Quadrimestrale di cultura civile

La nuova diplomazia di Mosca

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Come si muove il Cremlino? Perché oggi privilegia i canali bilaterali? Al tempo della guerra e delle oggettive difficoltà del multilateralismo, perché Mosca persegue anche antiche ritualità e formalità diplomatiche? Cosa pensa di Trump, dell’Europa, della Cina, del Vaticano? «Quello che la diplomazia russa ha scontato negli ultimi tempi è un po' quello che ha scontato anche la diplomazia occidentale. Non c'è alcun dubbio che il Ministero degli Esteri russo abbia subìto questo conflitto perché non appartiene esattamente alla linea espressa nel 2022 dal Ministero degli Affari Esteri e dallo stesso Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Questo io lo penso e lo continuerò a pensare avendone avuto, essendo a Mosca, la chiara sensazione». Dialogo con l’ex ambasciatore d’Italia in Russia. Operativo nella capitale moscovita quando è incominciata l’invasione dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, da parte dell’Armata russa

Ambasciatore Starace, la diplomazia di oggi sembra avere un volto diverso da quella tradizionale, ma è proprio così?

Questo senz’altro. Nella mia esperienza di diplomatico ho vissuto due epoche della diplomazia. Nella prima, la diplomazia veniva attivamente utilizzata in un contesto che io definirei di multilateralismo efficace, cioè in un contesto in cui erano numerosi i fori negoziali efficaci. Parlo delle Nazioni Unite, dell'Unione Europea, dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), di tanti fori multilaterali in cui gli ambasciatori si incontravano e, su istruzioni delle autorità di governo, procedevano a negoziare questioni che spaziavano sui più diversi campi. Questo vale anche nel grande rapporto dinamico instauratosi dopo gli accordi di Helsinki del 1975, con tutti i round negoziali che ne sono seguiti nel rapporto tra la Russia e l'Occidente, quindi tra la Russia e l'Europa Occidentale e gli Usa. Quella fase della diplomazia, estremamente attiva ma allo stesso tempo estremamente discreta, seguiva linee di condotta e parametri oliati nei secoli e consuetudini che traevano la loro linfa da precedenti storici; dalla stessa pace di Westfalia (1648) in poi, questa diplomazia, che poteva contare su livelli di assoluta eccellenza, ha sicuramente sofferto un cambio importante, graduale ma forte.

Dovuto principalmente a cosa?

Sicuramente l’epoca dei social network e la velocità della comunicazione hanno reso meno discreta e meno efficace la diplomazia. In molti casi, i leader politici si sono scambiati comunicazioni ma anche invettive via social network e gli ambasciatori hanno subìto questo metodo aggressivo, per poi magari impegnarsi, dietro le quinte, nel tentare di porvi rimedio. In politica internazionale, purtroppo, le parole pesano molto e possono causare, per lungo tempo, notevoli attriti. Non dimentichiamo che la politica internazionale la fanno degli uomini.

Ma c’è anche un altro aspetto da non sottovalutare ed è la fine di quello che io chiamo il multilateralismo efficace. Un tema che riguarda sia l’Occidente, sia la Russia. Da qualche tempo si stanno preferendo canali bilaterali e un certo tipo di politica di potenza di bismarckiana memoria, che sicuramente non aiuta il lavoro diplomatico. Ci si confronta sempre più con fait accompli, cioè con situazioni di fatto e non de jure e quindi tutte le consuetudini, così come le regole internazionali, vengono trasgredite o bypassate. Non è un caso che in televisione vengano interpellati personaggi sempre meno legati alla diplomazia o politici che parlano di accordi e di compromessi, e sempre più militari o personaggi che parlano di armi di difesa e argomenti del genere.

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Lei è stato ambasciatore d’Italia in Russia dal 1° ottobre 2021 fino a gennaio 2024. Quale idea di diplomazia ha Mosca? Nella sostanza, rimane quella novecentesca oppure è mutata?

