Quadrimestrale di cultura civile

Il cinico impero dei boss della tratta

di Vincenzo R. Spagnolo / Giornalista

Difficili da catturare, avidi e spietati, sono gli organizzatori dei barconi diretti verso l’Europa. Lucrano miliardi di euro sulle speranze dei migranti. E spostano covi e patrimoni da Libia ed Eritrea fino a Dubai.
“Noi facciamo un lavoro sporco. Non siamo come il governo, non possiamo aiutare e ascoltare tutti. Vogliono partire e noi li facciamo partire...”. È l’illuminante stralcio di un dialogo fra trafficanti di esseri umani, cinici e consapevoli del proprio “business” criminale, registrato durante l’inchiesta “Glauco II”, un’indagine transnazionale coordinata dalla Procura di Palermo e condotta dagli investigatori del Servizio centrale operativo della Polizia e dalle squadre mobili di diverse questure italiane. Un’indagine emblematica, chiusa nel 2015, che ha mostrato nel dettaglio come funzionano le grandi organizzazioni criminali che trasportano migranti nel Mediterraneo, smantellando un gruppo accusato di aver organizzato, in meno di un anno, decine di “viaggi della speranza” nel Mediterraneo per almeno 7-8mila migranti provenienti in gran parte dal Corno d’Africa. Le indagini erano partite dopo la tragedia del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa, in cui annegarono 366 migranti.
La banda di “nuovi schiavisti” era accusata di aver tessuto una ragnatela di contatti che collegava il Nord Africa e le coste italiane, con basi nei centri accoglienza di Mineo e Siculiana, ma anche a Catania, Bari, Roma e Milano. Gli atti investigativi di quel filone d’inchiesta siciliano sono emblematici, perché ricostruiscono nel dettaglio l’attività di una banda che operava come un’agenzia di viaggi criminale: alcuni componenti si vantavano di poter guadagnare pure “80 mila euro a testa” dal profitto complessivo ottenuto stipando almeno duecento migranti su un barcone o gommone fatiscente, spesso coi motori malandati, senza preoccuparsi del rischio di eventuali naufragi. Secondo quanto accertato dalla procura di Palermo, ogni migrante-passeggero poteva pagare fino a duemila dollari per la traversata dalla Libia alla Sicilia, poi fino a 400 euro per una permanenza di un paio di giorni in Sicilia e per il biglietto di un bus o del treno fino a Milano o a Roma e infine altri mille-duemila dollari per raggiungere una città del Nord Europa, dove ritrovarsi coi propri parenti e dunque meta finale del viaggio. I magistrati hanno ricostruito meticolosamente i flussi di migliaia di euro spediti attraverso agenzie di money transfer.

Una spectre da 6 miliardi di dollari l’anno
Quanto frutta, complessivamente, il traffico di migranti verso l’Unione Europea? Gli analisti dell’agenzia continentale Europol e dell’Interpol hanno provato a stimare, in un recente rapporto, il giro d’affari criminale relativo al solo 2015, ipotizzando proventi per almeno “5 o 6 miliardi di dollari”. Secondo il dossier, il 90% del flusso di migranti che cerca di entrare viene “facilitato, organizzato e gestito” dai componenti di qualche rete criminale. Le stime sui profitti muovono da accertamenti investigativi secondo i quali, in media, ciascun migrante avrebbe corrisposto ai trafficanti tra i 3.200 e i 6.500 dollari per il viaggio. Le persone trasportate sono inoltre a rischio “di sfruttamento sessuale o lavorativo”, quando non dispongono di mezzi per pagare il “debito” contratto coi trafficanti. Dietro il traffico, scrivono gli analisti nel rapporto Europol-Interpol, c’è una multinazionale del crimine, che coinvolge sospettati originari di oltre 100 Paesi, con una struttura formata da capi che coordinano le attività, organizzatori che le gestiscono a livello locale attraverso contatti personali e, infine, facilitatori di basso livello. Quali sono i gruppi criminali più attivi? Nel Nord Africa operano bande multietniche composte da libici, somali, eritrei, sudanesi, egiziani, nigeriani e maliani. Nel Mediterraneo orientale, invece, sono attivi gruppi turco-iracheni, in combutta con passeurs e scafisti greci e ucraini, ma anche afghani, iraniani o pakistani. Le reti di trafficanti operano come moderne imprese: struttura “leggera”, non troppo verticale (pochi capi, molti collaboratori e basisti, rimpiazzabili in caso di arresti) e flessibilità per “approfittare delle favorevoli opportunità contingenti nello scenario mediterraneo, nonché delle disomogeneità tra le legislazioni dei Paesi interessati per rimodulare prontamente direttrici e forme di trasferimento”. Non solo: i boss usano Facebook e altre bacheche virtuali di Internet come vetrine per le proprie “agenzie di viaggio criminali” e per promuovere una “politica dei prezzi”, calibrata su esigenze e capacità economiche dei migranti (un viaggio in coperta o in cabina, su un’imbarcazione vecchia ma robusta, costa migliaia di dollari; nella stiva di una carretta, alcune centinaia).

