Quadrimestrale di cultura civile

I corridoi umanitari: una buona pratica che può diventare modello

di Marco Impagliazzo / Ordinario di Storia contemporanea, Università per Stranieri di Perugia; presidente della Comunità di Sant’Egidio

Il mondo del “dopo guerra fredda” è composto da persone in movimento. Se le migrazioni sono antiche come l’uomo, oggi hanno assunto proporzioni inedite. Con l’invecchiamento della popolazione rappresenteranno sempre più il grande fenomeno globale di questo inizio di terzo millennio. Dal 1990 al 2013 il numero delle persone che hanno lasciato il proprio Paese d’origine è aumentato del 50,2%. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR) e l’Organizzazione internazionale dei migranti, nel 2013 coloro che sono partiti dalla propria terra per stabilirsi altrove erano 232 milioni, ai quali occorre aggiungere un 10% di viaggianti non censiti. Si tratta del 3,2% circa dell’intera popolazione mondiale. Una percentuale non stratosferica.
In Italia gli immigrati sono l’8,3%, poco più di cinque milioni di stranieri residenti, molti di meno rispetto a tanti altri Paesi del mondo. Negli ultimi cinque anni sono diminuiti i nuovi ingressi per motivi di lavoro. La cosiddetta immigrazione economica, da noi, è scemata fortemente, rimpiazzata da quella di chi cerca protezione e rifugio. Si potrebbe dire che non è più la ricchezza ad attrarre, ma la democrazia e il rispetto dei diritti umani. L’Italia si trova per la prima volta alle prese con un numero importante di richiedenti asilo sul milione e trecentomila che lo hanno chiesto in tutta Europa (fonte Eurostat). In ogni caso, nel 2015 non c’è stata una reale esplosione, ma piuttosto un cambiamento di motivazione e di qualità.
C’è dunque un fenomeno da comprendere e da governare, impossibile comunque da arrestare costruendo muri o barriere, ancor più velleitarie per una nazione circondata dal mare. Eppure molti italiani osservano sgomenti questa situazione. Decenni di uso politico del tema “stranieri” e di disinformazione hanno prodotto il più gigantesco fantasma che si possa trovare in giro per l’Europa. Una recente indagine dell’Ipsos sulla distanza tra le percezioni dell’opinione pubblica e la realtà, effettuata in tutta l’Unione con scopi comparativi, ha fatto emergere come nessun altro popolo europeo abbia una visione altrettanto distorta dell’immigrazione come noi italiani. In media, si reputa siano quattro volte più numerosi del vero, in termini assoluti e percentuali. Si crede che i “clandestini” siano almeno quanti i regolari, e che gli ingressi siano in costante aumento, anziché – come accennato – in diminuzione. Si stenta poi a credere che tale diminuzione abbia nuociuto al bilancio Inps, ora che l’Istituto di previdenza ha risanato il suo bilancio grazie proprio ai contributi a fondo perduto di molti stranieri. Infine, si è convinti che in generale la presenza straniera sia un costo piuttosto che una risorsa.
L’Europa è diventata una fortezza e dunque chi fugge dalla Siria, un Paese dilaniato da cinque anni di guerra terribile, dall’Afghanistan, preda del terrorismo, dall’Eritrea dove domina una crudele dittatura, dalla Nigeria, con le violenze scatenate da Boko Haram, lo fa spesso rischiando la vita. Il Mediterraneo, è diventato un vero e proprio muro d’acqua, che ha inghiottito più di 30 mila persone negli ultimi diciotto anni.
Sono le cifre di una guerra che uccide molte donne e bambini. I tempi peggiori sono questi: dal 2014 al maggio 2016 abbiamo avuto 10.000 morti in mare, 16 ogni giorno. Secondo l’UNHCR i morti in mare sono stati 2.500 solo nel breve periodo dal 1 gennaio al 30 maggio del 2016. Perché il barcone? La risposta è semplice. Giungere legalmente in Europa, ottenendo un visto e imbarcandosi su mezzi di trasporto di linea, è sostanzialmente impossibile, anche solo per i ricongiungimenti familiari, a chi non ha un contratto di lavoro in un Paese dell’Unione. Le frontiere sono chiuse. Eppure, sulla carta, i trattati internazionali, la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, gli ordinamenti nazionali, considerano la protezione internazionale di un individuo sottoposto a grave rischio un diritto soggettivo riconosciuto. Crediamo fortemente nella necessità di dare asilo, ma lo concediamo solo a chi riesce a raggiungere il nostro territorio. In che modo non è affar nostro.
È invece a monte che occorre intervenire.
