Quadrimestrale di cultura civile

Ma cos’è questa crisi?

Dalla diplomazia come forma del diritto internazionale alla diplomazia che impone il metodo della forza. Di fatto, relegandola all’insignificanza. Le relazioni diplomatiche fra Stati stanno vivendo una lunga stagione di bassa pressione. La nuova postura del protagonismo imperiale è l’esito di una metamorfosi che sta contagiando il mondo. Le cause di questo fenomeno sono molteplici e tutte assai preoccupanti. Tuttavia, si può ancora uscire da questo vicolo cieco. Senza cadere nel tranello delle scorciatoie, ma tornando a coltivare l’arte del compromesso. Virtuosa lezione di oggi che va ripresa e rilanciata. Per costruire relazioni di pace. Appunti dal monografico di Nuova Atlantide

Quel che stiamo vedendo – una diplomazia (ma possiamo ancora definirla tale, per la piega che hanno preso le cose e cioè il rito dei non rapporti?) che ha assunto come metodo la forza – ha messo in crisi le relazioni di civility e dunque le consuete relazioni diplomatiche fra Stati. Questo modus operandi assertivo e muscolare è la nuova postura del protagonismo imperiale. Il tramonto della globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta vede oggi il ripetersi di un triste spettacolo dove, sulla scena, la recita appartiene a pochissimi protagonisti (verrebbe da dire soprattutto i soliti noti) impegnati a ridisegnare un nuovo ordine mondiale sulle macerie della tradizionale azione diplomatica, che aveva come pilastro fondamentale la politica del diritto. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia come i piani impositivi in corso (così è al momento di andare in stampa con il numero), per nulla dialoganti, per porre fine al conflitto (così come sono numerose le criticità che hanno portato alla tregua in Palestina) certificano l’evidenza di un radicale capovolgimento della realtà. Una vera e propria metamorfosi dettata dalla metamorfosi sopraggiunta all’interno degli imperi.

La volontà di potenza

Ecco allora che non è secondario interrogarsi se, nel riassetto globale – esito di scomposizione e ricomposizione di blocchi e alleanze – la diplomazia come metodo di relazione, come arte del compromesso, come territorio di incontro fra diversi che beneficia della forma del diritto, possa ancora avere una ragion d’essere. O se tale modello di diplomazia stia inesorabilmente tramontando per la definitiva affermazione di una diplomazia forgiata sulla volontà di potenza.  

Il monografico di Nuova Atlantide cerca di entrare in questo labirinto insidioso, ricco di criticità. Provando innanzitutto a comprendere le ragioni che hanno portato alla conclamata crisi della diplomazia. E, come può accadere solo quando emerge la qualità dei contributi, l’analisi della situazione – approfondita nei suoi più diversi aspetti – ne contiene anche una possibile e realistica via d’uscita. Insomma, la partita – oggettivamente complicata – rimane comunque aperta. Ma oggi, a dire il vero, appare più come un pertugio. Siamo davvero lontani dalle stagioni nelle quali la diplomazia dipanava persino le più spinose controversie. L’articolo di Da Rold è un utilissimo affondo nella Grande Storia, allorché si riusciva a sciogliere anche qualche nodo particolarmente ben fatto. Perché veniva sollecitato il virtuoso realismo dell’arte del compromesso. Adesso si toccano altre corde molto meno concilianti. Prodotto delle metamorfosi e dell’arretramento del diritto, non più sistema giuridico globale fondato su principi condivisi, come delucida Portinaro.

Storia delle relazioni internazionali

Leggi l’articolo di Gianluigi Da Rold

Ma quali sono i tratti più significativi di queste metamorfosi, di questo “abbrutimento” che sta rendendo tutto assai complicato, ambiguo, violento e perciò controverso? Urbinati e Violante si soffermano sul ricorso a un linguaggio perturbativo, maleducato e brutale. Scrive Urbinati: «Linguaggio e contesto sono in simbiosi. Per spiegare questo, che dovrebbe essere senso comune, mi servirò di casi esemplari negativi o che segnalano una rottura di questa simbiosi. Nelle relazioni interpersonali che si dipanano nella società e nelle interazioni all’interno e tra gli Stati assistiamo a una fattualità assertiva che si impone senza veli e rivendica la legittimità nel nome della forza. Fattualità anormativa, si potrebbe dire, o il semplice proporsi agli altri senza mitigare emozioni e passioni, nel nome di una mal interpretata sincerità e trasparenza».

E questo modo di fare, di imporsi screditando e talora umiliando l’interlocutore (come è stato il caso del celebre attacco del presidente Usa a quello dell’Ucraina ospite alla Casa Bianca) denuncia un sostanzialmente menefreghismo verso la diplomazia che, proprio in quei momenti, sta lavorando dietro le quinte. Perché la diplomazia efficace agisce proprio così, chiarisce la professoressa della Columbia University. Mentre per Violante: «Oggi, il soft power è considerato un "caro estinto" e prevale l’hard power. Un segnale di questo mutamento è la lingua del presidente Trump, descritta come brutalista, antiestetica e volgare. Questo brutalismo richiama l’architettura degli anni ’50 che combatteva l’eleganza del Movimento Moderno con la crudezza del cemento a vista. Il cambiamento della lingua in politica “denuncia il cambio dei contenuti e dei caratteri della politica”; quando il brutalismo prevale, la democrazia regredisce».