I flussi da Libia, Grecia, Turchia
Secondo l’intelligence italiana, la Libia del tormentato dopo-Gheddafi si è consolidata come “snodo prioritario e privilegiato della deriva migratoria africana in direzione dell’Europa”. Poi c’è il territorio turco, punto di transito per vari Stati balcanici: parte dei flussi segue la direttrice terrestre che accede ai confini della Grecia e della Bulgaria, per raggiungere poi l’Ungheria e l’Austria e proseguire verso i Paesi del Nord Europa. Al contempo, una forte pressione migratoria investe la fascia costiera egea della Turchia per raggiungere via mare le isole elleniche, in attesa di proseguire, per via terrestre, attraverso i Balcani occidentali, o per via marittima verso l’Italia. Nel nostro Paese operano network composti soprattutto da egiziani, trafficanti del Corno d’Africa e romeni, specializzati nel fornire assistenza nelle tappe di trasferimento dai centri d’accoglienza alle località del Nord Europa, compresa la falsificazione dei documenti e, se serve, l’assunzione fittizia come lavoratori stagionali. In qualche caso collaborano anche gruppi italiani, come in Puglia dove scafisti brindisini, già contrabbandieri di sigarette, fanno la spola nell’Adriatico con veloci gommoni. Riguardo agli attuali arrivi, due dati inquietano gli investigatori italiani: la quasi assenza di siriani negli sbarchi rispetto a un anno fa (“forse i trafficanti stanno cercando altre rotte”) e l’aumento di partenze dall’Egitto, con 5.205 migranti giunti nei primi 5 mesi del 2016 (a fronte di 2.291 nello stesso periodo del 2015).

Dal contrabbando di persone al traffico d’organi?
A livello internazionale, una piattaforma normativa risiede nella Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale, siglata nell’anno 2000 a Palermo, e nei suoi due protocolli addizionali, uno dedicato al contrasto del traffico di migranti per vie di terra, di mare e d’aria, l’altro alla prevenzione, repressione e punizione della tratta di persone (in particolare di donne e bambini). La Convenzione dell’Onu-Nazioni Unite distingue dunque il migrant smuggling dallo human trafficking.
Alcune conferme del cinismo e della spietatezza dei trafficanti arrivano dall’indagine “Glauco III”, chiusa nell’estate del 2016, ennesima puntata del lungo filone della procura di Palermo e del Servizio centrale operativo della Polizia sulla tratta. Agli inquirenti un “pentito”, Nuredin Wehabrebi Atta, trafficante eritreo trentaduenne arrestato nel 2015, ha raccontato che chi non aveva i soldi per affrontare il viaggio in barca per l’Italia “veniva ucciso, gli venivano prelevati gli organi che poi venivano venduti ad alcuni mercanti d’organi egiziani”. Dopo l’arresto, Atta ha messo a verbale le proprie confessioni: “Ho deciso di collaborare perché ci sono stati troppi morti e in particolare quelli di Lampedusa del 3 ottobre 2013, su cui io non c’entro nulla, e anche numerosi altri. Anzi preciso che i morti di cui si viene a conoscenza sono una minima parte, tant’è che in Eritrea otto famiglie su dieci hanno avuto delle vittime dovute ai viaggi dei migranti”. Alle sue dichiarazioni sul presunto traffico d’organi, per ora “non ci sono elementi di riscontro”. Il super pentito, ha precisato il procuratore aggiunto Maurizio Scalia, ha riferito “di averlo saputo dai due principali trafficanti di esseri umani, uno dei quali è latitante e l’altro è in Libia”.

