Quadrimestrale di cultura civile

Quando le migrazioni vanno al cinema

di Antonio Autieri / Direttore di sentieridelcinema.it

Il tema delle migrazioni e dei migranti è molto presente al cinema negli ultimi anni. Se ne parla molto, come è normale che sia considerate le dimensioni del fenomeno, dal punto di vista artistico e come prese di posizione di registi e artisti. Sono tanti, in effetti, i film realizzati in Italia e in Europa in tempi recenti, come pure numerose sono le rassegne e addirittura i festival dedicati all’argomento. Il tema è così centrale nella riflessione cinematografica attuale che rischia di diventare quasi un “genere” a sé stante, con tutti i rischi del caso.
A volte – anche e soprattutto in Italia – prevale un approccio banale, retorico o ideologico, che magari contiene in sé un punto di partenza costruttivo – la positività dell’altro da sé, del “diverso” –, ma con toni spesso paternalistici o semplificatori che, non tenendo conto della complessità degli elementi in campo, possono risultare fastidiosi e “a tesi”. Non facendo un buon servizio alla verità. Ma ci sono anche tante proposte molto valide. Quella che segue è una carrellata, non esaustiva ma ragionata, sul tema.
Partiamo da Dheepan - Una nuova vita (2015), film diretto da uno dei registi francesi più importanti, Jacques Audiard, che per questo film ha vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes.
Dheepan è un uomo in fuga dalla sua terra, lo Sri Lanka, dove la guerra civile gli ha portato via moglie e figli. Per poter richiedere l’asilo usa i documenti di altre persone morte fingendo che lui, una donna e una bambina sconosciute siano una vera famiglia. Si ritroveranno in Francia, ad affrontare “guerre” non meno pericolose (la sopravvivenza, le violenze provocate da varie etnie, le tensioni tra loro). Una storia su tre persone in fuga e in cerca di un approdo per la loro vita, in un film molto teso e drammatico nel quale non mancano alcuni momenti lievi. Ha dichiarato Audiard: “Personalmente credo che una riflessione sociale sul tema dell’immigrazione sia importante, ma io ero più interessato a un altro tema, quello dell’‘altro’. Come lui percepisce noi e come noi percepiamo lui. Come vediamo queste persone che ci vendono le rose nei ristoranti, come possiamo rapportarci a loro. Spesso nemmeno li guardiamo, ma mi interessava immaginare la loro storia’. Un film molto duro ma con una possibile speranza, essendo anche una storia emozionante di apertura a un altro, che ti ritrovi accanto senza averlo previsto e voluto.
Si è aggiudicato un prestigioso festival anche Fuocoammare (2016), documentario dell’italiano Gianfranco Rosi, uno specialista del genere, vincitore dell’Orso d’oro 2016 a Berlino. Al centro il dramma dei disperati che arrivano a Lampedusa su traballanti barconi, ma anche la vita di alcuni abitanti dell’isola e di chi si prodiga per salvare i migranti dalla morte. Commovente, e commossa, la figura del responsabile sanitario dell’isola, Pietro Bartolo; suggestiva quella del dodicenne Samuele che esplora l’isola e se stesso, ascolta le storie della nonna che ricorda il tempo dei “fuochiammare” (quando, durante la guerra, i marinai non osavano uscire a pescare di notte) e scopre un difetto visivo: un occhio “pigro”, un po’ come lo sguardo dello spettatore – ha dichiarato Rosi – invocando un senso di comune responsabilità nei confronti di una tragedia alla quale si rischia di assuefarsi.
Un altro documentario sui generis è La mia classe (2013) di Daniele Gaglianone, interpretato da Valerio Mastandrea e da attori non professionisti. Tutti stranieri che interpretano se stessi e raccontano, in una classe per stranieri (studiano l’italiano per ottenere il permesso di soggiorno), le loro vite, le fughe, le speranze, in cerca di una nuova casa. Un film pieno di sofferenza, tra nostalgia dei luoghi d’origine e ricordi dolorosi, tra voglia di restare e paura per un mondo spesso ostile. Pur essendo un documentario, nel film la finzione è esposta (si vedono la troupe in azione, le prove, le riprese). Ma a un certo punto la storia ha uno scarto, con l’irruzione drammatica della realtà che cambia la vicenda di un personaggio, e di tutti, con un effetto straniante che tocca lo spettatore e comunica disagio.
