Che rapporto c’è tra aiuti allo sviluppo nei Paesi poveri e migrazioni? Quali sono gli ingredienti di una cooperazione allo sviluppo realmente efficace? Come bloccare la fuga dei cervelli che impoverisce il capitale umano? Quale il ruolo dei privati e delle Ong? Ne parliamo con Simona Beretta, ordinario di politica economica presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica e Direttore del master in International Cooperation and Development dell’ASERI (Alta scuola di economia e relazioni internazionali) di Milano.
Lo slogan “aiutiamoli a casa loro” , utilizzato sempre più spesso a livello mediatico e politico, sembra indicare che una cooperazione allo sviluppo lungimirante e organica può aiutare a frenare i flussi migratori nel medio o lungo periodo. È una posizione condivisibile?
Cosa significa concretamente “lungimirante e organica”? È necessario anzitutto conoscere davvero di chi stiamo parlando. Le ragioni per cui una persona o una famiglia sceglie di lasciare il proprio Paese sono tante; il confine che distingue “migranti economici” da “richiedenti asilo” (due profili a cui fanno capo normative molto diverse) è tutt’altro che chiara; cosa stia succedendo “a casa loro”, di nuovo, è diverso non solo da Paese a Paese, ma anche da regione a regione dello stesso Paese.
Inoltre bisogna sapere come si fa ad aiutarli davvero “a casa loro”. Qui si apre una voragine di problemi che si risolvono solo con l’umiltà (cioè, con l’amore alla terra, alla realtà concreta). Il primo è addirittura banale: ma noi sappiamo aiutarci “a casa nostra”? Se la risposta è: non proprio, dobbiamo come minimo avere qualche dubbio sulla nostra capacità di aiutare altri “a casa loro”, che certamente conosciamo meno di casa nostra.
Ancora: domandiamoci cosa possa significare “iniziativa lungimirante e organica”. Veniamo da troppi decenni di cooperazione allo sviluppo che hanno prodotto risultati complessivamente deludenti. La scarsa efficacia degli aiuti internazionali allo sviluppo è oggetto di dibattito quanto alle sue cause (è un aiuto “bacato” all’origine, perché i donatori hanno in realtà secondi fini, di affari e/o di tipo geopolitico; viene “bacato” dalla diffusa corruzione; e così via); ma nessuno nega che ci sia un problema di efficacia degli aiuti internazionali. Quindi bisogna ripensare alla cooperazione in quanto tale, cercando di prendere le distanze dall’approccio tecnocratico (che da lontano analizza, pianifica, programma, organizza…) e di andare a fondo di quel che la parola cooperazione esprime: un operare insieme, a partire dal riconoscimento che abbiamo qualcosa in comune.
Per finire: non vorrei essere banale, ma il mondo è la “nostra casa comune” (sottotitolo della enciclica Laudato sì). Quindi, la distinzione fra “casa nostra” e “casa loro” pone qualche problema teorico e pratico che pochi vogliono sollevare. Ma che esiste: la storia dell’umanità è essenzialmente storia di movimenti di persone, di incroci fra culture e tradizioni, di conflitti e di imprevedibili convivenze.
C’è un rapporto tra cooperazione allo sviluppo e governo dei flussi migratori o sono due variabili completamente indipendenti?
Questa è una domanda di carattere empirico, dunque la risposta deve essere basata sui fatti.
Storicamente, sappiamo che i legami coloniali hanno prodotto, dopo la decolonizzazione consistenti flussi bilaterali: di persone che dalle colonie si sono spostate, temporaneamente o definitivamente, in quella che era la madrepatria; e di risorse finanziarie pubbliche e anche private destinate al Paese o dai Paesi nati dal processo di decolonizzazione. Quindi, una prima risposta alla domanda potrebbe essere: nella storia, cooperazione allo sviluppo e migrazioni non sono fenomeni indipendenti, sono fenomeni chiaramente correlati.
Il fatto che siano correlati, però, ci dice ancora poco: sono sostituti (ossia: l’aiuto allo sviluppo dal Paese A al Paese B, creando opportunità economiche in loco, riduce i movimenti di persone da B ad A), o sono complementi (maggiori aiuti, maggiori migrazioni)? In realtà possono succedere entrambe le cose, a seconda del reddito medio pro-capite nei Paesi di provenienza dei migranti, del loro livello di qualificazione professionale e della composizione per età della popolazione. Nei Paesi più poveri, un aumento del (basso) reddito locale spinge a migrare, mentre nei Paesi con redditi medi annui relativamente più alti (si stima una soglia poco sopra ii 7000$ pro-capite annui per questo “ribaltamento” della relazione) l’aumento del reddito riduce il numero dei migranti. Ricordiamoci infatti che migrare costa. Chi è troppo povero non può migrare, e l’aiuto allo sviluppo può paradossalmente favorire le migrazioni; a parità di condizioni, saranno i più giovani e istruiti a migrare.
