Quadrimestrale di cultura civile

Nel Mediterraneo un’umanità da proteggere. L’attività della Guardia Costiera

di Claudio Bernetti e Marco Di Milla / Ufficio stampa della Guardia Costiera

“Il mare unisce i Paesi che separa” scriveva Alexander Pope. Verità indiscutibile, soprattutto se pensiamo al Mediterraneo, che continua a rappresentare una via di salvezza per i tanti popoli in fuga da guerre e miseria, la cui speranza di vita viene alimentata da chi è chiamato quotidianamente a prestare assistenza e soccorso in mare. Una responsabilità alla quale la Guardia Costiera italiana ha risposto fin dagli anni Novanta, durante il primo, drammatico, esodo dei cittadini albanesi, con un impegno incessante che oggi prosegue con nuove e straordinarie risorse.
L’aspetto essenziale del fenomeno migratorio si consolida, infatti, sempre di più nel salvare vite umane in mare; l’organizzazione di questi aiuti, in Italia, è affidata al Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera, che dipende, per la funzione, dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. All’autorità del Ministero è affidata l’esecuzione della Convenzione di Amburgo del 1979 sulla salvaguardia della vita umana in mare. Il Corpo, infatti, in quanto titolare di una duplice funzione di garanzia – in materia di soccorso in mare, di sicurezza della navigazione e tutela dell’ecosistema marino – è chiamato a ottemperare a due distinti obblighi giuridici: il “dover fare”, che si compie nella ricerca e soccorso di chi è in procinto di perdersi in mare, e il “dover sapere”, che si basa sulla conoscenza delle norme che tutelano la sicurezza della navigazione e l’integrità dell’ecosistema marino e quindi riconoscere l’inidoneità alla navigazione delle cosiddette “carrette del mare”, impiegate in maniera pressoché sistematica nel trasporto di migranti.
L’attività della Guardia Costiera si svolge soprattutto nello Stretto di Sicilia, dove essa italiana opera con personale qualificato, unità navali multiruolo e strumentazioni all’avanguardia, in soccorso delle migliaia di migranti che tentano di raggiungere le coste italiane su mezzi fatiscenti, sovraccarichi di uomini, donne e bambini, già stremati da esperienze dolorose e disumane patite nei Paesi di origine.
Si tratta di viaggi che vengono affrontati senza alcuna misura di sicurezza, senza dotazioni di bordo né viveri, senza perizia marinaresca (nella maggior parte dei casi nessuno dei migranti ha mai visto il mare), spesso minacciati dalle avverse condizioni del mare e dalla brutalità degli stessi “scafisti”. Viaggi che richiedono interventi sempre più tempestivi e specializzati, assicurati dalle unità navali della Guardia Costiera, stanziate anche a Lampedusa, che dispone di almeno 7 mezzi nautici (tra cui 4 motovedette classe 300, in grado di operare anche in condizioni di mare proibitive e di ospitare decine di naufraghi) ai quali, sulla base delle contingenze, si aggiungono su disposizione dell’autorità S.A.R. (Search and Rescue) nazionale (la Centrale Operativa del Comando Generale delle Capitanerie di porto-Guardia Costiera, con sede a Roma), i pattugliatori classe 900 (unità di circa 60 metri), i mezzi aerei (ATR 42 e Piaggio P180) e gli elicotteri di pronto impiego (AW139), dislocati nella base di Catania.
L’Ufficio Circondariale Marittimo di Lampedusa è il presidio di sicurezza per la vita umana in mare, geograficamente più avanzato ma non isolato dal resto dell’intera catena organizzativa S.A.R., con un ufficiale comandante, un ufficiale sottordine e 83 uomini tra sottufficiali, sottocapi e comuni. Oggi si avvale di ulteriore personale, tra cui gli appartenenti ai nuclei subacquei della Guardia Costiera, e i rescue swimmer imbarcati sulle motovedette, addestrati per intervenire anche in condizioni meteomarine avverse, e pronti a entrare in acqua per salvare vite umane.
Solo nel 2015 sono stati oltre 155.000 i migranti assistiti o soccorsi in mare, tra loro migliaia di minori, molti di essi bambini, anche di pochi mesi di età. Dal 1991 – anno segnato dall’inizio dell’esodo albanese – a oggi, i migranti salvati nel corso delle operazioni di soccorso coordinate della Guardia Costiera, sono oltre 690.000. Un numero che negli ultimi due anni ha da solo superato il numero complessivo dei migranti salvati nei 23 anni precedenti.
Dopo Lampedusa, le zone maggiormente interessate dai flussi migratori sono le acque al largo di Siracusa, di Capo Spartivento in Calabria e, seppure in misura minore, le coste pugliesi.
Risultati inarrivabili senza il sacrificio di equipaggi professionalmente preparati, che hanno dimostrato di poter intervenire efficacemente anche in tempi ristretti tra un soccorso e l’altro. Operazioni che vengono coordinate dalla Centrale operativa del Comando Generale di Roma, del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, che assume un ruolo determinante per localizzare e individuare i natanti in pericolo, anche attraverso l’impiego del naviglio commerciale di bandiera nazionale ed estera, che ultimamente ha fornito un aiuto generoso e determinante per il buon esito del soccorso.
Ma, al di là degli aspetti professionali e istituzionali, è giusto ricordare che i militari della Guardia Costiera rappresentano, per i migranti, il primo conforto umano, quella vicinanza che si esprime il più delle volte in un sorriso, in un piccolo grande gesto fraterno in grado di costituire il segno tangibile di una missione che, prima ancora di costituire l’adempimento di un dovere, ha il senso della risposta a un imperativo morale, che restituisce la dignità e il rispetto dei diritti della persona.
Nelle loro testimonianze, spesso, i migranti evidenziano la grande fiducia riposta negli equipaggi delle motovedette della Guardia Costiera, a conferma di una generosità riconosciuta nel tempo e, soprattutto, di quell’amore per il prossimo, per il mare e per la professione, che ha sempre animato gli appartenenti al Corpo.

 

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