Meno recente – è del 2005 – un altro film italiano, ma di finzione: Quando sei nato non puoi più nasconderti di Marco Tullio Giordana, con Alessio Boni e Michela Cescon. Il dodicenne Sandro vive a Brescia con i suoi genitori una vita normale, felice. Poi, durante un gita in barca con il padre, cade in acqua. Lo salveranno alcuni extracomunitari, in fuga dai propri Paesi e dalla miseria, su un barcone stracarico e pericoloso organizzato da persone senza scrupoli. Sandro lega con Radu e Alina, due fratelli romeni: sbarcato in Puglia, la sua vita non sarà più la stessa; coinvolge i genitori nel tentativo di aiutarli, ne vince la diffidenza, immagina una nuova vita con due fratelli adottivi… Ma la realtà è più dura. Film molto bello, in cui la famiglia “occidentale” non viene rappresentata schematicamente come chiusa allo “straniero”, ma in cui padre e madre sono aperti ai desideri del figlio eppure comprensibilmente preoccupati da quello che accade loro; e in cui non si censura il lato oscuro di tante vite spesso cariche di violenza che arrivano da lontano. Un film pieno di sensibilità e con una timida apertura alla speranza nel finale.
Dalla Francia è arrivato qualche anno fa un altro bel film: Welcome (2009) di Philippe Lioret, interpretato da Vincent Lindon. Un film “politico”, con un atto d’accusa verso la politica del governo francese contro i clandestini e chi presta loro assistenza, ma anche la bellissima storia di un rapporto che diventa paterno tra Simon, un uomo disilluso (ex campione di nuoto diventato istruttore), e il giovane curdo Bilal, in fuga dall’Iraq, che vuole raggiungere l’Inghilterra a nuoto per rivedere la ragazza che ama. Un rapporto di solidarietà e vicinanza che cambia Simon (in una scena sembra evocarsi l’episodio del vescovo e dei candelabri rubati de I Miserabili di Victor Hugo), mentre attorno a loro persone ottuse o impotenti non sanno affrontare un problema epocale che riguarda persone reali.
Spesso in altri film si parla di chi aiuta l’uomo o il giovanissimo in fuga. È il caso di Miracolo a Le Havre (2011), film francese diretto dal “maestro” finlandese Aki Kaurismaki, in cui – con il tono umoristico surreale di cui è capace il regista – un anziano aiuta un piccolo profugo a scappare dalla polizia.
In L’ospite inatteso (2007) di Thomas McCarthy un professore universitario vede la sua vita travolta dallo scoprire la sua casa occupata da una coppia di clandestini: aiutarli sarà l’inizio di una rivoluzione interiore.
Nel recente Samba (2015) Olivier Nakache e Eric Toledano (i registi di Quasi amici) va in scena un immigrato senegalese che da tanti anni non riesce ad avere i documenti in Francia; nelle sue peregrinazioni viene aiutato da una donna che, per superare i suoi problemi, ha iniziato a dare una mano come volontaria in un centro immigrati. Poi il film preferisce però virare verso una love story, un po’ prevedibile.
Sul tema “classico” degli sbarchi e del distacco dalle terre native, affrontato già da Lamerica (1994) di Gianni Amelio, sui primi arrivi di albanesi in Italia, si sono cimentati con prove non del tutto convincenti registi come Emanuele Crialese con Terraferma (2011), pur con alcuni spunti interessanti, e pure un maestro come Ermanno Olmi con Il villaggio di cartone (2011), una delle sue opere meno riuscite (meglio il piccolo documentario del 2014 Io sto con la sposa, diretto da Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry, che racconta la rocambolesca fuga di alcuni profughi dall’Italia fino alla Svezia). Oppure nella prospettiva storica, di quando eravamo anche noi italiani gli emigranti, sempre Emanuele Crialese con Nuovomondo (2006); ma di opere simili, anche su altre etnie – pensiamo agli irlandesi – è pieno anche il cinema americano, come il recente Brooklyn di John Crowley con la giovane attrice Saoirse Ronan (candidata all’Oscar).
Un altro aspetto decisivo di questo tema è l’integrazione, spesso vista come difficile o addirittura impossibile. Sovente, infatti, molti stranieri rimangono ai margini della società, come raccontavano vent’anni fa con realismo ma anche con uno sguardo partecipe e poetico i primi film di Matteo Garrone (poi diventato famoso, anche a livello internazionale, con Gomorra, Reality o Il racconto dei racconti): parliamo di Terra di mezzo (1996), che in tre episodi distinti mostrava le vite di alcuni stranieri irregolari nel nostro Paese, e Ospiti (1998) che riprendeva le vicende di alcuni albanesi comparsi nel primo film. Due piccoli film di circolazione ridotta, ma in cui prevaleva lo sguardo di un narratore quasi pudico nell’entrare con rispetto nelle vite altrui, di cui era però evidentemente appassionato.
