La questione cruciale nella migrazione dal punto di vista psicologico riguarda soprattutto le seconde generazioni che, pur sperimentando negoziazioni culturali - interne ed esterne all famiglia - assai complesse, sono indubbiamente le protagoniste del cambiamento verso la costruzione di nuove forme di integrazione e legame con la comunità ospitante.
L’attenzione crescente della ricerca europea e nordamericana nei confronti dei migranti musulmani - e soprattutto dei figli nati e cresciuti nei Paesi occidentali - se da un lato riflette la crescente preoccupazione legata al fenomeno della radicalizzazione islamica, dall’altro si configura come un nuovo e cruciale contesto di ricerca che consente di riflettere sulla complessità delle dinamiche generate dalla migrazione e dal confronto culturale, religioso, sociale che questo evento genera.
Le ricerche condotte in alcune nazioni europee (ad esempio Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Francia, Germania), evidenziano quanto sia complesso per i giovani musulmani il dialogo con la nuova realtà sociale e quindi assai complicata la costruzione di una identità biculturale, capace di tenere insieme legame con la cultura di origine e legame con il nuovo. Il legame con la cultura del Paese di origine dei genitori rimane forte nelle seconde generazioni e superiore al sentimento di attaccamento alla nuova nazione, determinando modalità di acculturazione quali la separazione (ossia la chiusura nell’universo culturale di origine) o pattern di tipo ambivalente, segnale del conflitto tra lealtà alla comunità di origine e desiderio di apertura al nuovo.
Anche l’identificazione religiosa, che rimane un tratto vitale delle seconde generazioni, risulta quasi sempre positivamente correlata a un orientamento acculturativo di tipo etnico: in altre parole, quanto più è forte l’orientamento culturale verso il Paese di origine e la sua cultura, tanto più è elevato il grado di identificazione religiosa.
Accanto al tema dei possibili percorsi acculturativi delle seconde generazioni, un’altra questione cruciale riguarda il ruolo delle dinamiche familiari e sociali nel favorire o meno strategie di acculturazione di tipo biculturale. Alcuni studi sottolineano la rilevanza della qualità delle relazioni familiari nell’influenzare i processi di integrazione e il benessere dei suoi membri, soprattutto di quelli più giovani.
Lo studio del conflitto intergenerazionale e del gap di acculturazione tra genitori e figli rappresenta il tema dominante di questo più nuovo filone della ricerca.
Da un lato la maggiore apertura dei figli alla cultura dei Paesi occidentali rispetto ai genitori amplifica la sfida del confronto culturale a livello intrafamiliare, alimentando la paura degli adulti di perdere il proprio ruolo e il proprio status. I genitori immigrati guardano con sospetto ai figli per paura che sviluppino una separazione radicale e una rottura con le norme, i valori e i principi della loro cultura di appartenenza e della loro fede religiosa.
Disagi e difficoltà emergerebbero soprattutto quando vi è una forte discrepanza tra genitori e figli, che non ha spazi e risorse per essere elaborata.
Dall’altro lato il forte attaccamento alla cultura di origine, insieme alla lealtà nei confronti di tradizioni e stili di comportamento (per esempio quelli relativi alle scelte affettive e matrimoniali o al ruolo della donna nella società) anche da parte delle generazioni più giovani, comporta la percezione di un conflitto spesso marcato con l’ambiente esterno alla famiglia (scuola, lavoro, tempo libero).
Nel contesto italiano sono molti gli interrogativi relativi alla presenza di migranti di religione musulmana, da taluni considerati meno integrabili e più lontani dalla nostra cultura.
Cosa accade ai figli, alle generazioni successive ai primi migranti?
La produzione scientifica in Italia presenta un numero purtroppo ancora limitato di contributi con obiettivi di tipo esplorativo del fenomeno.
Un recente progetto di ricerca, promosso da Fondazione Oasis e condotto in collaborazione dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano e Fondazione Ismu,, ha indagato le realtà musulmane immigrate nella diocesi di Milano e i processi di possibile meticciato in atto, andando a interpellare un campione di 211 musulmani di prima e seconda generazione e dodici realtà organizzate (islamiche, cattoliche e aconfessionali) sulle forme e sulle condizioni che rendono percorribile l’incontro interculturale e interreligioso. Il volume “La sfida del meticciato nella migrazione musulmana curato da Camillo Regalia, Cristina Giuliani, Stefania Meda , edito da Franco Angeli per settembre 2016) offre alcuni spunti di riflessione.
1) Un primo elemento da sottolineare è l’estrema articolazione e differenziazione della realtà della migrazione musulmana nella diocesi di Milano. I dati hanno evidenziato pattern di relazioni tra atteggiamenti, credenze e condotte complesse, espressione di una situazione interna alla comunità musulmana dinamica e in divenire. Emerge, in particolare, una dialettica complessa tra forza del legame con la cultura di origine e desiderio di differenziazione. Integrare in modo costruttivo universi culturali differenti non è compito semplice e scontato. Ciò vale per le prime generazioni, ma soprattutto per le seconde che, nate e cresciute in Italia, sono doppiamente sfidate nel loro percorso di crescita da aspettative spesso contraddittorie: in quanto figli di immigrati, vivono delle aspettative e dei mandati della famiglia di origine e contemporaneamente, in quanto seconde generazioni, sono sollecitate dalle aspettative che la società di accoglienza ha su di loro.