 Questa è una domanda assai importante. Non c’è dubbio che la scuola diplomatica russa sia di antichissima tradizione, poggia moltissimo sul rispetto di determinati rituali e di determinate formalità. Io sono stato molto spesso a trattare con i colleghi russi al Ministero degli Affari Esteri e anche al Cremlino. In ogni occasione ho riscontrato da parte loro l’assoluto rispetto del ruolo del diplomatico, dell’ambasciatore, anche nei momenti più difficili. Perciò, da questo punto di vista, parliamo di una diplomazia impeccabile.

Quello che la diplomazia russa ha scontato negli ultimi tempi è un po’ quello che ha scontato anche la diplomazia occidentale. È certo che il Ministero degli Esteri russo abbia subìto questo conflitto perché non appartiene esattamente alla linea espressa nel 2022 dal Ministero degli Affari Esteri e dallo stesso Ministro degli Esteri Lavrov. Questo io lo penso e lo continuerò a pensare avendone avuto, essendo a Mosca, la chiara sensazione.

Cosa intende precisamente?

Voglio dire di una diplomazia estremamente proattiva che nella parte finale, ovvero poco prima dell’avvio del conflitto, aveva portato avanti una serie di iniziative di grande rilievo. Ricordo la proposta russa del dicembre 2021, elaborata dal Ministero degli Esteri e recapitata alla Nato e al governo degli Stati Uniti, in cui si prevedeva tutta una serie di regole inerenti il rispetto dei criteri di sicurezza per la Russia, per l’Ucraina e per l’Europa. Il fallimento di quell’iniziativa – rigettata in pochi giorni prima in ambito Nato e poi dal governo degli Stati Uniti, dopo che inizialmente il governo Biden aveva manifestato un cauto interesse – sicuramente ha incoraggiato l’importantissima frangia di élite russa favorevole all’azione militare.

Ma questa è la guerra di Putin o della Russia?

 Allora, sarebbe errato immaginare che la Russia non segua il suo zar, come viene chiamato in Occidente. Vivendo in Russia e confrontandomi con i russi, ho capito che l’autocrate Putin è un personaggio estremamente rispettato e quindi, con grande fatalismo, i russi ti dicono «Sì, magari questa guerra è sbagliata, ma intanto decide il Cremlino, perché io non sono in grado di incidere sulla realtà e neppure ho l’intenzione di protestare, perché questo non si fa».

Poi c’è un altro aspetto da non sottovalutare. La propaganda russa che, in principio, aveva concentrato l’operazione speciale in un’azione di redenzione e di assistenza delle popolazioni di lingua russa del Donbass contro un regime definito “nazista”, si è poi trasformata in una propaganda contro l’Occidente collettivo. Una propaganda che ha disegnato una Russia accerchiata. E quindi ha promosso una retorica patriottarda, neo imperiale: «Noi siamo soli ma noi siamo l’impero russo», (non dicono impero ma... insomma lo pensano), «dobbiamo reagire, rispondere alle provocazioni, alle aggressioni e ai tentativi unilaterali da parte dell’Occidente di imporre il tipo di pax che a noi non sta bene». Questa propaganda ha premiato il regime perché, in una fase di grande difficoltà, Putin è riuscito comunque a chiamare intorno a sé la grande maggioranza dei russi.

 Con entusiasmo o con poco entusiasmo?

Questo è un discorso complesso. Nel senso che è vero che in Russia esiste un consenso abbastanza generalizzato nei confronti di Putin; ma è altrettanto vero che ormai i russi sono stufi di questa guerra e non vedono l’ora che si arrivi a un qualche tipo accordo. Si muovono tra fatalismo e utilitarismo. Ma c’è un intero spaccato di società assolutamente ostile alla guerra: mi riferisco ai giovani, che non vogliono andare al fronte e che sono completamente fuori dalla propaganda retorica orchestrata dal Cremlino. Questa frangia di popolazione vede che è una guerra guidata da una gerontocrazia. I giovani non guardano la televisione e, appena possono, si collegano e si informano sui social network.

