Ambasciatore Regazzoni, la diplomazia svizzera è storicamente nel segno della neutralità. Ma cosa significa neutralità, visto che spesso viene intesa in modo riduttivo se non addirittura non corrispondente al vero?
La neutralità può essere interpretata in modi diversi. Il governo svizzero distingue tra un diritto della neutralità e una politica della neutralità. La politica della neutralità è la capacità di adattare il diritto alle differenti condizioni storiche. Ciò significa che la neutralità non è una dottrina monolitica, definita una volta per tutte, statica e atemporale. C’è una corrente nell’opinione pubblica che, invece, vorrebbe proprio quello. Nel 2026 avremo un referendum che ci chiamerà a esprimerci su questo tema. La posizione del Consiglio Federale, come ho ricordato, ritiene opportuno l’adattare il punto giuridico alle circostanze che si presentano di volta in volta. Occorre precisare che non si sta parlando di una neutralità d’opinione. Infatti, in caso di conflitto bellico non si prevede un sostegno militare a una delle due parti confliggenti. Tuttavia, questa scelta non impedisce alla Svizzera, come nel caso della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, di aderire alle sanzioni applicate dall’Unione Europea nei confronti di Mosca. Sul tema della neutralità, il dibattito in Svizzera è assai vivace. Anche perché la neutralità, da molti secoli, è una caratteristica fondamentale della Confederazione, al punto da rappresentane un tratto identitario. Ma questa è una ragione supplementare che ci deve motivare ad andare alle radici di cosa effettivamente esprima il concetto di neutralità. Che non può essere mai uno scudo magico che, per il fatto stesso che esiste, ci pone al riparo da qualsiasi minaccia. Concretamente, ritengo che non ci possa essere alcun scudo magico che ci risparmi dalle mire aggressive della Russia di Putin sull’Europa come sta accadendo, purtroppo, per l’Ucraina.
Lei ha scritto: «Oggi il mondo delle regole subisce la sfida del mondo della forza». In che misura questo cambio di paradigma influisce sulla Svizzera e sulla sua politica estera?
Si tratta di un cambio di paradigma capitale. Soprattutto da quando gli Stati Uniti sembrano aver preso commiato dall’ordine liberale post Seconda guerra mondiale di cui sono stati storicamente l’incarnazione. Lo hanno fatto per sposare una politica basata sulla forza. Rimango convinto che la Nato sopravviverà a Donald Trump, come sono altrettanto convinto che la situazione attuale possa rappresentare una sveglia salutare per gli alleati. Ma indubbiamente mai, come in questa fase storica, l’ordine fondato sulle regole – cioè l’ordine di ispirazione liberale – è messo in discussione. Oggi la novità è che sono proprio gli Stati Uniti a farlo. Venendo alla Svizzera, il 1° agosto 2025 – festa nazionale della Confederazione – è stato il giorno dell’annuncio di Trump dei dazi al 39%: quella decisione ci ha provocato un risveglio molto amaro. Anche se poi, come pare, la situazione è un po’ rientrata. Ma questa parziale retromarcia non attesta un ritorno al mondo delle regole. Perché anche un 15% esprime una condizione sfavorevole. Comunque, dentro al nuovo mondo della forza.
E in che misura il metodo di una politica legata all’esercizio della forza sta incidendo nel sentimento del popolo svizzero?
Il disorientamento e lo sconcerto verso decisioni arbitrarie come i dazi sono trasversali ai partiti, seppur a diverse intensità per via dei propri orientamenti. Siccome il cambio di paradigma è destinato ad avere un processo nel tempo, anche le discussioni andranno di pari passo. Ci troviamo a vivere il primo capitolo di una storia nuova e piuttosto lunga. Tuttavia, mi pare di cogliere una paradossale maggiore suscettibilità in alcuni verso l’Europa piuttosto che verso il trattamento che ci sta riservando la politica del presidente Trump.

Foto di Markur Stzudzinski
A proposito, parliamo del dialogo della Svizzera con l’Unione Europea.
