sogno di Francesco
“Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede – conclude Bergoglio – sogno un nuovo umanesimo europeo”. Il Papa sogna “un’Europa che si prenda cura del bambino, che soccorra come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo”. Un’Europa “in cui essere migrante non sia un delitto bensì un invito a un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano”.

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