Le migrazioni sono connesse intimamente alla natura e alla storia dell’uomo, se è proprio grazie alle migrazioni che l’uomo è una delle pochissime specie viventi che risulta diffusa su tutta la faccia della Terra. Nato, per caso o per necessità per dirla con Monod, o comparso nell’Africa subsahariana, si è infatti lentamente e progressivamente diffuso in tutti gli altri continenti attraverso le migrazioni. È stato un vero e proprio miracolo, che ha consentito alla specie umana di sopravvivere, moltiplicarsi e diffondersi, assicurandole continuità, fino all’epoca nostra. Ma fatto questo rapidissimo accenno alle migrazioni come elemento essenziale della storia dell’umanità, possiamo riguardarle con occhio contemporaneo per evidenziare come anche oggi giochino un ruolo essenziale per la vita dei singoli individui e dei popoli. Rientrano nella più ampia e comprensiva tipologia degli spostamenti di popolazione, ma per individuarle dobbiamo riguardare le cause, oltre che il confine attraversato e la durata degli spostamenti. Quanto alle cause, vanno individuati gli spostamenti dovuti al lavoro, come elemento di vita e di sopravvivenza, volti al ricongiungimento familiare o al desiderio di vivere in situazioni migliori per clima, possibilità abitative, in generale per una migliore condizione di vita. In generale le migrazioni sono quegli spostamenti di popolazione sul territorio dovuti a uno squilibrio fra condizioni di vita sperate o desiderate e condizioni di vita reali. Oggi nel linguaggio corrente si parla di migrazioni anche nel caso di esodi, fuga da condizioni di guerra o cataclismi naturali.
L’Europa sta affrontando un aumento senza precedenti nell’afflusso di richiedenti asilo, che ha posto e pone per ora in disparte il problema dell’afflusso di migranti economici. Questi flussi stanno mettendo a dura prova gli Stati. La crisi dei rifugiati richiede una risposta organizzativa globale della UE nell’attesa che le tensioni geopolitiche vengano affrontate anche dalla stessa Unione e indirizzate verso una soluzione positiva.
I flussi che interessano attualmente l’Italia originano quasi esclusivamente dall’Africa e sono composti non solo da potenziali rifugiati ma anche da persone che provengono da aree povere non in guerra. Questi due dati di fatto differenziano la situazione del nostro Paese rispetto ad altri Stati membri sottoposti a pressione migratoria, differenziando anche le risposte e le azioni.
L’Unione Europea ha avviato e sostenuto la costruzione di un approccio globale alla gestione della migrazione e dei richiedenti asilo. Negli ultimi cinque anni numerose direttive hanno portato a una definizione, peraltro ancora da perfezionare, di un sistema europeo comune di asilo; si è avuto un miglioramento degli standard per coloro che hanno bisogno di protezione; si sono strette le maglie che consentivano il lavoro nero; sono state rafforzati i canali di immigrazione legale; la politica comune dei visti ha subito importanti modifiche e ora semplifica l’ingresso dei viaggiatori in buona fede verso l’ Unione Europea; l’obbligo di visto per diversi Paesi terzi è stato abolito; è stato definito un quadro di riferimento per le politiche migratorie e di asilo esterne, consentendo all’UE di impegnarsi con i Paesi vicini. Anche se sono state prese molte misure per garantire una risposta europea rapida e coordinata alla crisi dei rifugiati e per la costruzione di un sistema sostenibile di gestione delle migrazioni, la loro effettiva attuazione è ancora indietro. La gestione del flusso dei richiedenti asilo si è rivelata una grande sfida, la più importante, sia per gli Stati membri che per l’UE, e sta mettendo a rischio lo spazio comune interno e la libera circolazione. In primo luogo, la portata e il ritmo dei flussi sono senza precedenti in termini di dimensioni, mettendo sotto pressione le strutture di accoglienza e la capacità dell’UE di adattarsi. In secondo luogo, i migranti appena arrivati rappresentano un gruppo molto eterogeneo di persone i cui bisogni reali e potenziali non possono essere facilmente affrontati e attuati con soluzioni adeguate per tutti. L’impatto economico dell’afflusso di richiedenti asilo differisce in modo sostanziale nei diversi Paesi dell’UE, dal momento che non sono tutti direttamente o ugualmente colpiti.