L’Ue è di gran lunga il nostro principale partner politico ed economico e, a seguire, gli Usa. Abbiamo con l’Unione Europea una rete di relazioni politiche ed economiche strettissime. Ora, in seguito a un lungo processo abbiamo raggiunto un accordo, dal mio punto di vista, equilibrato che serve a rendere più stabili i nostri rapporti con Bruxelles. Nella Confederazione il dibattito sull’Ue è molto vivace e non poco controverso. Si registrano timori anche legittimi ma, in diversi casi, esagerati. L’accordo che è sul tavolo e sul quale ci esprimeremo con il voto presumibilmente nel 2027 punta proprio sui criteri per affermare il valore della stabilità nelle relazioni. Sui vantaggi basati su norme condivise. E questo è sicuramente un metodo auspicabile nei dialoghi a livello internazionale.
E tra la Svizzera e l’Alleanza Atlantica quali i punti condivisi e quali le criticità?
L’opinione pubblica svizzera è complessivamente attaccata alla neutralità. Ma, come ho già ricordato, una parte non marginale è attaccata a una concezione della neutralità vista come panacea, come uno scudo magico. Oggi è necessario provvedere alla credibilità della propria difesa tenuto conto che le spese che destiniamo alla difesa nazionale sono al di sotto dell’1%. Oggi, con le minacce che hanno raggiunto livelli assai sofisticati – in azione non c’è più solo il carrarmato – ovvero con l’elemento tecnologico sempre più incisivo e decisivo, si risponde con la cooperazione. Questo non vuol dire abdicare alla nostra neutralità. Se si scorrono i documenti del Governo svizzero, l’elemento della cooperazione è già ben presente, non è qualcosa da inventare. E cooperazione nell’ambito dell’Alleanza Atlantica significa due cose: Inter-operatività da un lato e, in secondo luogo, gli acquisti comuni di armamenti, il che determina un oggettivo plus in termini di riduzione dei costi. Ma, ribadisco, nell’opinione pubblica rimane accesa la discussione per via di quell’attaccamento atemporale alla neutralità.
In considerazione degli stati di alterazione su scala globale, come si concilia il neutralismo della Confederazione con la questione cruciale della domanda di maggiore sicurezza?
La neutralità, oltre che al nostro interno, deve essere compresa dagli amici perché noi, per definizione, non abbiamo alleati. In materia di produzione e vendita di armi in Parlamento la discussione è molto accesa. La strada da intraprendere non può essere quella dell’uguaglianza di trattamento verso tutti. Perché così si mette sullo stesso piano aggressore e aggredito. E per difendere in maniera fattuale la tua sicurezza hai bisogno di relazioni solide con gli amici, ai quali deve essere possibile vendere materiale bellico.
Rispetto alla tragedia di Gaza ritiene che la diplomazia abbia mancato al suo scopo? La “visione” svizzera avrebbe potuto dire qualcosa di significativo?
Nel mondo della forza la Svizzera, che non è una potenza, come altri Paesi, ha una chance solo continuando ad affidarsi alla diplomazia delle regole. Non possiamo soprassedere, perché tutto sembra andare in altra direzione. Per quanto riguarda la drammatica vicenda di Gaza, io credo che la Svizzera abbia perso un’occasione per ricordare qual sia una colonna portante della sua azione tradizionale, vale a dire l’importanza di perseguire il diritto internazionale umanitario. Siamo stati un po’ troppo silenti. Pensiamo alle Convenzioni di Ginevra, quello è lo strumento universalmente ratificato da 196 Paesi, un numero addirittura maggiore di quelli che siedono alle Nazioni Unite. E perciò avremmo avuto ragione a ricordarlo con più convinzione. D’altra parte, non disconosco l’effetto dell’uso della forza nel condurre alla tregua. Certo, uno sfoggio di muscoli e minacce, ma che ha perlomeno portato alla tregua. Non credo che possa essere una ricetta universale ma, nel caso specifico, bisogna dire che una tregua è sempre meglio di una guerra. Non parlerei di pace, però.
Oggi, l’Onu non sembra attraversare la sua stagione migliore. La sua funzione appare sempre più marginale rispetto a uno scenario globale di profonde tensioni. Quali le ragioni?
