Viviamo un’epoca in cui le migrazioni assumono un’importanza sempre più decisiva in vari quadranti geopolitici. Lo straniero che bussa alla porta di un altro Paese, o che vi si è insediato e ha messo radici diventandone parte integrante, è diventato la cartina tornasole sia degli squilibri esistenti nel pianeta, sia delle sfide legate alla convivenza tra culture e identità differenti dentro il grande contenitore della globalizzazione, sia di un malessere accentuato dagli effetti di una crisi economica la cui fine sembra ancora lontana e che ha lasciato segni profondi e duraturi.
Le cronache di questi mesi testimoniano come l’atteggiamento nei confronti dei migranti accenda e divida l’opinione pubblica e insieme possa risultare determinante rispetto agli equilibri politici. Basti pensare a quanto ha pesato il dibattito sull’immigrazione nel recente referendum che ha deliberato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, o quanto stia pesando nell’infuocata campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. O, ancora, ai timori di infiltrazioni di agenti del terrorismo tra le comunità straniere e alle divisioni profonde che attraversano l’Europa rispetto ai comportamenti da mettere in campo per fare fronte ai flussi di migranti in arrivo dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia.
Se è vero che i flussi migratori accompagnano da sempre la storia dell’umanità, è altrettanto vero che le dimensioni assunte in tempi recenti inducono a guardarli come qualcosa che non appartiene all’ordinarietà e che, anzi, mette in discussione comportamenti e regole depositatisi da tempo. Si può davvero dire con Papa Francesco che stiamo vivendo, più che un’epoca di cambiamenti, un vero e proprio cambiamento d’epoca. I numeri sono eloquenti: 250 milioni di persone che vivono fuori dal Paese in cui sono nate, 60 milioni di rifugiati in cerca di protezione, lo spostamento di persone più ingente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Si emigra a causa della miseria originata da profonde disuguaglianze economiche in un mondo abitato da oltre 7 miliardi di persone, in cui l’1,75% della popolazione detiene il 56% del reddito complessivo e il 23% vive in condizioni di povertà estrema. Si emigra per fuggire a guerre, dittature, discriminazioni e persecuzioni etniche e religiose, o sotto la spinta di emergenze ambientali come terremoti, inondazioni, carestie, processi di desertificazione.
È significativo notare, pensando alla veemenza del dibattito europeo sulle migrazioni, che meno del 10% delle persone in fuga arriva nel Vecchio Continente, l’86% si insedia invece nei Paesi in via di sviluppo, nelle aree più vicine alle terre da cui proviene, con la speranza di potervi fare ritorno. Valga per tutti l’esempio del Libano, che ospita sul suo suolo quasi 2 milioni di siriani e che, in conseguenza dei massicci arrivi di profughi, dal 2011 ha visto aumentare la popolazione del 30%.
Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel 2014 Turchia, Pakistan, Libano e Iran hanno ospitato più di 5,2 milioni di rifugiati, equivalente al 36% a livello mondiale. Numeri e percentuali che dovrebbero relativizzare il “pericolo” da molti paventato per l’arrivo in Europa di 1,2 milioni di richiedenti asilo in un’area abitata da 500 milioni di persone, equivalenti allo 0,24% della popolazione complessiva.
I numeri con cui fare i conti nell’immediato non sono peraltro sufficienti a valutare nella sua complessità un fenomeno che è, comunque, in divenire e del quale è opportuno considerare le dinamiche se si vuole progettare una gestione razionale e organica.
Come sottolinea Gian Carlo Blangiardo nell’articolo che ospitiamo in questo numero di Atlantide, i Paesi dell’Africa subsahariana – l’area dove sono localizzate alcune delle nazioni più povere della Terra – conosceranno un aumento di 400 milioni di abitanti tra oggi e il 2036, di cui 166 milioni avranno un’età compresa tra 20 e 44 anni. Sarà perciò necessaria la creazione di 8-9 milioni di posti di lavoro all’anno solo per assorbire l’offerta aggiuntiva derivante dalla crescita demografica della popolazione più giovane in età attiva. In mancanza di questi, è ragionevole prevedere la formazione di ulteriori flussi migratori diretti verso il Nord del pianeta.