La Russia cosa vede negli Usa? Un competitor con cui dialogare o un nemico necessario?

 Il rapporto tra Trump e Putin è complesso perché non bisogna mai dimenticare il retroterra culturale e storico dei due personaggi. Da una parte abbiamo un immobiliarista, un uomo d’affari di New York che si confronta con un uomo dell’apparato, dei servizi, diciamo un servitore dello Stato di estrazione sovietica. Quando i due si parlano utilizzano linguaggi diversi; Putin è attento alla storia e quindi continuamente imbevuto di elementi storici, come da tradizione russa. I russi ritengono che occorra guardare sempre all’indietro perché, a loro dire, è dalla storia che si impara a guardare al futuro. Questo è il loro leitmotiv. Trump è invece completamente proiettato al futuro, abbastanza alieno alle ricostruzioni storiche. Ho letto che molto spesso Trump si sia un po’ annoiato durante le lunghe disquisizioni telefoniche che Putin gli faceva sulla storia del Donbass e così via. Il fatto che da parte americana si spinga per un accordo è indubbiamente legato a un capitolo importante della diplomazia americana, che definirei di tipo kissingeriano, vale a dire una politica estera sempre meno imbevuta di elementi ideologici cari alla sinistra liberal e molto più realpolitik, molto più orientata a una politica di bilanciamento della potenza. E qui entra in gioco la Cina. Quindi per gli Stati Uniti c’è in ballo un enorme azzardo. Un piano che prevede di riportare il rapporto con la Russia a un livello comunque accettabile. E che, parimenti, consenta agli Usa di rientrare in questo grande gioco del dialogo Russia-Cina-Usa.

Del quale la vittima è l’Ucraina di Zelensky. Come pure l’Europa. Sono per davvero cambiati i tempi. Tanto è vero che i russi si sforzano di mantenere aperto il dialogo con Trump. Il presidente degli Stati Uniti è ritenuto un interlocutore prezioso perché potrebbe essere il chiavistello attraverso cui vincere a tavolino questa guerra. Dopo averla vinta sul campo con un numero incredibile di morti. Inoltre, Trump è visto con apprezzamento utilitaristico da diversi personaggi russi di peso specifico importante. Come, per esempio, la bravissima governatrice della Banca centrale russa l’vira Sachipzadovna Nabiullina, che non ha mai mancato di ricordare a Putin le difficoltà oggettive dell’economia. Quindi riuscire, grazie a Trump, ad addolcire il sistema delle sanzioni – specialmente per quanto riguarda la parte delle risorse energetiche – avrebbe un’importanza notevole.

Per Mosca, la Cina è un alleato autentico o un gigante da temere?

 Nella storia della Russia, il rapporto con la Cina è sempre stato all’insegna dell’interesse. E viceversa. Adesso è molto sbilanciato. Mosca dipende in maniera sempre più marcata da Pechino, con esportazioni di risorse energetiche, ma anche per quanto riguarda i consumi, l’apparato industriale, le importazioni e così via. Quando ero a Mosca si vedevano le Mercedes, le Bmw... Quei marchi sono praticamente spariti: oggi per le strade si vedono quasi esclusivamente auto cinesi, oltre a camion e trattori agricoli. Una vera ecatombe. L’attuale rapporto con Xi Jinping è la tassa che ha dovuto pagare Putin per la sua guerra, per il suo azzardo.

Questa guerra – che è iniziata in un modo e potrebbe finire in un altro – ha comportato per Mosca uno sbilanciamento verso un versante lasciando, così uno spazio libero su altri versanti. Con un sopraggiunto mancato presidio di territori (pensiamo all’Asia centrale ma non solo a quella) e un’inevitabile dipendenza dai cosiddetti amici, in primis la Cina. Questa situazione deficitaria è uno dei motivi che guida l’ala dialogante a Mosca e che si contrappone all’ala militarista. I dialoganti stanno spingendo per tentare di agguantare l’accordo il prima possibile.

