Compromesso e realismo
Editoriale. La tela della diplomazia
Oggi al tavolo della Storia l’antico strumento della mediazione appare spiazzato
Corrisponde al vero che, nelle relazioni tra gli Stati e ugualmente in quelle interne a uno Stato, quel che conta al fine delle decisioni da prendere è spesso ciò che non appare. Dunque: vi è ciò che si mostra e ciò che succede dietro le quinte. La relazione tra questi due livelli è stretta e non casuale. E la diplomazia opera bene ed efficacemente perché non si mostra al pubblico, ovvero opera a un “secondo livello”. La nascita della società civile e della civility come urbanità, o delle relazioni di decenza tra i privati come tra gli Stati, è come un adattamento della pratica e dello stile della diplomazia alle relazioni tra persone (si usa dire di una persona che presta attenzione al contesto che è “diplomatica”). Oggi tale rappresentazione è entrata in crisi. Prevalgono logiche rivendicative e di supremazia. Con grave puntualità, spesso i decisori pubblici violano i codici e i mores delle relazioni internazionali e il rispetto dei diritti e del diritto. Una torsione che stravolge il significato di arte della diplomazia autenticamente al servizio dello Stato e del dialogo fra Stati
Queste le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Bundestag il 16 novembre scorso, in occasione della cerimonia per la Giornata del lutto nazionale in Germania: «Si odono dichiarazioni di altri Paesi su possibili ripensamenti del rifiuto dell’arma nucleare. Emerge, allora, il timore che ci si addentri in percorsi ad alto rischio, di avviarsi ad aprire una sorta di nuovo vaso di Pandora. Tutto questo viene agevolato dal diffondersi, sul piano internazionale, di un linguaggio perentorio, duramente assertivo, che rivendica supremazia».
In questa breve riflessione vorrei prendere spunto dalle parole sulla torsione del linguaggio, da normativo ad assertivo, da linguaggio che si impone come espressione di forza invece che come condizione di dialogo e di risoluzione dei conflitti. Le parole di Mattarella ci invitano a pensare a un contesto che non è soltanto internazionale e ci interpella tutti, come cittadini democratici, sulle responsabilità che abbiamo, nei nostri ambiti di vita e professionali, di mantenere viva la consapevolezza del rischio per la pace e la libertà che si annida in tale torsione del linguaggio.
Non è azzardato dire che il linguaggio pubblico, in pubblico, è segno e segnale dello stato delle cose pubbliche, nella vita degli Stati come nelle relazioni tra gli Stati. In entrambi gli ambiti, nazionali e internazionali, la forma della presenza pubblica dei leader non è forma ma materia, cioè fattualità che si impone al giudizio del mondo e incide sull’evoluzione degli eventi. È certamente vero che, nelle relazioni tra gli Stati, come in quelle interne a uno Stato, ciò che conta al fine delle decisioni è spesso ciò che non appare. Quel che viene mostrato al pubblico ha spesso un significato diverso da quello che avviene dietro le quinte. La relazione tra questi due livelli è stretta e non casuale.
Riprendere in mano l’autogoverno delle società
Da secoli, la diplomazia ha appreso a operare secondo regole proprie e ha dato significato al dualismo tra l’apparire e l’essere. La diplomazia opera bene ed efficacemente perché non si mostra al pubblico. Nella letteratura politica e storica, questo doppio nella politica degli Stati (quel che c’è sopra e quel che c’è sotto) ha avuto una ricezione complessa. È certo, infatti, che le democrazie costituzionali sono impegnate, fin dalla scrittura delle loro costituzioni, a tenere la politica “politicata” (quella nelle istituzioni) in una permanente relazione col pubblico, la stampa prima di tutto e i media, ma anche attraverso canali propri, come la comunicazione delle Camere e quella del Presidente. Le sedute delle assemblee parlamentari, salvo casi specificati dalla legge, sono pubbliche e gli esecutivi, almeno da alcuni decenni, hanno istituito conferenze stampa pubbliche per comunicare con i cittadini in modo quanto più oggettivo e non propagandistico.