Per mettere in campo comportamenti efficaci, occorre pertanto uno “sguardo lungo”, che si spinga oltre l’emergenza e affronti tematiche molto impegnative e proiettate in una prospettiva di medio-lungo periodo. In questo senso un approccio efficace e lungimirante ai nodi dell’immigrazione deve comprendere l’elaborazione di una forte strategia di cooperazione allo sviluppo, comprensiva di azioni di partenariato bilaterale e multilaterale, di cui per ora la comunità internazionale non si è fatta carico in maniera adeguata. Analogamente, se si pone attenzione al fatto che le cosiddette motivazioni economiche soggiacenti alle spinte migratorie sono sempre più intrecciate con ragioni di natura diversa ma in qualche modo collegate (conflitti dichiarati o a bassa intensità, regimi dittatoriali, negazione dei diritti fondamentali, discriminazioni su base etnica o religiosa), appare evidente la necessità di un più forte impegno delle cancellerie per costruire la pace tra i popoli che rappresenta un potente antidoto all’abbandono delle proprie terre. Impegno per lo sviluppo e per la pace, dunque, come elementi necessari per affrontare quella crisi delle migrazioni che è un inquilino sempre più ingombrante ed esigente di questo cambiamento d’epoca.
Peraltro, la necessità di uno “sguardo lungo”, capace di vedere lontano, non può lasciare in secondo piano la necessità di uno “sguardo ravvicinato” che consenta di affrontare un’emergenza che è sotto gli occhi di tutti e a cui l’Europa e l’Italia non possono sottrarsi, sia per motivi di vicinanza geografica alle regioni di crisi, sia perché rappresentano per tante persone un ideale di benessere, di libertà e di democrazia irraggiungibile nei loro Paesi di origine.
Nei primi sette mesi del 2016 sono arrivati sul nostro continente più di 250mila migranti, per la stragrande maggioranza via mare, sbarcando in Grecia e in Italia, provenienti da varie regioni dell’Africa, dalla Siria, dall’Afghanistan. Più di tremila i morti durante i viaggi sulle rotte del Mediterraneo, che qualcuno chiama ormai il cimitero sommerso dei profughi. A fronte di quella che si presenta come un’emergenza destinata a durare a lungo, l’Unione Europea si muove in ordine sparso, con una Commissione politicamente debole e che deve fare i conti con le rigidità e le politiche di chiusura della maggior parte degli Stati membri, in cui gli ideali di solidarietà e accoglienza che sono all’origine della costruzione europea vengono messi da parte in nome dei cosiddetti “interessi nazionali” e sotto la spinta di movimenti populisti che continuano a guadagnare consensi in un’opinione pubblica preoccupata e impaurita. È una sfida epocale, un esame di maturità difficile da superare, specie se ci si continuerà a cullare nell’illusione di potersi circondare di muri che permettono di isolarsi da quello che accade intorno alla “fortezza”.
I popoli che premono alle frontiere mandano un segnale inequivocabile: la globalizzazione non può essere declinata solo nel segno di maggiori opportunità di spostamenti, comunicazioni e profitti per alcuni, ma è lo scenario in cui deve prendere forma una nuova modalità di abitare un pianeta che appartiene a tutti. In questa prospettiva non c’è altro modo di immaginare un futuro vivibile che quello ispirato a ideali di convivenza tra popoli e culture diversi, di condivisione delle opportunità e delle responsabilità.
Per costruirlo, c’è un ingrediente irrinunciabile: quella cultura dell’incontro continuamente evocata da Papa Francesco, che muove dalla consapevolezza di appartenere all’unica famiglia umana e che vede nell’“altro”, piuttosto che un rivale o un potenziale nemico, qualcosa di necessario al compimento della propria umanità e della società in cui si vive.
Giorgio Paolucci