“Il generale”, Ermias, Osama e gli altri boss
Di chi si tratta? Atta allude a due fra i più ricercati boss del traffico di esseri umani dal Nord Africa. Uno è l’eritreo Mered Yehdego Medhane, 35 anni, l’uomo che due anni fa, ignaro di essere intercettato, sghignazzava al telefono insensibile alle disgrazie dei migranti sulle cui speranze ha lucrato milioni di dollari. “Dicono di me che ne faccio salire sempre troppi sui barconi, ma sono loro che vogliono partire subito e io li accontento...”. Accusato dalle autorità italiane di aver organizzato e messo in mare decine di barconi, viene chiamato dai complici “il generale” perché “controlla diverse zone”. Cinico e astuto, ha di sé un’altissima considerazione: “Sono forte, come Gheddafi... Ho lavorato bene quest’anno. Ne ho fatti partire 7 o forse 8mila”, diceva nel 2014, incassando fino a un milione di euro a barcone. Somme che progettava di investire anche a Dubai. Le indagini italiane per rintracciarlo proseguono da alcuni anni. E nel giugno 2016 la sua presunta cattura, poi smentita, è stata al centro di un giallo internazionale. Oltre a lui, in cima alla lista del Servizio centrale operativo della Polizia resta l’etiope Ermias Ghermay, ricercato dal 2014 e sospettato di aver acquistato “pacchetti di immigrati per trarne maggiori profitti, anche rendendosi complice di veri e propri sequestri di persona”. Originario di Addis Abeba, opera dalla Libia. Nelle intercettazioni si vanta di avere “contatti” con la polizia locale. Si ipotizza che abbia accumulato oltre 70 milioni di dollari ed è accusato di essere fra gli organizzatori del barcone naufragato il 3 ottobre 2013 a Lampedusa, con 366 vittime (dopo il quale partì l’operazione Mare Nostrum). Nell’ottobre 2013 , Ermias parlava al telefono con un altro presunto boss, John Maray, sudanese attivo fra Khartoum e la Libia e organizzatore di carovane di migranti. “La colpa è loro, perché sono voluti partire in tanti”, diceva Maray a Ermias, che ribatteva: “Ormai è capitato”. Maray suggeriva, alla bisogna, le maniere forti: “Le persone vanno picchiate e consigliate”. Infine, negli ultimi tempi, diversi migranti sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo indicano un altro astro nascente fra i signori del traffico con un soprannome suggestivo, “Osama” (come il fu terrorista Bin Laden): sarebbe di nazionalità libica, sui 30-35 anni d’età e opererebbe dalla zona di Sabratha, da dove starebbe organizzando una parte dei barconi che stanno raggiungendo l’Italia.
Complicità, fiumi di denaro e i nodi della cooperazione
Da quando la Libia è lacerata politicamente e militarmente, le milizie e le bande locali attive sulla costa hanno iniziato a lucrare su alcuni aspetti della tratta, come la “custodia” nei mezrha (cortili o capannoni fatiscenti) di gruppi di migranti in arrivo da altri Paesi. In altri casi, gruppi locali hanno incassato mazzette sul “rilascio” dei profughi dalle carceri, anche grazie all’aiuto di poliziotti o militari corrotti. Indizi su quel tipo di partecipazione sono emersi in alcune telefonate di trafficanti eritrei, relative all’estate del 2014, intercettate in indagini del Servizio centrale operativo della Polizia. Per penetrare nei sancta sanctorum criminali, in Paesi dalle istituzioni fragili dove i boss coltivano complicità e corruttele, servirebbe una maggiore cooperazione fra le forze di polizia e la magistratura di quelle nazioni e le nostre. Gli strumenti per localizzare i ricercati, anche dall’Italia, esistono: cellulari da “agganciare”, movimenti di denaro da seguire, social network da monitorare e informatori locali a cui attingere. Poi però bisogna arrestarli, nel rispetto delle leggi internazionali, e poterli estradare. Un nodo, osservano fonti italiane, che si pone soprattutto per i trafficanti che operano dalla Libia, dove “al momento è arduo – conclude amaramente un investigatore – poter contare su referenti di polizia e giudiziari affidabili”.

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