Quadrimestrale di cultura civile

Argentina, una terra di meticciati

di Victor E. Lapegna / Giornalista e saggista

“I messicani discendono dagli aztechi, i peruviani dagli inca e gli argentini dalle navi”. Questa frase, attribuita da alcuni al musicista e compositore argentino Lito Nebbia e da altri allo scrittore messicano Octavio Paz, descrive i successivi e profondi meticciati che furono alla base della natura e della cultura proprie del popolo argentino, di cui il sacerdote gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco, è un paradigma a livello universale.
Il primo incontro
Il primo meticciato alla base dell’odierno popolo argentino, ha origine nel XVI secolo, quando gli spagnoli membri delle spedizioni guidate da Juan de Solis e da Pedro de Mendoza, scesero dalle navi al loro arrivo al Rio de la Plata, dove fondarono la città di Buenos Aires.
Qui trovarono gli aborigeni che già popolavano queste terre e dall’incontro che si ebbe tra questi primi immigrati europei e gli aborigeni nacque il popolo creolo che abitò queste terre, che si sarebbero poi chiamate Argentina.
Nel periodo fino all’ultimo terzo del XIX secolo, questo primo incontro tra aborigeni e spagnoli portò al consolidamento di alcune componenti essenziali dell’identità del popolo argentino, come la lingua e la religione, entrambe intrinseche della cultura propria degli abitanti di questo territorio, grazie soprattutto all’opera missionaria di evangelizzazione, nella quale ebbero un ruolo fondamentale gesuiti e francescani.
È da sottolineare l’influenza che ebbero in questo processo i sacerdoti della Compagnia di Gesù, da quando si stabilirono qui nel 1609 fino al 1767, anno in cui il re dei Borboni, Carlo III, dispose la loro espulsione dall’America. In questo lasso di tempo, più di un secolo e mezzo, i discepoli di Sant’Ignazio di Loyola crearono e svilupparono le cosiddette “missioni gesuitiche”, al cui interno un gruppo di sacerdoti convivevano, nello stesso luogo e nelle stesse condizioni, con migliaia di laici aborigeni, in un processo creativo che a partire dal Vangelo che riconosceva e rispettava la cultura dei guaranì, in un esercizio pratico e quotidiano di valorizzazione dell’“altro”, partendo dal presupposto che le loro differenze sono un fattore di arricchimento e non di segregazione.

Lo “tsunami” migratorio
Il secondo meticciato si verificò a partire dal 1870, quando i creoli che abitavano l’Argentina, erano circa 1.800.000.
A partire da quell’anno e fino al 1914, sbarcarono dall’Europa circa 6.300.000 persone, provenienti per lo più da Italia e Spagna, dando origine a quella che, più che un’“ondata”, si può definire uno “tsunami” migratorio.
Molti di loro, presi dalla nostalgia, ritornarono poi al Paese di origine. Ma circa 3.500.000 si stabilirono in Argentina, si mescolarono con i creoli e diedero vita a un nuovo popolo argentino, diverso da quello che qui aveva vissuto fino all’ultimo terzo del XIX secolo.
“Tani” (apocope di “napole-tani”, così furono denominati tutti gli italiani) e “galiziani” (gentilizio attribuito a tutti gli spagnoli, anche se non nativi della Galizia), “turchi” (così furono chiamati tutti coloro che provenivano dai Paesi arabi, dal momento che arrivavano con passaporto dell’Impero Ottomano) e “russi” (come vennero denominati tutti gli ebrei, tanto quelli provenienti dalla Russia quanto quelli provenienti da Polonia, Germania, Romania o altri Paesi europei).
Questi immigrati e coloro che erano partiti dalla Francia, dal Portogallo o da qualsiasi altro Paese europeo, fecero molto di più che convivere in armonia con i creoli. Si unirono a loro in una fusione pacifica, dando vita a un nuovo popolo argentino, a una nuova cultura, a una nuova identità, che ci rende multiculturali a livello universale.
Questa piena integrazione tra abitanti originari e immigrati che qui ebbe luogo, rende l’Argentina unica rispetto a quanto successo in altri Paesi recettori di grandi flussi migratori, per esempio, gli Stati Uniti. Qui, i WASP (White, Anglo, Saxon, Protestant), abitanti delle 13 colonie originarie, inizialmente non si mescolarono agli aborigeni residenti in queste terre e tra l’ultimo terzo del XIX secolo e il primo del XX convissero con irlandesi, italiani, tedeschi, polacchi e altri europei che arrivarono in quegli anni. Una dimostrazione di ciò sta nel fatto che a New York e in altre grandi città statunitensi sorsero periferie italiane, polacche, irlandesi – delle specie di ghetti nei quali abitavano gli immigrati – cosa che non successe né a Buenos Aires, né in altre città argentine.
Del resto, tra i risultati del secondo meticciato argentino troviamo il tango e altre manifestazioni artistiche (Jorge Luis Borges, Leopoldo Marechal e Julio Cortazar, tre letterati argentini di fama internazionale), calcistiche e di altri sport (Diego Maradona, Lionel Messi o Juan Manuel Fangio), fino al modo di parlare spagnolo che caratterizza gli argentini.
In sintesi, creoli e immigrati europei, la cui fusione diede vita a questo nuovo popolo argentino, furono, e sono ancora oggi, un esempio di arricchente unità nella diversità, concretizzata nella vita quotidiana.

