Quadrimestrale di cultura civile

Le promesse e i tradimenti del melting pot americano

di Mattia Ferraresi / Giornalista

Con l’iconica torcia alzata verso oriente e la corona dalle sette punte cinta sul capo, la Statua della libertà recita al cospetto del mondo le parole che le ha messo in bocca la poetessa Emma Lazarus: “Dammi i tuoi spossati, i tuoi poveri/Le tue masse accalcate che anelano di respirare libere”. I versi, incisi sul basamento di granito, danno voce allo spirito dell’accoglienza americana rappresentato in forma monumentale nel mezzo della baia di New York. La “land of the free” ha accolto i diseredati, gli sfollati, i cercatori di fortuna, ha offerto asilo agli ultimi e ha dato un’opportunità a quelli che volevano arrivare primi in questo originale esperimento democratico fiorito al di fuori – almeno in apparenza – delle logiche etniche e delle affiliazioni agli Stati-nazione, un Nuovo Mondo edificato sulla verità “autoevidente” che “tutti gli uomini sono stati creati uguali”, com’è scritto nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776.
L’America promette accoglienza e richiede assimilazione, il suo carattere di nazione imperniata su un’idea, non su un popolo determinato da rapporti di sangue, si pone come naturale promotore dei flussi migratori che hanno segnato dall’origine lo sviluppo del Paese. Ellis Island, il centro di smistamento dove gli immigrati arrivavano, rappresenta ancora oggi nell’immaginario collettivo il luogo dove confluivano le “masse accalcate che anelavano di respirare libere”, generazioni di uomini e donne che fuggivano dalla fame, dalle guerre, dalle persecuzioni religiose, dalle conseguenze alienanti della rivoluzione industriale, dalle angherie di una vita che censurava la promessa di un futuro. Le particolari condizioni geografiche hanno alimentato il più incredibile movimento migratorio nella storia umana: “Se non fosse stato per l’oceano Atlantico e per la ‘wilderness’ vergine, gli Stati Uniti non sarebbero stati la Terra della Promessa”, ha scritto Herbert Croly nel suo fondamentale saggio The Promise of American Life, pubblicato nel 1909. La separazione dal Vecchio Continente e il suo tratto di terra selvaggia, incontaminata, ha conferito all’America l’allure apocalittico della terra di un nuovo inizio, il posto dove l’uomo ha avuto l’inebriante possibilità di “rifare il mondo da capo”, come diceva il rivoluzionario Thomas Paine. Nelle intenzioni, questo mondo rifatto da capo era aperto e accogliente, non faceva distinzioni etniche e linguistiche, chiedeva “soltanto” un’adesione convinta alle condizioni del progetto americano fissate dai Padri fondatori.
Abbracciando i valori dell’America esposti in forma estesa nella Costituzione e contenuti simbolicamente nel “Pledge of Allegiance”, il giuramento alla bandiera che generazioni di studenti hanno prestato ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni, si poteva diventare americani. In questo modo, sempre nelle intenzioni, l’America è diventata il famoso “melting pot”, un crogiolo di culture dove le distinzioni che ogni gruppo portava dalla sua terra d’origine venivano fuse in una nuova identità. È stato lo sceneggiatore Israel Zangwill a rendere popolare questa nozione con un dramma a sfondo migratorio intitolato appunto The Melting Pot, andato in scena per la prima volta nel 1909. Il protagonista era un ebreo russo che era fuggito dalla sua cittadina in seguito a una violenta ondata repressiva del governo zarista contro gli ebrei, e ai suoi occhi l’America era la fiaccola della libertà che arde in un mondo oscuro fatto di discriminazioni e soprusi, il “crogiolo di Dio” dove l’alterità viene accolta, fusa e rimodellata nella grande fornace dell’identità americana.
L’idea, mitizzata, della nazione che accoglie senza pregiudizi i migranti in cerca di un nuovo inizio era già ampiamente diffusa prima dello sceneggiato. La prima ondata migratoria (1790-1820) aveva portato i fuggiaschi della Rivoluzione francese e i tedeschi perseguitati per il loro credo; con la seconda (1820-1860) erano arrivati innanzitutto gli irlandesi, falcidiati dalla grande carestia del 1845; la terza ondata si stava svolgendo proprio in negli anni in cui Zangwill metteva in scena la sua opera, e riguardava soprattutto gli asiatici. Come spesso è accaduto nella storia americana, è attraverso il linguaggio dello spettacolo che si diffondono le nozioni fondamentali del vivere comune, tanto che ancora oggi qualunque conversazione intorno all’immigrazione o alla convivenza degli Stati Uniti finisce per citare inevitabilmente l’immagine del “melting pot”. Ma si è trattato davvero della felice fusione etnico-culturale fra popoli che anelavano di respirare liberi di cui parlava Zangwill? Lo sterminio dei nativi americani e la tragedia della schiavitù, i peccati originali dell’esperimento americano, forniscono importanti argomenti per una risposta negativa. Ma gli altri immigrati in cerca di un nuovo inizio trovavano davvero un luogo di accoglienza?
