Quadrimestrale di cultura civile

Editoriale. La tela della diplomazia

Oggi al tavolo della Storia l’antico strumento della mediazione appare spiazzato. Prevalgono logiche imperiali e una conclamata volontà di imporre la legge del più forte. L’umiliazione della diplomazia determina un pericoloso arretramento della vita democratica.  Da questo processo seduttivo si può uscire ridando slancio a una politica che non ha mire salvifiche e neppure si pensa come filosofia autoritaria. L’orizzonte possibile è quello di perseguire un salutare realismo innervato da una visione laica con l’impronta del ragionevole. La partita dello smussare gli angoli, insomma, è tutt’altro che chiusa

In un momento in cui le sfere di influenza imperiale contrapposte sono alla ricerca di nuovi equilibri, i potenti del mondo - Trump, Putin, Xi Jinping - “contrattano” in prima persona, da posizioni di forza, interventi militari ed exit strategy. L’antico strumento della mediazione appare spiazzato dalla volontà di potenza che è tornata a soffiare sul tavolo della Storia.

L’arte della trattativa, che cerca soluzioni non solo tra interessi contrapposti ma anche tra visioni del mondo, della politica, della vita divergenti, è un elemento cardine dei nostri sistemi democratici moderni, fondati sull’idea che non solo all’interno ma anche nelle relazioni tra Stati al puro esercizio della forza vada sostituito, nel tempo ordinario ma anche nei momenti di crisi, un sistema di diritto basato su principi di ponderazione, equilibrio nella gestione degli interessi, moderazione dell’aggressività.

Luciano Violante sul Corriere della Sera (I pericoli delle teocrazie politiche) ha ricordato che su questa “regolazione muscolare” dei rapporti internazionali aleggia una rafforzata e pericolosa legittimazione religiosa delle guerre, dalla Turchia alla Russia, da Israele alla Gaza dominata da Hamas, fino alle posizioni della destra americana che sostiene Trump.

È solo una concezione laica, realista e non assolutista della politica il terreno perché la diplomazia renda possibili le mediazioni. Una politica dai colori salvifici non può prevedere un dialogo tra diversi: se si vuole realizzare sulla Terra il “bene assoluto”, l’arte del compromesso è inaccettabile.

Non rientra nei compiti di chi gestisce la cosa pubblica realizzare la società perfetta, liberare l’uomo da tutti i mali. Nel 1987 l’allora cardinale Joseph Ratzinger invitava gli uomini politici a “essere sobri e attuare ciò che è possibile, non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile”. Limitarsi a ciò che realisticamente si può ottenere, aggiungeva, non è un cedimento morale, o un pragmatismo di bassa lega: al contrario di quanto si pensa di solito, “non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

Il declino del soft power e l’ascesa del brutalismo politico

Leggi l’articolo di Luciano Violante

La mediazione non è amata dai messianismi secolari ma neppure – nota ancora Violante - dalla politica intesa come “management sociale” che avanza. L'idea di governare lo Stato “come un'azienda", secondo i principi del New Public Management e, più in generale, del neoliberismo, si è fatta strada sbandierando “efficienza ed efficacia” maggiori rispetto alle lunghe e fatiganti pratiche parlamentari. I leader politici di domani, utilizzando gli algoritmi dell’intelligenza artificiale e dei social network, “educano” il popolo a una situazione di micro-conflittualità permanente. I politici assumerebbero più o meno il ruolo di amministratori delegati dell’istituzione generale, promettendo trasparenza e responsabilità nell'uso delle risorse pubbliche.

Curtis Yarvin, uno degli intellettuali più citati dal vicepresidente americano J.D. Vance, presenza fissa nei media repubblicani, in un’intervista al “New York Times” ha teorizzato che il modello da seguire sia quello delle grandi aziende che sono “monarchie in miniatura: funzionano perché qualcuno comanda e gli altri eseguono”, mentre le istituzioni dello Stato sarebbero ormai aziende fallite, la democrazia una debole aristocrazia di esperti, giudici e professori.

Sabino Cassese notava come “il Regno Unito e la Cina hanno affidato allo stesso architetto (Richard Rogers, ndr) il compito di progettare e costruire rispettivamente il quinto terminal dell’aeroporto di Heathrow a Londra e il terzo terminal dell’aeroporto di Pechino: il primo è stato costruito in vent’anni, il secondo in quattro”. Il dirigismo, l’assenza di opposizione politica rendono certamente il gigante asiatico più rapido e anche più efficiente nella sua azione rispetto alla Vecchia Europa: “ripulire” un quartiere dei suoi abitanti e non dover rispettare vincoli ambientali per fare spazio a novità urbanistiche è molto meno problematico a Shanghai che a Londra, non essendo attive forme di tutela democratica.

Liberismo hard e Partito unico su questo punto si trovano d’accordo.

La politica, tuttavia, non è solo “arte del fare”, ma anche del prevedere, su larga scala e nei tempi lunghi, i suoi effetti generali sulla società: non sempre la fretta “efficientista” tiene conto di tutti i fattori e trova le soluzioni migliori. La democrazia è confronto tra maggioranza e minoranza, nel rispetto delle diversità, che nessuna emergenza può eliminare. E ha il suo specchio, in politica estera, proprio nel metodo della diplomazia. La politica è difesa di interessi generali, che permettano ai singoli, ai corpi sociali e ai popoli di perseguire pacificamente le proprie aspirazioni di bene. La diplomazia va collocata entro questi orizzonti, confinarla alla mera ratifica di “contratti” vantaggiosi in termini di relazioni globali significa umiliarla. E minare uno dei fondamenti della vita democratica.

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