Squarciare il velo che il potere usa per nascondersi allo sguardo e quindi al giudizio del pubblico ha assunto, almeno dalle Rivoluzioni del Sei e Settecento, un valore simbolo, un ideale che, col tempo, ha trovato vie normative per essere concretizzato. Nel Contratto Sociale, Jean-Jacques Rousseau lascia intendere che il governo della repubblica, essendo un potere delegato o non sovrano, può operare a porte chiuse, cosicché i suoi componenti possono praticare l’arte della mediazione e del compromesso per giungere a formulare le proposte da portare all’assemblea dei cittadini. Come le proposte vengono confezionate non si vede e, suggerisce Rousseau, è un bene. Ciò che conta è che sia il sovrano a decidere, non il governo. Tuttavia, Rousseau specifica che, benché questo livello di nascondimento sia necessario, è fatale che proprio da esso inizi il processo di erosione della legittimità della repubblica. Insomma: la politica non può sfuggire al rischio che la segretezza generi uno spirito di corpo tra i membri del governo e che questo, a sua volta, agevoli l’espansione del potere dell’esecutivo fino a portare il sovrano (i cittadini) a prendere decisioni in patente violazione del principio dell’eguale libertà, ovvero contro i loro stessi interessi. Il pubblico dovrebbe avere la massima latitudine, squarciare il velo della segretezza e rendere visibili al sovrano (i cittadini) le decisioni.
Il “pubblico”, in questo caso, non si riferisce tanto alla sfera della res publica (lo Stato) quanto anche alla pratica di chi gestisce la cosa pubblica; la pratica, per esempio, di tenere una postura e un linguaggio consoni, di andare al pubblico secondo forme e uno stile riconoscibilmente pubblici. Il linguaggio pubblico non si applica solo a ciò che la legge pronuncia e a come lo pronuncia (diceva Thomas Hobbes che la legge è immediatamente riconoscibile per come è scritta). Si applica anche alla forma del discorso e ai comportamenti di chi opera nella sfera politica: ovviamente ai magistrati e ai funzionari della burocrazia, ma anche ai politici, direttamente esposti all’opinione e impegnati ad ascoltarla.
“Pubblico” è un termine polisemico
E tra i significati importanti vi è quello dell’apparire in pubblico, del dire in pubblico, assumendo che, oltre a quell’apparire e a quel dire, vi sia un altro livello che non sta davanti al pubblico, per lo meno non al pubblico largo, ma che dovrebbe comunque servire alla causa della res publica. La diplomazia degli Stati ha sempre cercato di operare in questo secondo livello. Per i teorici dello Stato assoluto del Cinquecento, questo era, anzi, il livello della politica. Per i loro critici, appunto perché l’assolutismo conosceva solo l’arte del nascondimento, quello non era in effetti un agire politico, ma una forma di privato possesso delle leve del potere. L’arcano era la veste del sovrano, qualunque fosse la giustificazione data a quel possesso.
La diplomazia diventa un’arte legittima quando e se opera al servizio dello Stato, e lo Stato è res publica, non privata. Inoltre, l’emancipazione dell’azione della diplomazia dalla macchina del potere invisibile avviene insieme alla costituzionalizzazione dei governi e, poi, alla conquista della loro legittimità democratica. A questo punto, la dimensione pubblica e l’attenzione alle ragioni della cosa pubblica si trovano a cooperare per un bene definito dalle norme fondamentali, retto sul diritto e sui diritti. Ridare onorabilità alla diplomazia è stato uno degli obiettivi che la rinascita delle democrazie del secondo dopoguerra ha perseguito e, in parte, conseguito.
È avvenuto insieme al ristabilimento di relazioni internazionali fondate sul rispetto dei diritti, su una rete di relazioni tra Stati basate su premesse di principio condivise e rese pubbliche il più possibile. La creazione di vari organismi internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, la definizione di convenzioni e protocolli di collaborazione e di controllo del potere militare (per esempio gli accordi bilaterali tra i paesi che dispongono di armi atomiche affinché la produzione di quelle armi venga limitata o concordata o non tenuta segreta)... tutto questo ha sedimentato nei decenni relazioni diplomatiche tra Paesi per la risoluzioni di crisi regionali e l’ordinaria stipulazione di trattati commerciali e politici, consolidando la pace in molte parti del mondo.
Oggi, questo delicato sistema di convenzioni tra gli Stati è messo in seria difficoltà, tanto quanto la diplomazia. Lo è certamente a causa delle guerre e dei massacri di civili che vediamo e abbiamo visto perpetrare in Ucraina e in Palestina. Ma anche a causa dello stile e del linguaggio dei leader politici, che spesso violano i codici e i mores delle relazioni internazionali e il rispetto dei diritti e del diritto. Il riferimento è naturalmente al Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, al clima di dominio arrogante e allo stile di protagonismo imperiale che la sua ascesa alla Casa Bianca ha determinato nel volgere di pochi mesi. Egli tratta la pace come un “deal” commerciale e impone agli alleati condizioni tariffarie onerose. Che cosa ha tutto questo a che fare con rapporti di civility e con le consuete relazioni diplomatiche tra Stati?