In realtà, a partire dalla formazione delle colonie nelle coste del New England, la società americana è stata caratterizzata dalla nascita di piccole comunità monoculturali che si affermano per opposizione alle colonie limitrofe. L’esperienza dei primi immigrati di origine inglese è quella di comunità che cercano un luogo dove conservare gelosamente la propria identità specifica, non l’approdo per la formazione di una nuova mistura culturale. Il culto della differenza, non l’assimilazione è il paradigma originario dell’esperimento americano per i coloni britannici, che cercavano una nuova terra promessa. Dopo la conquista dell’indipendenza dall’Inghilterra, si afferma nel tempo una tipologia identitaria che caratterizza l’uomo americano, tendenzialmente bianco, anglosassone e protestante. Gli immigrati arrivati in America da tutto il mondo hanno profondamente modificato, nel tempo, la composita identità americana, ma chi ha voluto prendere parte all’esperimento americano s’è sempre dovuto misurare con un archetipo nazionalista facilmente rintracciabile. A questo modello ciascuno è chiamato ad assimilarsi.
Il Naturalization Act del 1790, la prima legge federale che regola il processo di naturalizzazione, garantiva la cittadinanza alle “persone libere bianche e con ‘good character’”, dove “good character” significava aver passato almeno due anni negli Stati Uniti. Al termine del periodo che certificava la volontà di diventare un “natural born citizen” si doveva recitare una specifica liturgia civile per proclamare lealtà esclusiva alla nazione e ai principi costituzionali. Non soltanto gli schiavi e i nativi americani erano esclusi da questo percorso, ma anche gli afroamericani liberi del nord, gli ispanici e gli asiatici.
Il mito della patria cosmopolita e accogliente è dunque bilanciato da una lunga storia di esclusioni, respingimenti, rimpatri, limitazioni e discriminazioni che spesso viene omessa. Se per decenni gli immigrati si sono riversati in massa e al di fuori di ogni regolamentazione negli Stati Uniti è, innanzitutto, perché non c’erano le leggi sull’immigrazione oppure mancavano i mezzi per farle rispettare, non perché le frontiere fossero generosamente aperte sotto le insegne del “melting pot”.
Una legge in vigore dal 1882 al 1943 ha impedito ai cittadini cinesi di emigrare negli Stati Uniti, misura che i sindacati hanno per decenni giustificato con la difesa della manodopera locale. I lavoratori cinesi, arrivati, soprattutto in California, attirati dalla “gold rush”, erano stati presto costretti a vivere ghettizzati in quartieri a esclusiva composizione cinese. L’origine delle “chinatowns” americane non è un’allegra storia di folclore e difesa di tradizioni ancestrali, ma di esclusione e rifiuto. Nel momento in cui il mercato non ha più avuto bisogno di nuove braccia nelle miniere, i cinesi sono stati messi fuori legge. Quando il candidato repubblicano alla presidenza, Donald Trump, promette di costruire un muro al confine con il Messico per difendere gli americani dalla competizione della manodopera allogena non dice nulla di nuovo. La composizione delle grandi metropoli americane tuttora riflette profonde divisioni fra le comunità di immigrati. Spesso si sente magnificare il carattere multiculturale di città come New York, Los Angeles o Chicago, ma a uno sguardo più attento si nota che questi agglomerati urbani sono costituiti da una giustapposizione di comunità distinte e introflesse, spesso in tensione con quelle confinanti, una struttura che è meglio descritta nell’immagine del mosaico che in quella del crogiolo. Alcuni esempi recenti di fenomeni migratori che hanno incontrato enormi difficoltà nel processo di integrazione sono quello dei somali di Minneapolis e dei bosniaci che si sono insediati nella periferia di St. Louis. Entrambe le comunità hanno trovato in America un rifugio sicuro dalle guerre che hanno devastato i loro Paesi di origine, ma l’affascinante promessa del sogno americano ha lasciato il posto a realtà assai meno promettenti.