Su questa base si fondano i cosiddetti “corridoi umanitari”, progetto concepito in partenariato dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Tavola valdese e interamente autofinanziato dai promotori. Non si può attendere inermi che masse di donne, uomini e bambini si riversino sulle coste del Mediterraneo dopo aver attraversato il deserto, in balia di aguzzini di ogni tipo, per attendere il giorno della traversata. Quanti hanno necessità di lasciare il proprio Paese perché minacciati da conflitti, violenze, persecuzioni, mancanza delle minimali condizioni di sopravvivenza, devono poter accedere agli strumenti che la comunità internazionale ha concepito da decenni per proteggere i civili dal “flagello” della guerra (secondo la definizione del preambolo dell’Onu). Hanno diritto a essere informati e a presentare la loro istanza. Questo deve avvenire prima del viaggio. Se non è possibile realizzare questo lavoro nelle zone di guerra, o di maggiore pericolo, è invece possibile creare desk, sportelli, posizionati nei principali Paesi di transito, che aiutino il migrante a conoscere i propri diritti e doveri, e a compilare l’istanza per la richiesta di visto: la chiave per entrare legalmente in un Paese.
Il progetto ha come primo Paese partner il Libano, la nazione con la più alta percentuale di profughi al mondo rispetto alla popolazione. Una persona su cinque è un rifugiato (è come se in Italia ci fossero 12 milioni di rifugiati). Molti abitano nelle tende da anni, senza prospettive, senza lavoro, senza denaro, senza potersi curare se malati. Cito qui solo un dramma nel dramma: in Libano ci sono migliaia di bambini che non vanno a scuola da anni. Cosa sarà di loro? Quale futuro avranno? Chi saranno da grandi? Penso alla piccola Falak e al piccolo Dya, giunti a Fiumicino nel primo gruppo di cento rifugiati siriani, alla fine di febbraio, grazie ai “corridoi umanitari”.
Entrambi provengono da Homs, città devastata (noi tutti ne abbiamo viste le immagini), sotto le bombe dall’inizio del conflitto. Li abbiamo incontrati in Libano. Falak, sette anni, viveva in un piccolo garage con i genitori e il fratellino nella città di Tripoli, nel Nord del Libano. Ha perso un occhio per una grave forma di tumore, rischiava di perdere anche l’altro e occorreva intervenire prima che la malattia si diffondesse. In Libano non era possibile curarsi. Adesso Falak è in cura all’ospedale Bambin Gesù di Roma e ci sono buone speranze di salvare l’altro occhio e la vita. Con il suo fratellino sta già imparando l’italiano.
Dya ha undici anni. Ha perso una gamba per lo scoppio di un ordigno mentre giocava a pallone davanti a casa. La gamba gli è stata amputata male, perché la sanità in Siria non funziona a causa della guerra. Anche lui con la sua famiglia viveva a Tripoli, in Libano, in un garage. È venuto in Italia con un sogno: riavere la gamba e andare a scuola. Dopo poche settimane Dya, che con la sua famiglia si trova ora a Reggio Emilia, ha una protesi alla gamba e va a scuola.
I “corridoi umanitari” nascono dall’incontro con queste storie, perché – come ha ricordato papa Francesco nel suo viaggio a Lesbo – i profughi non sono numeri, ma innanzitutto persone, volti, storie e tanti bambini. Oltre la metà dei profughi nel mondo oggi sono infatti bambini. Ed è una cosa di cui si parla troppo poco. Allora: come salvare queste vite evitando loro il salto della morte? Come strappare queste persone che fuggono dalle mani di trafficanti di uomini, spregiudicati e assetati di guadagno?
I corridoi umanitari sono un progetto ecumenico. È il primo valore di quest’idea. Insieme, Sant’Egidio, evangelici italiani e valdesi hanno fatto una proposta al governo italiano: mettere in pratica il “dimenticato” articolo 25 del Regolamento visti dell’UE che permette a ciascun Paese membro dell’Unione Europea di rilasciare visti umanitari a territorialità limitata. Quindi, nel nostro caso, visti umanitari per l’Italia. È stato così firmato, nel dicembre 2015, un accordo tra Comunità di Sant’Egidio, FCEI, Tavola valdese, Ministeri degli Esteri e dell’Interno, che prevede il rilascio di 1.000 visti umanitari da parte dell’Italia nei prossimi mesi, così da permettere, innanzitutto a persone più vulnerabili, come bambini malati, vedove di guerra con figli, feriti, disabili, anziani soli, vittime di tratta e torture, di giungere in Italia in sicurezza. Sono persone che non potevano vivere ancora a lungo sotto le tende o in rifugi di fortuna e che non avrebbero potuto affrontare un viaggio con i gommoni. Abbiamo voluto iniziare dagli ultimi dando vita a qualcosa di previsto dalle normative, ma non applicato. Il primo corridoio umanitario si è aperto dal Libano a fine febbraio, con l’arrivo di un primo gruppo di cento persone. All’inizio di maggio è arrivato a Fiumicino il secondo gruppo di 101 rifugiati siriani e iracheni e un’altra ottantina è arrivata il 16 giugno. Nei prossimi mesi si aprirà un corridoio anche dal Marocco, che riguarderà persone in fuga dai Paesi subsahariani e un altro dall’Etiopia: qui si tratterà soprattutto di sudanesi, somali ed eritrei.
Ma cosa sono i “corridoi umanitari”? Sono sette gli aspetti di un progetto estremamente creativo e innovativo. Il presidente Mattarella, salutando con favore l’iniziativa, l’ha definita un esempio di quella “avanguardia della solidarietà” di cui è capace l’Italia.