Linguaggio e contesto sono in simbiosi. Per spiegare questo, che dovrebbe essere senso comune, mi servirò di casi esemplari negativi o che segnalano una rottura di tale simbiosi. Nelle relazioni interpersonali che si dipanano nella società e nelle interazioni all’interno e tra gli Stati, assistiamo a una fattualità assertiva che si impone senza veli e rivendica la legittimità nel nome della forza. Fattualità anormativa, si potrebbe dire, o il semplice proporsi agli altri senza mitigare emozioni e passioni, nel nome di una mal interpretata sincerità e trasparenza.
Dire quel che si pensa senza badare troppo al contesto
In un autobus affollato, una persona commenta, con linguaggio razzista, la presenza di persone immigrate. Nessuno reagisce. Si legge spesso sui giornali che questi sono “fenomeni isolati” di razzismo. Si tratta di una lettura miope, che non comprende il fenomeno del razzismo e rende un cattivo servizio alla civility. L’idea che ci si debba vergognare di usare un linguaggio razzista in pubblico (motore originario del politically correct) riposa sull’osservazione ben documentata che la crescita esponenziale di comportamenti intolleranti è indotta dal consenso (anche passivo o tacito) degli altri a ciò che viene detto in pubblico. Se avverto di essere malgiudicata quando uso un linguaggio offensivo in pubblico, mi guarderò dall’usarlo. Se, al contrario, so che la larga parte dei miei concittadini la pensa come me, mi sentirò autorizzata a tradurre in parole esplicite le mie idee razziste senza vergogna né limiti. E, nel farlo, parlerò senza mordermi la lingua. I critici irriflessivi del politicamente corretto stentano a comprendere la strategia educativa della decenza. Moderare il proprio linguaggio, usare parole che non offendono, anche quando vorremmo poterle usare: tutto questo è il primo gradino della funzione civilizzatrice ed educatrice all’urbanità. L’autocensura, che spesso viene liquidata con disprezzo come ipocrisia o “politicamente corretto”, presuppone una società in cui il razzismo c’è ed è sentito come un problema, non come un’opinione da preservare o sostenere. E non si accampa il diritto all’autenticità, al dire pubblicamente ciò che si pensa, anche se offende. Perché rivendichiamo questo come un diritto? Perché ci sentiamo di avere la forza della maggioranza; e questo sentire ci dà il diritto di dire ciò che vogliamo. Maggioranza come potere tirannico, licenza.
Veniamo a un altro esempio. Quello dei leader politici che, nonostante abbiano ruoli di governo, si comportano sempre come partigiani. Per cui trattano i loro concittadini come se fossero due popoli: quello buono che essi rappresentano e quello turpe, che sta all’opposizione, al quale credono di poter affibbiare aggettivi oltraggiosi e offensivi, senza peli sulla lingua. La sincerità, in questo, è una preoccupante sovrapposizione dell’appartenenza di parte al dovere istituzionale, infine un uso privatistico del pubblico. Sembra che, anche in questo caso, la maggioranza sia intesa come forza. Un leader di governo dovrebbe ricoprire il proprio ruolo come la norma costituzionale scritta e quella etica (i mores) impongono: con il senso del pubblico o, si diceva un tempo, il “senso dello Stato”, e non con il senso della propria parte. Il dualismo tra ruolo pubblico e ruolo partitico (e, in questo senso, privato o di parte) è la condizione di base dell’etica del pubblico. Nessuna sincerità linguistica dovrebbe essere praticata o rivendicata in questo contesto. Un po’ come sull’autobus, le persone che usano e vivono nello spazio pubblico dovrebbero saper indossare abiti linguistici adatti. Se non lo fanno è perché interpretano il potere della maggioranza come una forza tirannica.