2) La dialettica tra i due universi culturali (quello riferito all’origine e quello del Paese di immigrazione) è sperimentata in modi diversi da maschi e femmine delle seconde generazioni, come anche la ricerca europea suggerisce. Per le femmine rimane irrinunciabile e non ‘negoziabile’ il legame con la cultura di origine e con la religione, in maggiore continuità con gli orientamenti delle prime generazioni. La paura di perdere le proprie origini è ben evocata dal valore simbolico del velo: per quanto non imposto da nessuna norma giuridico-religiosa chiaramente definita, spesso assurge a simbolo di un’identità culturale (e non tanto o non solo religiosa) che differenzia e specifica la provenienza e le origini delle donne.
Per i maschi è emersa una maggiore discontinuità rispetto alle prime generazioni: essi risultano, infatti, più orientati all’assimilazione alla cultura italiana, meno identificati con l’islam e meno osservanti, I ragazzi hanno spazi maggiori di libertà, anche perché il processo di trasmissione segue la linea femminile: sono le donne che curano il patrimonio e si fanno garanti della loro trasmissione.
Questa specificità dei percorsi acculturativi maschili e femminili merita certamente ulteriori approfondimenti.
3) Il biculturalismo, laddove adottato, risulta chiaramente una strategia più femminile che maschile. Anche se le giovani sentono forte il peso della differenza culturale, emerge proprio da loro una più consapevole domanda di integrazione e l’assunzione di un ruolo interlocutorio sia con la famiglia sia con la società italiana.
Il dato conferma un risultato ampiamente evidenziato dalle ricerche, ossia la competenza tipicamente femminile di saper instaurare e creare legami, gettare ponti tra posizioni e mondi apparentemente inconciliabili.
La ricerca conferma che all’interno del mondo musulmano il dibattito sul ruolo delle donne è presente e sembra essere più vivo di quanto ci si potrebbe aspettare. Emergono infatti posizioni variegate, alcune più “tradizionaliste” e patriarcali, altre più “moderne” (soprattutto nei giovani, dove la questione non sembra porsi). La questione fa problema anche a quelle donne maggiormente orientate al dialogo, che sono prese tra lo sguardo dell’Altro (gli italiani) e lo sguardo della propria comunità (i musulmani). Quello che sembra evidente è che sono alla non facile ricerca di una nuova collocazione nello spazio pubblico e di una ridefinizione di sé che tenga conto del desiderio di aprirsi al nuovo contesto, ma allo stesso tempo non deludere e non venire meno ai tradizionali mandati e alle attese che la comunità musulmana nutre nei confronti delle donne.
Anche in questo caso non si può ritenere che la questione riguardi sola la comunità musulmana; è una sfida che coinvolge anche il nostro sistema culturale e societario. E’ chiaro che è una sfida non semplice e che può incontrare molte resistenze e anche opposizioni. In ogni società attorno alla figura della donna si gioca una partita legata ai rapporti di potere, che sarebbe utopico pensare di poter modificare in maniera lineare. Né si può pensare che si possa definire un percorso di emancipazione femminile in linea con le nostre categorie culturali. Ed è proprio in questa incertezza che ci si deve muovere, spesso in modo approssimativo e per tentativi. In ogni caso, è un’incertezza che vale la pena attraversare perché è anche nella possibilità di trovare soluzioni realistiche in grado di rispettare le esigenze e le aspettative di tutti gli attori sociali in gioco, che l’ipotesi del meticciamento troverà una possibile conferma della sua validità come ideale regolativo delle relazioni tra persone e gruppi appartenenti a differenti orizzonti culturali.
4) Condizione fondamentale dello scambio e dell’apertura è comunque legata alla possibilità del riconoscimento reciproco. Chi ha una rappresentazione non stereotipata dell’Italia e del mondo cristiano e nutre fiducia nel valore dell’incontro è comunque più disposto di riconoscere i cristiani come interlocutori interessanti da frequentare. Dai dati sembra emergere una disponibilità di fondo, almeno nelle intenzioni, che si nutre di una rappresentazione della realtà italiana più articolata e rispettosa della sua ricchezza e complessità. Specularmente è peraltro sottolineato come essere riconosciuti dalla società italiana nelle sue componenti fondamentali, sentirsi “a casa” e non ospiti, è comunque un prerequisito fondamentale per poter aprirsi. Si salda strettamente questo aspetto con la richiesta di avere spazi dedicati al culto e alla preghiera ma anche alla vita sociale, in quanto la moschea è più di un semplice spazio religioso: è il fulcro della comunità, in tutti gli aspetti della vita quotidiana.
Il tema del riconoscimento è legato anche al tema della cittadinanza, cioè dell’essere riconosciuti e del potersi riconoscere come cittadini che godono di uguali diritti, tra cui quello alla libertà religiosa. Tale questione è particolarmente pregnante per le seconde generazioni, che richiedono di essere riconosciute/e di potersi riconoscere come cittadini italiani, mantenendo la propria specificità, cioè consentendo anche la trasmissione intergenerazionale della cultura e dei valori delle famiglie e dei Paesi di origine.
Le seconde generazioni musulmane: i legami con la tradizione e la sfida del meticciato
di Camillo Regalia / Ordinario di Psicologia sociale presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
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