Ma c’è chi opera…

Botto e Grassi motivano lo stato di regressione in atto con l’insorgenza di visioni manichee che tracimano nella prepotenza. E aggiungono che «siamo nel pieno della variopinta ideologizzazione del religioso a scopi politici. Come nel caso degli Usa di Trump e della Russia di Putin. Ma lo spettro si può tranquillamente allargare. E alla base di questo processo vi è il fatto di affidarsi a una concezione salvifica della politica. Venendo così ad assolutizzarla, con tutte le criticità del caso. Per provare a invertire la rotta, occorre piuttosto avviare un percorso di “relativizzazione” della politica (che non significa sminuirla) e di ritorno alla saggia e lungimirante frequentazione del “compromesso”».

Giovannini spiega i motivi per cui la diplomazia non è morta: «In un mondo attraversato da conflitti armati, crisi umanitarie e nuove fratture geopolitiche, questa può sembrare un’affermazione anacronistica, quasi ingenua. Eppure, dietro i toni accesi della politica internazionale e la disillusione crescente dell’opinione pubblica, la diplomazia continua a operare, spesso lontano dai riflettori, cercando spazi di convergenza. Lo ricorda il Rapporto ASviS 2025 dal titolo Pace, giustizia e diritti: pilastri della sostenibilità».

Il terreno è certamente assai scivoloso eppure l’opzione della cooperazione globale – che interpella tutti, non solo i potenti – rappresenta per davvero un’alternativa credibile su cui continuare a insistere. Anche questa è diplomazia. Come racconta nel suo contributo Bencini, attento studioso dell’impatto che le questioni legate al clima e all’ambiente hanno nelle relazioni diplomatiche. Tema tutt’altro che marginale in particolare oggi che tutto sembra aver allentato l’attenzione verso questo tipo di argomenti.

Zamagni, per dire delle condizioni assolutamente svantaggiose sul quale prova comunque a muoversi la diplomazia (non si è dunque ancora arresa), prende le mosse da un dato di cronaca che lo ha non poco inquietato: la sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 22 settembre scorso che «si è conclusa con un nulla di fatto, certificando spaccature tra le parti e incapacità di avviare veri negoziati di pace. È questa l’ennesima dimostrazione del piano inclinato sul quale si sta muovendo, ormai da anni, la diplomazia in tutti i paesi, sia pure con modalità diverse. Trovarne le cause non è certo cosa semplice, ma è un compito che va assolto se il fine che si intende perseguire è il peace-building e non meramente il peace-making, come troppo spesso accade di ascoltare».

Mosca, Svizzera, Santa Sede

Infine ecco tre fotografie necessarie per fare un piccolo passo in avanti, allo scopo di conoscere qualcosa in più di quel che intende Mosca per diplomazia, dove poggia il neutralismo della Svizzera che permane e la storica vocazione alla diplomazia della Santa Sede. Le “scattano” tre ambasciatori: l’italiano Giorgio Starace (in Russia in un periodo caldissimo, dall’ottobre del 2021 al gennaio del 2024), lo svizzero Bernardino Regazzoni (è stato in Francia ma soprattutto in Cina, e le sue parole su come Pechino si stia muovendo dal punto di vista diplomatico sono piuttosto significative) e l’uruguaiano Guzmán Carriquiry, testimone diretto di cinquant’anni di attivismo diplomatico del Vaticano. Lo stesso Starace, in un passaggio, si esprime sul ruolo che ha svolto e continua a svolgere la Santa Sede rispetto alla guerra d’aggressione del Cremlino grazie all’intraprendenza riservata del cardinale Matteo Zuppi.

C’è poi la sfida della cyber sicurezza che sta impattando in misura assai significativa sul volto o, forse di potrebbe dire, sulla maschera della nuova diplomazia. Ogni Paese ne sta cogliendo la rilevanza strategica. E non vi è nulla di fantascientifico, anzi. Lo chiarisce Caligiuri, profondo conoscitore della materia, professore e professionista assai ascoltato. Va da sé che il tema della crisi della diplomazia abbia molto a che fare con i travagli che la democrazia vive in Occidente. L’influenza di poteri esterni alla politica orchestrata da miliardari che hanno grande confidenza con la tecnologia genera consenso e indirizza le scelte. Si servono della politica facendo intendere di servirla. Manipolatori eccellenti! Nel segno della più “intelligente” ambiguità. Più del dialogo possono gli algoritmi che, messi alla prova, offrono performance che fanno al caso di oligarchie varie. Le voci del giornalista Stefano Feltri e del professor Davide Bolchini, che insegna negli Stati Uniti, ciascuno dal proprio osservatorio privilegiato, entrano nel merito di questioni che non hanno nulla di distopico. Questioni assai problematiche, certo. Il punto, poi, sono sempre gli anticorpi. E gli anticorpi non sono mai astrazioni.

L’arte del possibile è possibile

Già, gli anticorpi. In tutti i contributi, in modo esplicito o tra le feconde righe, viene dato credito alla possibilità che torni a esprimersi una diplomazia capace di peace-building, come suggerito da Zamagni. E una diplomazia in grado di costruire la pace è quella che riporta sotto la luce dei riflettori l’arte del compromesso. L’arte del possibile. Quella forma di arte che si tiene alla larga da messianismi e concezioni salvifiche affidate alla politica. E, beninteso, non si tratta di svolta culturale che riguarda solo i decisori della cosa pubblica. Perché ciascuno è chiamato a far lievitare piccole esperienze dialoganti. Granelli di sabbia nel deserto? Forse. Però il deserto, fino a prova contraria (lì, al momento, non si vede metamorfosi di sorta), è fatto di granelli di sabbia…  

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