Latinoamericani e cinesi: un terzo meticciato?
La possibilità di un terzo meticciato attualmente in corso viene data dal radicamento in Argentina di due milioni di migranti provenienti da Paraguay, Bolivia, Perù, Cina e da altri Paesi, arrivati non via mare, ma in pullman, in treno e in aereo, che si stabilirono qui nella speranza di costruire tra di noi e con noi una vita migliore. È un fatto che in molti figli e nipoti di immigrati del secondo meticciato – che costituiscono l’estesa classe media argentina – si riscontrano atteggiamenti discriminatori e xenofobi rispetto ai nuovi immigrati latinoamericani e cinesi, protagonisti, oggi, di un ciclo equivalente a quello vissuto dai genitori e dai nonni di chi oggi li guarda con disprezzo.
Esistono, tuttavia, elementi che permettono di nutrire speranze, affinché la fusione pacifica verificatasi in occasione del primo e del secondo meticciato si ripeta anche in questo caso. Questi segni di speranza si ritrovano nel rapporto aperto e affettuoso, nelle periferie e nelle scuole, tra i bambini discendenti dal primo e dal secondo meticciato e i figli di immigrati latinoamericani e asiatici. Potrebbero essere questi bambini a mettere fine ai pregiudizi dei più grandi.

Argentini all’estero
Secondo le stime del Ministero degli Affari Esteri circa 1.500.000 argentini sono residenti in un altro Paese. Secondo fonti ufficiali, le mete principali di questi migranti sono Stati Uniti (400mila persone) e Spagna (circa 300mila), seguiti da Italia, Brasile, Israele, Francia, Australia, Venezuela, Canada, Cile, Messico e Nuova Zelanda.
Le ragioni che li hanno spinti a trasferirsi non sono diverse da quelle che indussero gli immigrati di fine Ottocento-inizio Novecento a venire qui dall’Europa.
Alcuni sono partiti per ragioni politiche, per sfuggire alla persecuzione di regimi più o meno autoritari, frequenti e reiterati in Argentina. Il primo caso fu quello di alcuni socialisti e radicali che si opposero al secondo governo di Juan Domingo Perón e trovarono asilo politico nella vicina Repubblica Orientale dell’Uruguay. In seguito al colpo di Stato del 1955 che rovesciò il loro governo costituzionale, furono Perón e molti dei suoi seguaci a cercare asilo politico fuori dal loro Paese. Gli esili di argentini per ragioni politiche si ripeterono in seguito ai colpi di Stato che portarono all’insediamento di regimi dittatoriali nel 1966 e nel 1976. Un caso analogo era stato quello dei socialisti, degli anarchici e dei sindacalisti che, tra il 1870 e il 1914, migrarono in Argentina, sfuggendo alla persecuzione imposta loro dai governi europei, o quello degli ebrei che fuggivano dai pogrom a cui erano sottoposti in Polonia e in Russia.
Ma la maggior parte degli argentini che si stabilirono fuori dal loro Paese, soprattutto dopo gli anni Sessanta del Novecento, era alla ricerca di migliori condizioni di vita materiale e in questo assomigliavano a quelli che erano qui in cerca dei salari pagati agli operai e agli impiegati, di gran lunga superiori a quelli percepiti nella madrepatria o con l’aspettativa di acquisire la proprietà di terre coltivate, cosa impensabile per un contadino povero in Italia, in Spagna o in altri en azioni europee ma possibile qui, in Argentina.

Guardando all’Europa
Il processo che all’inizio abbiamo chiamato “primo meticciato”, portò in Argentina milioni di europei, molti dei quali contadini poveri analfabeti o semianalfabeti, che nutrivano la speranza di costruire qui una vita migliore. E la maggior parte di loro riuscì a realizzare questo desiderio. Forse loro stessi , e certamente i figli e i nipoti, furono protagonisti di una vera e propria scalata sociale. Riuscirono, in effetti, a realizzare molto di più di quello che avevano sperato arrivando in queste terre: realizzarono l’impresa di essere artefici della nascita di un nuovo popolo e di una nuova nazione.
Oggi assistiamo a ondate migratorie simili a quelle che, all’epoca, si registrarono in America in generale e in Argentina in particolare, di persone che vogliono entrare in Europa da Paesi più o meno vicini. E non sono pochi gli europei che cercano di fare del loro continente una fortezza, negando a queste famiglie la possibilità di realizzare la loro speranza di costruire una vita migliore per tutti. Considerando l’apporto dato dalle migrazioni all’Argentina e agli argentini, questo atteggiamento ci fa ripensare al commento che fece Talleyrand sull’esecuzione del re di Francia: “È peggio di un crimine. È un errore.”
 

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