Il terzo e ultimo caso è quello squadernato in diverse occasioni dal presidente Trump incontrando leader di Stato alla Casa Bianca e umiliandoli con disprezzo. Linguaggio e comportamenti usati dal signor Trump e dal presidente signor Trump, senza distinzione, sono il segno di un sistema di relazioni internazionali che mettono in scacco la diplomazia e la rendono, in qualche modo, una forma – ancora una volta! – di doppiezza, quasi un vizio, un difetto morale. Dire quel che si pensa nell’arena internazionale, calpestare l’etichetta, la norma delle relazioni per mezzo del diritto non è un modo spiccio per ottenere certi risultati. È segno di una potente affermazione della forza di uno Stato che crede di poter trattare gli altri Stati come inferiori, oggetti da depredare, blandire o ricattare. Ancora una volta, il potere politico viene interpretato come viatico al dominio tirannico.
La storia degli Stati moderni e quella della società civile si intersecano con la configurazione della distinzione tra pubblico e privato, morale soggettiva ed etica pubblica. Gli scrittori di storia del costume e delle istituzioni collegano a questa storia quella dell’urbanità, entrambe espressioni dell’affermazione della filosofia e della società liberale, ovvero della teorizzazione e poi della conquista dei diritti civili. La modernità, come arte della separazione, significa assegnare uno statuto di autonomia alla sfera politica e a quella civile, alla morale soggettiva e all’etica pubblica: qui si situa il discorso sulla diplomazia, che è anche un discorso di prudenza, di rispetto delle regole e dei codici di comportamento.
Negli studi politici, la riattivazione dell’interesse per le relazioni diplomatiche è fatta risalire al consolidamento degli stati territoriali e poi alla crescita delle relazioni “pacifiche” tra di essi. Negli Stati che, con la pace di Westfalia (1648), sono costretti a riconoscere altri Stati loro pari e a rispettarne i confini, si consolida l’arte della diplomazia, che altro non è che la finzione ipocrita ufficialmente ammessa e perseguita con studio. La differenza tra quest’arte e quella delle buone maniere dei privati sta nel fatto che, nella diplomazia, non si finge ciò che è bene; ciò che è bene è conosciuto e accettato da tutti i protagonisti: è l’interesse del proprio Stato sovrano, un dovere che appartiene a tutti i diplomatici. Ed è una regola accettata che ciascun diplomatico adotti i comportamenti che meglio servono l’interesse del sovrano, pur nel rispetto delle leggi internazionali e dei diritti. Il comportamento del diplomatico viene formalizzato e i suoi codici valgono per tutti coloro che svolgono tale funzione. È, insomma, una recita in senso compiuto, nella quale gli attori sanno a quale bene subordinare il loro servizio e perciò possono usare una certa latitudine interpretativa per meglio mettere in piedi la loro missione recitativa. Ma perché questa funzione si stabilizzi, occorre che il potere politico sia limitato e soggetto alla legge e che chi lo esercita ne abbia piena consapevolezza.
La nascita della società civile e della civility come urbanità, o delle relazioni di decenza tra i privati come tra gli Stati, è come un adattamento della pratica e dello stile della diplomazia alle relazioni tra persone (si usa dire di una persona che presta attenzione al contesto che è “diplomatica”). In questa urbanità, diventa vizio ciò che nella vita religiosa è virtù: il voler essere autentici, a costo di mettersi contro le norme della decenza e, soprattutto, di diventare intolleranti. In questa urbanità noi rispettiamo tre beni: la socialità, gli altri e la nostra interiorità. E ogni qualvolta che nella nostra sfera civile, come in quella dei leader politici e dei capi di Stato, questa norma non scritta viene violata, non solo la decenza è messa in scacco, ma la pace stessa, forse il fine ultimo del lungo allenamento a mettere la politica in pubblico e a tenerla separata dalla diplomazia, nel rispetto l’una dell’altra. Umiliare un presidente in visita nel Paese che si governa è come sbeffeggiare sia la diplomazia, che nel frattempo sta lavorando dietro le quinte, sia le norme del diritto e del rispetto che presiedono alle relazioni tra Stati, cercando di tenere grandi e piccoli Stati in una relazione di reciproco rispetto.
Nadia Urbinati è una politologa, storica della filosofia e giornalista italiana naturalizzata statunitense. È titolare della cattedra di Scienze politiche alla Columbia University di New York.
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Compromesso e realismo
Oggi al tavolo della Storia l’antico strumento della mediazione appare spiazzato
In uscita il n. 13 della rivista "Nuova Atlantide"
Un sentimento primordiale presente in tutta la storia dell'uomo, sembra oggi aver pericolosamente tracimato, lesionando la convivenza di persone, comunità e nazioni. Perché? E che cosa comporta convivere con la paura?