Altre volte il cinema italiano ha mostrato la diffidenza verso lo straniero, spesso pregiudizievole, come ne La giusta distanza di Carlo Mazzacurati (2007), ambientato in un paesino, in cui un meccanico tunisino è ingiustamente accusato dell’omicidio di una giovane maestra. Un film drammatico, in cui il giallo era un pretesto per mostrare la chiusura di un contesto sociale al “diverso”. Con il rischio di sembrare un partito preso, che però la grande qualità da narratore di Mazzacurati (prematuramente scomparso due anni fa) riusciva a evitare.
Pregi e difetti simili in Io sono Li di Andrea Segre, dove un altro paese di provincia è lo sfondo di tensioni di cui faranno le spese una donna cinese e un pescatore jugoslavo – ormai inserito, essendo da trent’anni in Italia, ma i pregiudizi non hanno data di scadenza – che ha iniziato con lei un tenero rapporto affettivo.
Un classico contesto in cui verificare lo stato dell’integrazione è la scuola. Nel 2008 vinse a Cannes la Palma d’oro un bel film francese, La classe, di Laurent Cantet, in cui un gruppo di veri studenti mettevano in scena – dopo mesi di prove in un laboratorio di recitazione – sostanzialmente se stessi e le loro vicende, tensioni, problematiche. Ne veniva fuori uno spaccato sincero delle difficoltà di quel microcosmo, anche dell’educatore ben disposto (oltretutto circondato da colleghi ostili): le buone intenzioni non bastano a evitare il rischio del fallimento.
Più costruito e anche retorico, ma interessante, un altro film francese: il recente Una volta nella vita di Marie-Castille Mention-Schaar, che rievoca un episodio vero di “riuscita”, con l’impegno di una professoressa in una classe multietnica, apparentemente irrecuperabile, che conquista le attenzioni e le energie degli studenti (non tutti, peraltro) attraverso un concorso con a tema l’Olocausto.
L’opposto di quanto vediamo, invece, in un vero capolavoro, il canadese Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau: qui l’immigrato, a Montreal, è un professore scappato dall’Algeria a causa della guerra civile che gli ha portato via moglie e figli. Il suo ingresso in una scuola elementare come supplente (con bambini traumatizzati dal suicidio della maestra) metterà in campo le sue qualità educative ma anche il miracolo di una doppia opera di rilancio umano: dell’adulto verso i bambini e viceversa.
Concludiamo con alcuni film che trattano il tema in chiave di commedia. Come quello girato in Italia da un regista curdo, Pitza e datteri (2015) di Fariborz Kamkari, che vede una piccola e scalcagnata comunità islamica veneziana combattere per avere un luogo di preghiera; un film esile ma simpatico che fa sorridere senza troppe pretese, su temi comunque reali e sentiti. Machan (2008), film internazionale diretto dall’italiano ormai cittadino britannico Uberto Pasolini (che in seguito ha diretto il capolavoro Still Life), racconta invece la vera storia della presunta squadra di pallamano dello Sri Lanka invitata a un torneo in Europa; si tratta in realtà di un abile stratagemma per un gruppo di immigrati per entrare nel Vecchio Continente. Divertente, e con momenti anche toccanti nonostante qualche tono sopra le righe, è Almanya - La mia famiglia va in Germania di Yasemin Samdereli (2011) in cui una famiglia turca, ormai da decenni in Germania, si trova divisa nel decidere se accettare definitivamente la nuova identità ormai acquisita o ritornare alle radici mai dimenticate. Infine, il surreale e divertente Non sposate le mie figlie! (2015), commedia francese di enorme successo in patria diretta da Philippe de Chauveron. I Verneuil, una coppia cattolica benestante della provincia francese, mal digeriscono i matrimoni delle prime tre figlie: una con un bancario cinese, la seconda con un avvocato algerino, la terza con un imprenditore ebreo, ormai cittadini francesi. La quarta sposerà un cattolico, ma sarà comunque un’altra amara sorpresa… Se i suoceri sono diffidenti, se non ostili, anche i loro generi quanto a razzismo non scherzano: sempre in lotta tra loro e pronti a usare i luoghi comuni più vieti per darsi addosso. Si ride per tante gag e battute, ma c’è più di uno spunto di riflessione.

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