Ammettiamolo: questo è il momento più basso del multilateralismo. Tuttavia sarebbe ingeneroso e ingiusto prendersela con le organizzazioni rappresentative, che hanno la forza che gli stati membri concedono loro. L’Onu non sfugge a questa evidenza. Faccio un esempio. Le ultime sanzioni contro la Corea del Nord del 2017 per i test nucleari sono state prese con l’assenso di Russia e Cina. Non parliamo perciò di un periodo troppo lontano nel tempo. Che fare, allora? Visto che la forza sta prevalendo, mettiamo da parte le istituzioni che, per loro natura, esprimono il valore delle regole? Io credo che non si possa e non si debba cedere all’alternativa di un metodo che punta sull’esercizio della forza. Il fatto di sapere che il diritto è violato, per esempio a proposito delle Convenzioni di Ginevra, ritengo sia molto importante. Non bisogna cedere alla logica di chi vorrebbe spazzare via regole e convenzioni. Forse oggi è una magra consolazione, ma ricordarselo è fondamentale. Credo che sia necessario ripartire dal multilateralismo che non sarà la panacea di tutti i mali, certamente è perfettibile ma, ragionevolmente, non ha alternative. Perché l’alternativa al multilateralismo è il sistema della forza. E io non ho dubbi su quale opzione scegliere, soprattutto per chi non dispone della forza. La forza di cui stiamo parlando è appannaggio di quattro o cinque potenze. Come Europa, dunque, abbiamo tutto l’interesse a sostenere con decisione il sistema multilaterale, anche se in questo momento non funziona come dovrebbe. È quasi sotto scacco. E tengo a precisare, da sostenitore della prima ora di una visione realistica delle cose, che non ho mai giocato a porre il diritto contro la forza. L’uno necessita dell’altro. E viceversa. Il diritto senza la forza è l’idealismo inconcludente; mentre la forza – e mi riferisco alla forza militare – senza il diritto è solo volontà di potenza che non ha freni, una manifestazione ostentata del dominio. Non è pensabile, proprio per ragioni di realismo, che il diritto possa stare in campo senza la forza. Ne ho fatta esperienza, da giovane diplomatico, al tempo della guerra nei Balcani. Non dimentichiamo che quella tragedia si è conclusa quando sono intervenuti i bombardamenti massicci della Nato. Ma oggi sta prevalendo il senso opposto, con la forza che ritiene di procedere come se il diritto non esistesse.
Lei è stato ambasciatore svizzero in Cina. Una realtà complessa e per certi versi insondabile agli occhi dell’Occidente. Quali caratteristiche ha la diplomazia di Pechino? Come è mutata negli ultimi anni?
Ci sono molti fraintendimenti sulla Cina. Tra i più diffusi, quello che la Cina abbia capito tutto, abbia già vinto, ormai diventata leader tecnologico. Ma questa è propaganda cinese. Che però attecchisce in Occidente perché si conosce ancora poco o nulla di quel grande Paese. La Cina, a partire dal 1980, è stata protagonista di uno sviluppo economico che non ha pari nella storia dell’umanità per quanto riguarda la lotta alla povertà e sviluppo tecnologico, senza però essere la realtà più innovativa, nonostante la narrazione. Detto ciò, la Cina è numero uno al mondo nella produzione di veicoli elettrici, batterie, energie rinnovabili, cantieri navali. Certo, con massicci sussidi di Stato, ma i risultati sono indiscutibili. La Cina deve fare i conti con molti problemi, il più importante riguarda proprio la sua economia fortemente orientata all’esportazione. In quanto il consumo interno, che è poi la molla del salto finale verso il pieno sviluppo – come è riuscito alla Corea del Sud – soffre parecchio. Nonostante una popolazione di un miliardo e quattrocentomila abitanti, in Cina, paradossalmente, mancano i consumatori perché sono per lo più in età avanzata. La Cina sta pagando la politica del figlio unico adottata per quarant’anni, un arco temporale lunghissimo. Ecco perché è notevole il suo attivismo al di fuori dei confini. Ha sì motivi economici ma, allo stesso tempo, è motivato da ambizioni di potenza. Che per noi occidentali diventano problematiche quando sono espansionistiche e non collaborative. Va detto che non ci troviamo di fronte all’espansionismo che ha caratterizzato l’Unione Sovietica, che aveva nei suoi programmi esportare il proprio modello fino all’ultimo Paese dell’Africa. Ma per quanto riguarda il Mar Cinese Meridionale, dove passa il 30% di tutto il commercio mondiale, quando c’è un Paese che vuole essere egemone in quella parte di mondo, ebbene questa è una questione che ci riguarda eccome. Tuttavia, queste oggettive complessità, non ci impediscono di avere un partenariato economico con la Cina, che certo non è quello che abbiamo con l’Unione Europea. Da una decina d’anni, la Svizzera ha un accordo di libero scambio con Pechino. Nessun altro Paese europeo lo ha. Sta fornendo buoni risultati. La Cina è un attore importante dal punto di vista economico e tecnologico e dunque ben vengano gli accordi di libero scambio. È chiaro però, che a proposito di multilateralismo, siamo obiettivamente su sponde diverse, anzi opposte. La Svizzera sposa il modello multilaterale liberal-democratico. L’alternativa è solo l’autocrazia, che non fa sicuramente al caso nostro.