Il primo aspetto: quello della collaborazione tra società civile e istituzioni. Il progetto è stato possibile grazie a un accordo tra le realtà cristiane promotrici e i Ministeri degli Esteri e dell’Interno, che hanno la competenza governativa per visti e sicurezza. I tempi difficili che stiamo attraversando richiedono questo impegno che sappia mettere a frutto le tante risorse che ci sono nella società civile a più livelli, spesso sottovalutate dalle istituzioni. In questo caso la collaborazione è stata efficace e operativa.
Il secondo punto è quello della sicurezza. Papa Francesco, all’Angelus del 6 marzo, esprimendo la sua “ammirazione”, ha detto che i corridoi umanitari sono capaci di unire “solidarietà e sicurezza”. Una doppia sicurezza: per i profughi che non viaggiano più sui barconi, ma con un volo di linea; ma anche per il Paese che li accoglie, perché sono identificati prima di partire e viene fatto un controllo sulla loro identità anche prendendo le impronte digitali. Solo dopo tali verifiche è concesso il visto umanitario. I profughi che giungono attraverso i corridoi umanitari non sono ancora riconosciuti come rifugiati, ma devono sottoporsi come tutti a una commissione.
E qui viene il terzo punto: le pratiche di riconoscimento dello status di rifugiato sono più rapide, essendo già state concordate procedure e caratteristiche soggettive dei richiedenti, con particolare riferimento alla condizione dei soggetti più vulnerabili, che facilitano e snelliscono l’iter di esame.
Il quarto punto: i “corridoi umanitari” garantiscono un sistema più efficace di integrazione con il coinvolgimento della società civile. Si tratta di un’iniziativa che parte dal basso (da comunità cristiane) coinvolgendo famiglie, parrocchie, diocesi, Caritas, istituzioni locali, associazioni – in primis la Comunità papa Giovanni XXIII che fa un grande lavoro nei campi profughi in Libano e accoglie famiglie in Italia –, cittadini comuni che offrono con generosità risorse e accoglienza. Il risultato è un rapporto immediato con la popolazione, l’inserimento veloce degli adulti in scuole per imparare l’italiano, l’iscrizione immediata dei bambini alla scuola pubblica e in futuro più “rete” per trovare lavoro e permettere l’autonomia dei profughi. In altre parole i corridoi umanitari consentono di sperimentare un sistema di accoglienza innovativo che valorizza le risorse della società civile; questa sperimentazione è in grado di introdurre, accanto al modello dei centri di prima accoglienza e degli SPRAR, una diversa modalità che potrebbe produrre un risparmio di spesa e una qualità migliore dell’accoglienza.
Il quinto punto è relativo proprio ai minori costi. Per lo Stato innanzitutto non ci sono spese perché è tutto a carico delle organizzazioni promotrici (tramite raccolta fondi e l’8 per mille della Tavola valdese), almeno fino a che i profughi non ottengono lo status di rifugiati. I costi sono comunque contenuti rispetto a quelli delle strutture pubbliche, perché il sistema di accoglienza messo a disposizione può contare in parte sul contributo di volontari e su una rete di servizi e di competenze già esistenti. Inoltre, va considerato il grande risparmio per i migranti, che non devono spendere migliaia di dollari per darli ai trafficanti di uomini, avendo così a disposizione del denaro per cominciare una nuova vita.
Il sesto punto: diminuiscono i tempi. Le prime 280 persone sono state scelte, identificate e portate in Italia in poche settimane. Preferisco qui non soffermarmi sui tempi ben più lunghi che occorrono alle organizzazioni internazionali e agli Stati. Il tempo è sempre qualcosa di decisivo soprattutto per persone che si trovano in una situazione di vulnerabilità.
Il settimo punto riguarda la replicabilità del modello. Si tratta di un progetto pilota che ha aperto una nuova via di accesso legale e sicuro in Europa. L’articolo 25 del Regolamento visti dell’UE è immediatamente efficace in tutti i Paesi dell’Unione e ciò significa che ciascun Paese potrebbe aprire esperienze di corridoi umanitari, in collaborazione con le Chiese, con associazioni e organizzazioni, incoraggiati dall’esempio positivo dell’Italia. È quello su cui si sta lavorando in questi mesi, perché c’è bisogno di andare oltre lo spaesamento e la paura che paralizzano tanti in Europa. Occorre prendere l’iniziativa. Le prime buone notizie giungono dalla Repubblica di San Marino che ha già accolto ufficialmente alcuni profughi e dalla Conferenza Episcopale polacca che si farà carico del progetto presso il suo governo. Ma anche altri Paesi europei, sollecitati da istanze cristiane, cattoliche ed evangeliche, sono sulla strada che può portare ad aprire nuovi “corridoi umanitari”.
Il progetto vuole parlare, con amicizia e in modo costruttivo, a un’Europa – ai suoi Stati e ai suoi cittadini – che oggi sembra vivere prigioniera di un senso di impossibilità sproporzionato alla sua ricchezza e alle sue possibilità effettive, proponendo un modello eleggibile a “buona pratica”.
 

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