A metà dell’Ottocento sono stati soprattutto i cattolici a cadere vittime della discriminazione. Una massiccia campagna di propaganda anticattolica che dipingeva la religione di Roma come “un-american”, contraria allo spirito americano, ha bersagliato gli irlandesi e gli italiani. Partiti politici di ispirazione nativista come il “Know-Nothing” si dedicavano a tempo pieno alla discriminazione e alla violenza nei confronti dei “papisti” cospiratori e sleali, che venivano rappresentati come nelle vignette dei giornali dell’élite protestante. L’ostilità subita ha generato nelle comunità un intenso desiderio di assimilazione, tanto che spesso il bersaglio preferito degli immigrati diventavano altri immigrati arrivati dopo di loro, quelli che ancora non avevano passato i riti di iniziazione della vita americana. Se il dipartimento di polizia di New York è pieno di irlandesi e italiani è perché l’arruolamento era il modo più semplice per dimostrare l’indivisa lealtà alla nazione americana. Anche nei ranghi dell’Fbi tradizionalmente abbondano i cattolici, e sugli altari delle chiese ancora oggi la bandiera del Vaticano è accompagnata da quella a stelle e strisce. Associazioni come la Young Man’s Christian Association (YMCA) hanno lavorato in modo indefesso e capillare per instillare nei giovani la “American way”, fungendo da sistema scolastico parallelo per formazione dell’identità americana.
Americani si poteva diventare, dunque, ma non senza l’esborso di uno scotto. In un famoso discorso del 1914, il presidente Teddy Roosevelt ha sintetizzato la visione dell’immigrazione che permeava il suo tempo, che esibiva un rapporto ancillare fra l’uguaglianza di fronte alla legge e l’assimilazione al modello culturale dominante: “Dobbiamo insistere sul fatto che gli immigrati che vengono qui in buona fede, diventano americani e si assimilano a noi, vengano trattati in modo esattamente uguale a tutti gli altri, perché è un oltraggio discriminare un uomo per il suo credo, il suo luogo di nascita o la sua origine. Ma questo è subordinato al fatto che queste persone diventino americane in ogni aspetto, e nient’altro che americane… Non ci può essere una doppia fedeltà. Chiunque dica che è un americano e allo stesso tempo è qualcos’altro, non è americano affatto. Qui c’è posto per una bandiera soltanto, quella americana. C’è posto per una sola lingua, la lingua inglese. C’è posto per una sola lealtà, la lealtà al popolo americano”.
La mitologia del “melting pot”, resa popolare alcuni anni prima, svanisce di fronte a tanta chiarezza nazionalistica.
All’alba della rivoluzione dei diritti civili, John Fitzgerald Kennedy, che ha diffuso la fortunatissima espressione della “nazione di immigrati”, ha tentato invano di far approvare una legge che consentisse una moderata apertura delle frontiere. L’idea di Kennedy, irlandese e cattolico ma profondamente incastonato nell’apparato dell’élite, era di promuovere la natura esclusivamente ideale dell’identità americana, una pulsione trasversale rispetto alle lealtà etniche e religiose: “Le interazioni di culture disparate, la veemenza degli ideali che hanno portato gli immigrati qui, l’opportunità di una nuova vita, tutto questo ha dato all’America un sapore e un carattere che l’ha resa inconfondibile e notevole per la gente di oggi quanto lo era per Alexis de Tocqueville nella prima parte del diciannovesimo secolo”, ha scritto. La grande riforma kennedyana non si è mai materializzata, e così anche il presidente della “nuova frontiera” s’è rassegnato a fare il poliziotto della frontiera che contiene i flussi migratori rafforzando i controlli sui confini e difendendo il mercato del lavoro domestico.
Lo stesso Barack Obama, promotore di ordini esecutivi così audaci sull’apertura delle frontiere che la Corte suprema li ha giudicati il frutto di un abuso del suo potere esecutivo, passerà alla storia come il presidente che ha ordinato più respingimenti oltreconfine, oltre due milioni e mezzo. In particolare, sono stati rimandati in patria migliaia di donne e minorenni in fuga da El Salvador, Guatemala e Honduras, dove imperversano organizzazioni criminali che gestiscono il narcotraffico. Obama ha anche leggermente diminuito la media annuale dei rifugiati che gli Stati Uniti sono disposti ad accogliere. Nel 2015 l’America ha aperto le porte a 85 mila rifugiati, mentre l’anno precedente erano 76 mila. Il picco dell’accoglienza nella storia recente si è raggiunto negli anni Novanta, durante la guerra dei Balcani, quando l’amministrazione Clinton ha concesso asilo a 143 mila rifugiati in un anno. Sono i numeri della nazione di immigrati per eccellenza, quella che ha accolto per oltre due secoli “le masse accalcate che anelano di respirare libere” ma che spesso ha tradito la messianica promessa di offrire una vita egalitaria e in perfetta armonia multiculturale.

 

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