Foto di Markus Wrinkler
La partita cinese si gioca tutta nel rapporto con gli Usa?
L’elemento per comprendere le relazioni internazionali negli anni a venire passa indiscutibilmente dalla relazione fra Stati Uniti e Cina. Che è soprattutto una relazione nel segno della rivalità. Che è auspicabile rimanga sotto controllo. Pochissimo altro ha la stessa valenza geopolitica. E su quell’asse la relazione diplomatica è incentrata in modo predominante sui rapporti di forza. Rispetto al tema della nuova configurazione dei blocchi, è indubbio che ha una sua rilevanza la relazione fra la Cina e Russia, benché non si possa parlare di amicizia. Come pure vanno seguite con molta attenzione le mosse di India e Brasile, che ormai si pensano come potenze e, nel gioco delle alleanze e delle sponde, possono assumere un ruolo non secondario. E con un destino futuro più incisivo, se messo a confronto con quello che potrà avere la Russia, per lo più una potenza militare. Insomma, Mosca ha meno carte da giocare rispetto all’India, espressione ambiziosa di quel Sud del mondo che si vede protagonista di una globalizzazione totalmente ripensata. Ma, ripeto, tutto ruota innanzitutto sulla sfida fra Usa e Cina.
Con la scomposizione dei blocchi e la ricomposizione di blocchi nuovi, ovvero nuove alleanze, il neutralismo svizzero quale futuro può avere?
Il popolo svizzero è molto attaccato alla neutralità: tale tratto distintivo è destinato ad avere un futuro. L’iniziativa sulla quale si voterà nel 2026 vorrebbe inserire la neutralità nella costituzione come un fine. Si tratterebbe di un cambiamento fondamentale e pericoloso rispetto al pragmatismo finora prevalso, che adatta la neutralità alle circostanze che si pongono di volta in volta. Spero che il dibattito di qui all’appuntamento referendario serva non solo a ribadire i propri convincimenti o a rafforzare i tratti identitari, ma che converga sul punto per davvero dirimente: vale a dire, se la neutralità rafforza la nostra sicurezza. Sono convinto che essa non possa prescindere dall’approfondimento della cooperazione con i nostri vicini in termini di politica di sicurezza, come il governo ha già cominciato a fare.
Se le dico: l’arte del compromesso è la più efficace espressione della diplomazia?
È così! Anche quando sembra che ormai non vi sia più alcun pertugio a impedire la rottura, ecco che si può inserire l’arte del compromesso, un modo diverso di negoziare, che si adopera per smussare gli angoli, e questo storicamente porta a risultati sorprendenti. Ancorarsi sempre e comunque alle questioni di principio è quasi sempre muoversi su un terreno scivoloso che porta inevitabilmente alla spaccatura, al conflitto. La diplomazia deve impegnarsi per trovare possibilità di dialogo senza arrendersi un attimo prima. L’arte del compromesso è un metodo fondamentale per cercare soluzioni possibili ma anche impossibili. Per questo motivo, l’arte del compromesso non va mai accantonata. Soprattutto oggi, di fronte all’offensiva del mondo della forza.