La formazione del capitale umano nelle università dei Paesi più evoluti è una grande opportunità per i giovani dei Paesi in via di sviluppo, ma sovente questa migrazione intellettuale non ritorna indietro, resta nei luoghi dove si è formata e quindi non diventa attore dello sviluppo dei Paesi da cui è partita. Che fare?
Il fenomeno della migrazione intellettuale è molto complesso. Il nostro stesso Paese, che certamente non si qualifica per essere in via di sviluppo, è caratterizzato da un numero molto significativo di giovani che completano il loro corso di studi all’estero e trovano lì la possibilità di lavoro; ed anche di giovani che, forti della loro formazione universitaria italiana, sono in grado ci occupare posizioni interessanti in altri Paesi, sia nella ricerca sia nelle professioni. La formazione del capitale umano nelle università (e nei posti di lavoro) dei Paesi che attraggono i giovani più promettenti è una grande opportunità soprattutto per questi Paesi - non solo per i giovani!
Dunque, il “brain drain” (o fuga dei cervelli) è un fenomeno che non riguarda soltanto i Paesi a basso reddito. Tuttavia i cervelli non viaggiano senza le gambe e il cuore delle persone. Specialmente quando parliamo dei movimenti internazionali di studenti universitari e di giovani laureati, le motivazioni personali relative al tornare o meno nel Paese di origine fanno la differenza.
Nella mia piccola esperienza di coordinatrice di un corso di cooperazione allo sviluppo che vede, fra gli studenti, persone provenienti da ogni continente, la percentuale di coloro che tornano nel Paese d’origine è molto alta. Studiano cooperazione perché vogliono lo sviluppo del loro Paese: sono venuti in Italia con uno scopo: quello di tornare a casa, pronti per la loro personale avventura.
Ugualmente, chi parte per non tornare sa quel sta facendo: sta tentando, sta cercando di realizzare qualcosa di buono per sé (e spesso per chi è rimasto a casa). Non mi sento di giudicare negativamente questo tentativo: è davvero difficile prevedere quali saranno i “ritorni” per il Paese di origine. Casomai, si tratta di riconoscere queste persone per quello che sono: un “ponte” fra due luoghi, una risorsa preziosa per conoscere da vicino una cultura lontana, una possibilità di relazione che rende oggettivamente più facile la co-operazione. La cooperazione, infatti, incomincia con l’ascolto dell’altro.
Su cosa dovrebbe basarsi una strategia di cooperazione che non crei dipendenza rispetto ai Paesi o agli enti donatori ma favorisca uno sviluppo reale e autonomo?
La verità è che sappiamo abbastanza poco su come si fa a promuovere lo sviluppo. Persino lo sviluppo economico, ossia la crescita materiale della produzione come la misura il PIL, ha qualcosa di misterioso. Sappiamo descriverlo a posteriori, e talvolta anche raccontare delle storie plausibili sulle cause del suo dinamismo, o del suo rallentamento. Di certo, però, non lo sappiamo “produrre” (altrimenti non ci vorrebbe nulla a uscire da una recessione, o a riassorbire la disoccupazione).
I decenni di ottimismo sulla possibilità di pilotare processi di sviluppo economico, formulando opportuni piani e predisponendo – tramite gli apparati dediti alla cooperazione internazionale – la possibilità di effettuare i movimenti di capitali, di persone e di tecnologie necessari, hanno lasciato il posto ad altri decenni in cui è prevalso un sostanziale pessimismo sulla cooperazione: l’imprevisto successo di alcuni Paesi (i famosi “miracoli”!) ha spostato drasticamente la prospettiva della cooperazione internazionale: dalla fiducia nella programmazione alla fiducia nel funzionamento spontaneo del mercato. Da un estremo all’altro!
Credo che entrambe le prospettive manchino di una dimensione fondamentale. Non si capisce lo sviluppo – nemmeno lo sviluppo materiale – se ci si limita a considerare la sola dimensione materiale delle decisioni economiche. Paesi devastati dalla guerra e con scarsissime risorse possono sorprendere per la loro crescita (il miracolo italiano: sembra un sogno, ma c’è stato davvero); Paesi ricchi di risorse affogano nei conflitti, oppure ristagnano nella burocrazia e nella corruzione (anche la “maledizione delle risorse” sembra un incubo, ma è una realtà).
Cosa conta nello sviluppo? Contano soprattutto le dimensioni non materiali: aspettative, convinzioni, speranze, natura e qualità delle relazioni interpersonali e sociali, qualità delle istituzioni, apertura alla trascendenza (che è la capacità di stupirsi e di lasciarsi interrogare dalla realtà nel suo mistero). Questi aspetti, che l’insegnamento sociale della Chiesa ha messo in evidenza fin dagli anni in cui si guardava con fiducia alla possibilità di “fare” sviluppo con la programmazione degli aiuti (mi riferisco soprattutto alla meravigliosa enciclica Populorum progressio, scritta nel 1967 ma ancora piena di spunti sia per gli studiosi di sviluppo, sia per gli operatori), stanno timidamente comparendo anche nella letteratura scientifica.