Con l’adozione, nel maggio 2015, dell’Agenda europea sulle migrazioni, sono state definite le priorità a medio e lungo termine che aiuteranno l’Ue e i suoi Stati membri a gestire la sfida attuale e, guardando al di là delle crisi ed emergenze, per capitalizzarne le opportunità. Inoltre l’ Unione Europea e i singoli Stati membri hanno un ruolo cruciale da svolgere nella gestione di questa crisi e non possono farlo senza una stretta collaborazione al loro interno e con i partner globali. In generale però il processo di definizione e implementazione di una vera, concordata ed efficace politica migratoria è ancora in itinere, secondo un processo lento, qualche volta stentato, e frammentario per le resistenze e le chiusure e finanche le opposizioni, palesi o occulte, di vari Paesi. Sono perciò numerose e gravi le questioni aperte per il futuro prossimo e per quello lontano in tema di migrazioni e di migranti. Una, che sembra preliminare e fondamentale, è il largo disinteresse e disorientamento da parte dei governi e delle opinioni pubbliche nei confronti delle politiche da adottare nei confronti di migranti/richiedenti asilo e di accoglienza/integrazione.
In prospettiva – immediata, di medio e lungo termine – la situazione diverrà ancora più difficile. Secondo le ultime proiezioni dell’Onu fra il 2015 e il 2050 la popolazione dell’Europa dovrebbe diminuire di 31 milioni di persone, mentre quella dell’Africa, in particolare di quella sub-sahariana, dovrebbe accrescersi di circa 1,3 miliardi di persone (vedere tabella), alle quali quindi occorrerebbero non meno di 7-800 milioni di posti addizionali di lavoro, cioè 20-23 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno per ciascuno dei prossimi 35 anni. Un’impresa che appare irrealizzabile, considerando anche che in tutti i settori produttivi si ha, sempre più pervasiva, una progressiva diffusione di tecnologie labor saving.
Dal momento che l’Africa sub-sahariana ha a destra e a sinistra due oceani, è del tutto plausibile che in gran parte scaricherà il suo surplus di manodopera a nord, dove dopo il deserto c’è il Mediterraneo, un “piccolo” mare. L’Italia, e l’intera Unione, si troveranno perciò in una situazione tragicamente difficile da gestire, politicamente e operativamente. Occorreranno quindi all’Europa nuove visioni e nuove politiche non strette da vincoli e preoccupazioni locali.
Quali possibili vie d’uscita, sia pure parziali? La prima e pregiudiziale sarebbe quella di avere un governo europeo propriamente detto, svincolato da visioni e pressioni nazionali e nazionalistiche. La seconda è quella di valutare realisticamente la capacità di accoglienza dell’Unione e di implementarla, tenendo conto che, come si sottolineava, la pressione migratoria sarà fortissima, incontenibile e assai prolungata nel tempo. La terza è quella di favorire al massimo la crescita economica e dell’occupazione dell’intera Africa, a partire dal Nord Africa che potrà così drenare almeno in parte le migrazioni dell’Africa sub-sahariana. C’è però da tenere in conto che favorire la possibile e auspicata crescita africana farà aumentare nel breve-medio periodo la sua offerta di manodopera per effetto dell’ammodernamento dell’agricoltura e della conseguente espulsione da questo settore di un gran numero di addetti che andranno ad aumentare la già pesantissima offerta di lavoro nei settori extra agricoli e quindi la pressione migratoria, tenendo sempre ben presente che lo sviluppo economico, per di più, come si è detto, ormai è tutto a scarsa intensità di lavoro. Forse nemmeno un nuovo “piano Marshall”, cui pure sembra necessario pensare, potrebbe rivelarsi del tutto efficace quand’anche favorisse, come fece con l’Europa e come certo appare necessario, la cooperazione fra i Paesi destinatari degli aiuti e la costituzione di unioni sovranazionali strutturate.
Questo testo si rifà in larga parte a una relazione di Antonio Golini e Stefania Nasso presentata nel maggio 2016 ad una riunione della Società Italiana di Economia, Demografia e Statistica.