A proposito di altri scenari, vedendola dall’Europa e in nome di una sua legittima esigenza di maggiore sicurezza, essa può pensare a un’ostilità continua con la Federazione russa o sta già ragionando in una prospettiva diversa per rientrare sulla scena?

Allora, se io mi mettessi nei panni dei leader europei, in particolar modo della Germania, il paese che economicamente ha più risentito di questo tipo di contrapposizione con la Federazione russa, penserei che è fondamentale muoversi su due binari. Il primo è quello della deterrenza, perché è assolutamente vero che il presidente Trump ci ha fatto uscire dalla nostra adolescenza di europei. Lo ha fatto in maniera brusca, però il suo merito è di averci detto le cose con grande e cruda verità. Gli interessi vitali degli Stati Uniti non coincidono più, per molteplici motivi, con quelli dell'Europa Occidentale. La deterrenza europea quindi è un’urgenza, è un’urgenza di sicurezza. E quando parlo di deterrenza europea, diversamente da altri osservatori o diplomatici, mi riferisco sì al dramma dell’Ucraina, ma parlo anche del gravissimo problema del Mediterraneo, che dovrebbe essere sempre in cima ai pensieri di noi italiani. L’Italia ha assoluto bisogno di controllare bene le proprie rotte, i propri approvvigionamenti energetici. Nel Mediterraneo la situazione non sta andando per il verso giusto. Ci sono potenze che tendono a una strisciante ostilità, mi riferisco alla Turchia contrapposta a Israele, per esempio.

Insomma, non è una situazione stabile. Ma, insieme alla deterrenza, è fondamentale riprendere il dialogo con Mosca Perché? Immagini questo scenario, assolutamente possibile. Che questa guerra termini con un accordo che preveda una prima soluzione “alla coreana”, cioè una linea armistiziale non riconosciuta dalle due parti. E che l’artefice primo di questo armistizio sia Trump, com’è nell’evidenza dei fatti. Ebbene, il presidente Usa si assume ogni merito e così, nel contesto di questo accordo, ne stipula un altro con Putin per l’apertura di rotte commerciali nell’artico russo, con la conseguente presenza di aziende e banche americane, e un più che scontato alleggerimento delle sanzioni.

D’altro canto, in questo scenario tutt’altro che irrealistico, al di là che possa andare per davvero in porto, l’Europa non sarebbe nelle condizioni di rimuovere le proprie sanzioni a Mosca. E ciò creerebbe una spaccatura tra Stati Uniti ed Europa nel rapporto con la Russia, con l’Europa costretta a continuare l’acquisto di risorse energetiche americane (innanzitutto gas) a prezzi molto alti. E sarebbe costretta a continuare ad acquistare tecnologia militare e armi americane per la propria deterrenza, mentre gli americani rientrerebbero in Russia dalla porta principale: dal punto di vista di Washington, questo varrebbe un grandissimo successo; dal punto di vista europeo, rappresenterebbe un problema di enormi proporzioni. Questo è il motivo per cui, oggi più che mai, l’Europa dovrebbe tentare di scongiurare questa soluzione che la vede tagliata fuori. E, al contrario, attivarsi con risolutezza – cosa che finora non ha fatto – con proposte diplomatiche per sedere legittimamente al tavolo della trattativa.

Cosa pensa della diplomazia degli ultimatum?

 Per la diplomazia russa, e per lo stesso Putin, non c’è niente di peggio che non capire cosa voglia esattamente il proprio interlocutore. Loro hanno assoluto bisogno della prevedibilità. Questa è un’altra regola della diplomazia russa. Ecco perché ritengo – e ciò vale anche in termini generali – che, se si sceglie di attuare la politica di potenza, gli ultimatum vadano portati a termine dimostrando, così, una credibilità come potenza. Oppure sono del tutto controproducenti.

Il realismo del Vaticano

Nel suo ultimo libro La pace difficile, diario di un ambasciatore a Mosca (Mauro Pagliai Editore, 2025), lei parla di retorica della pace giusta. Che cosa intende?