Quindi, le motivazioni e le speranze di chi decide e agisce, soprattutto di coloro che detengono il potere, fanno davvero la differenza. A questo proposito, in un volume relativamente recente, Acemoglu e Robinson reinterpretano le condizioni che hanno fatto la differenza fra sviluppo e decadenza attraverso una chiave di lettura molto sintetica e semplice, che però riesce a spiegare eventi fra loro molto distanti sia storicamente, sia geograficamente: lo sviluppo ha bisogno di istituzioni “inclusive” (cioè che rendono tutti e ciascuno partecipi delle risorse e delle opportunità che i tempi consentono); se invece prevalgono istituzioni “estrattive”, in cui il gruppo dirigente si appropria di posizioni di rendita, l’implosione del sistema si avvicina inesorabilmente. Lo sviluppo, dunque, parte dal riconoscimento reale della dignità umana delle persone concrete, senza scorciatoie tecnocratiche.
Quale il ruolo delle imprese private nella cooperazione allo sviluppo, spesso accusate di “fare i propri interessi” mascherandoli con gli aiuti?
Le decisioni “materiali” di una impresa non possono che riflettere la necessità di sopravvivere come impresa, e possibilmente di crescere e di fare profitti. Ma questo non toglie che l’impatto dell’impresa sulla realtà materiale (la propria, e quella dell’ambiente in cui si trova a operare) dipende principalmente dalle motivazioni, dalle aspirazioni e dalle speranze di chi vi opera. Queste faranno la differenza, giorno per giorno, fra la prevalenza di atteggiamenti “inclusivi” (in cui gli altri con cui si entra in contatto sono rispettati e valorizzati) oppure “estrattivi” (mordo e fuggo, senza interessarmi d’altro che dell’orizzonte di breve termine dei miei interessi materiali).
In tutte le situazioni, la differenza la fanno ultimamente le persone. Più hanno potere, più sono oggettivamente responsabili delle loro scelte. Certo, esistono anche situazioni in cui i condizionamenti esterni sono così forti che occorre una resistenza quasi eroica per non cedere alla tentazione dell’atteggiamento estrattivo (sono le situazioni che la tradizione della Chiesa chiama “strutture di peccato”). Ma non nascondiamoci il fatto che le strutture di peccato sono state costruite da decisioni umane, e possono essere smantellate solo da decisioni umane.
Serve quindi una educazione profonda delle persone che assumeranno ruoli di potere: non bastano astratti discorsi sull’etica delle loro decisioni, occorre accendere il fuoco della convinzione e della speranza che possono sostenere una personalità adulta nella libertà delle sue scelte, rendendola capace di azioni coraggiose e responsabili.
Quale il ruolo delle ONG, che sembrano dei nani rispetto alla portata delle questioni in gioco?
Sì, forse le ONG sono nanerottole in termini di potere (non tutte). Ma, come spero si capisca da quanto ho già detto, è la statura delle motivazioni, delle aspirazioni e delle speranze a fare la differenza fra efficacia e irrilevanza delle iniziative di cooperazione allo sviluppo.
Quanto ho detto può sembrare rassicurante, ma non lo è affatto. Per avere sane motivazioni e per avere le competenze necessarie ad agire in modo efficace, essere una ONG non è né necessario, né sufficiente.
Per un bagno di sano realismo, rileggiamo un brano di un altro documento pontificio che, senza mezzi termini, dichiara subito all’inizio qual è il motore dello sviluppo (La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera - Caritas in Veritate 1).
Parlando in dettaglio della cooperazione allo sviluppo, dimostra di conoscere bene la tentazione di fare della cooperazione internazionale un “mestiere”, ma parte ridicendo in positivo perché anche le piccole realtà e persino i singoli possono fare cooperazione allo sviluppo: servono persone, condivisione, presenza, accompagnamento, formazione, rispetto e, non dimentichiamolo, trasparenza.
La cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarietà della presenza, dell’accompagnamento, della formazione e del rispetto. Da questo punto di vista, gli stessi Organismi internazionali dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi. Capita talvolta che chi è destinatario degli aiuti diventi funzionale a chi lo aiuta e che i poveri servano a mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche che riservano per la propria conservazione percentuali troppo elevate di quelle risorse che invece dovrebbero essere destinate allo sviluppo. In questa prospettiva, sarebbe auspicabile che tutti gli Organismi internazionali e le Organizzazioni non governative si impegnassero ad una piena trasparenza, informando i donatori e l’opinione pubblica circa la percentuale dei fondi ricevuti destinata ai programmi di cooperazione, circa il vero contenuto di tali programmi, e infine circa la composizione delle spese dell’istituzione stessa - Caritas in Veritate 47