 Per ragioni politiche, molti politici italiani, giornalisti, uomini di pensiero, europei occidentali, ma anche americani, in certe situazioni di conflitti bellici richiamano la necessità di adoperarsi per una pace giusta. Le paci giuste non sono mai esistite nella storia dell’uomo, mentre sono esistite le paci durature. La pace giusta non è possibile perché in un conflitto c’è sempre una parte che in qualche modo prevale e un’altra parte che soccombe. Invece, un accordo di pace è frutto di un negoziato, e i negoziati sono l’esito di compromessi. La parte che perde – e lo dice la storia dell’umanità – deve sempre concedere qualcosa. È vero, è gravissimo che ancora succeda questo, perché si tratta di violazioni dei principi del diritto internazionale. Ma è come guarire una ferita: la cicatrice rimane sempre. Ecco perché penso che non sarà possibile una pace giusta in Ucraina. Come non c’è stata dopo la Prima guerra mondiale. Durante la conferenza di Parigi (1919), il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando lasciò il tavolo del negoziato e poi fu richiamato nella capitale francese, dopo alcuni giorni, a firmare l’accordo. L’Italia la considerò una pace ingiusta e la nostra vittoria fu considerata “mutilata” da molte parti dell’opinione pubblica.

Come si è comportata la Santa Sede sul terreno diplomatico rispetto alla guerra d’aggressione della Russia all’Ucraina?

 Intanto vorrei ricordare il grande uomo che è stato Papa Francesco. Il pontefice ha avuto il grande pregio in piena guerra, e parlo dell’inizio del 2023 (io ero a Mosca e leggevo le cose che diceva), di essere la prima autorità a rompere un certo tipo di omertà occidentale per cui chiunque si pronunciasse sulla necessità di negoziare con Putin veniva accusato di putinismo. A Papa Francesco non importò nulla di essere accusato di vicinanza al Cremlino, perché a lui era ben chiaro il concetto per cui quando c’è una guerra si negozia con la pecora e con il lupo, altrimenti non è possibile trovare un accordo. Bergoglio è stato il primo a gettare il sasso in quel vero e proprio stagno melmoso in cui le diplomazie europee – ma anche americana e britannica – si trovavano nel 2023, in una fase della guerra dove gli ucraini erano riusciti a respingere i russi, riprendendosi Kharkiv e altri territori. Quello era un momento, per così dire, magico, in cui invece di invocare la sconfitta strategica della Russia – a tutti gli effetti si trattava di una vistosa stupidaggine – si sarebbe dovuto iniziare un negoziato con il Cremlino, in maniera molto pressante e dura, presentando proposte operative incisive e realistiche. Papa Francesco ci provò, tant’è che io incontrai il Cardinale Matteo Zuppi in missione a Mosca, il quale si trasferì poi a Kiev e quindi a Washington. Quella fu una missione diplomatica per nulla velleitaria. Nel frattempo, la Santa Sede si spese in urgenti iniziative umanitarie, come l’incessante impegno verso i bambini vittime della guerra. Ricordo le parole dei miei interlocutori russi: «Guardi, ambasciatore, non pensi che quello che sta facendo la Santa Sede sia non notato da parte nostra». È lunga la lista delle cose che ha fatto la Santa Sede con enorme coraggio, una diplomazia discreta ed efficace. Perciò, in chiusura del mio libro, ho voluto inserire questa frase di Francesco, un monito da tener sempre presente: «Ogni guerra è una sconfitta, non si risolve nulla con la guerra, niente».

 

 

Giorgio Starace ha frequentato il corso 1975-‘77 della Scuola militare “Nunziatella” di Napoli. Laureato in Economia Politica presso l’Università Bocconi. Diplomatico italiano, ambasciatore d’Italia in Russia dal 1° ottobre 2021 a gennaio 2024. È stato ambasciatore d’Italia negli Emirati Arabi Uniti (2010) e, con lo stesso incarico, in Giappone (2017).

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