In data 8 aprile 2005, la Cnn parlava del funerale di Giovanni Paolo II come il più grande ritrovo di autorità politiche nella Storia. Non so se questa presenza sia stata maggiore al funerale di papa Francesco e alla Messa d’inizio del pontificato di papa Leone XIV. Mai si è vista una tale quantità di delegazioni ufficiali, tra capi di stato e di governo, rappresentanti di famiglie reali e di organismi inter-governativi internazionali e regionali. Si è trattato non di mera cortesia da parte di 184 Stati e organismi inter-governativi in relazione diplomatica con la Santa Sede, ma di un segno di rispetto e di riconoscimento dell’autorità spirituale e del peso morale e politico dei pontefici, capi della Chiesa cattolica, di un popolo di più di un miliardo e trecentomila battezzati e della stessa diplomazia della Santa Sede. Già l’invito a Papa Bergoglio di partecipare alla riunione del G20 in Puglia (nel novembre 2024) e la sua presenza hanno costituito un avvenimento inedito di portata mondiale, che ha messo in luce l’importanza della Santa Sede nelle relazioni internazionali.
“Entità sovrana sui generis”
La perdurante proiezione diplomatica del Papato e della Chiesa cattolica è soprattutto un prodotto della storia, e ha preso forma nell’intreccio di circostanze contingenti. Alcuni dicono che la diplomazia pontificia sia la più antica del mondo. Risale a molti secoli fa. Essa è anche eredità dei lunghi periodi in cui i Pontefici e lo Stato pontificio sono stati attori nei rapporti e conflitti tra Stati pre-moderni e moderni. Ma da quando la Chiesa cattolica è stata “liberata” dal fardello ingombrante dello Stato pontificio e dal potere temporale dei Papi, la Santa Sede è via via cresciuta come autorità internazionale, guadagnando sempre più autorevolezza spirituale e morale nonché peso politico tramite un rinnovamento delle sue modalità di presenza sulla scena mondiale. Oggi la Santa Sede rappresenta l’unica comunità universale di fede riconosciuta come “entità sovrana sui generis”, titolare di una “personalità internazionale” che le permette di esercitare attività diplomatiche riservate agli Stati sovrani. La diplomazia pontificia si presenta come una realtà strutturata pienamente – con il Papa al vertice, la Segreteria di Stato come sua istanza operativa ufficiale, la rete delle nunziature apostoliche, gli inviati speciali (come nel caso del cardinale Matteo Zuppi), gli episcopati a livelli nazionali... –, immersa nella rete e nella prassi dei rapporti tra soggetti geopolitici, ma segnata da connotati e criteri operativi che lasciano trasparire la sorgente intima e misteriosa della sua anomalia genetica. Non invano la Chiesa cattolica si definisce “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”, che chiama tutti gli uomini a riconoscere e custodire la loro eccelsa dignità di essere creati “a immagine e somiglianza di Dio” per vivere come fratelli, diventati, per grazia, figli del Padre comune.
Nelle odierne circostanze, la Santa Sede è diventata l’unica vera istituzione internazionale e soggetto globale in un mondo frammentato, polarizzato, nella piena crisi della globalizzazione neoliberale e nel decadimento delle Nazioni Unite e delle sue agenzie. Il peso della cattolicità è quello di essere l’unica comunità di fede presente in tutti i popoli, nazioni e culture, nelle sue indissociabili e intrecciate dimensioni di radicamento locale e dinamismo internazionale, di realtà popolare e di diverse forme di comunità, organizzata attorno a un centro di governo nella persona del Papa, portatrice di un messaggio e di una missione universali. Un flusso ininterrotto di incontri, dialoghi e informazioni circola in tutta la sua realtà. E diciamo che non è possibile separare e meno ancora contrapporre ciò che egli opera come annuncio del Vangelo e pastore delle anime con ciò che svolge come attività diplomatica nell’unica missione che gli è stata affidata. L’arcivescovo Paul R. Gallagher – segretario in Vaticano per i rapporti con gli Stati e con gli organismi internazionali – ha detto, in questo senso, che «il Papa è il primo diplomatico», perché il mondo intero presta una singolare attenzione alle sue parole e l’azione diplomatica della Santa Sede si ispira, si fa eco e traduce quanto il Papa comunica per mezzo delle sue encicliche, esortazioni apostoliche e messaggi, della sua dottrina sociale, dei suoi appelli e giudizi pubblici, del ventaglio dei suoi interventi... Certo che papa Francesco e papa Leone (in questa prima fase di pontificato) si sono serviti del notevole lavoro diplomatico del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin e dell’appena citato Segretario per i rapporti con gli Stati e con gli organismi internazionali, Paul R. Gallagher.
Il tema della guerra e della pace
Oggi più che mai possiamo considerare cosa sarebbe la scena internazionale senza una voce profetica che spesso grida nel deserto, esperta e custode di umanità, senza propri interessi economici o politici da difendere, senza forze armate. Cattolicità aperta e disponibile al dialogo con tutti, che tiene alti gli ideali di una convivenza più umana, opera per la pace, tutela il diritto alla vita e la libertà religiosa, non dimentica mai i poveri e gli esclusi, promuove con discrezione ma perseveranza vie di negoziati e gesti di riconciliazione contro ogni guerra e polarizzazione violenta, collaborando a tessere ciò che è possibile nella comunità internazionale alla luce dei princìpi stampati nella Carta delle Nazioni Unite e, soprattutto, del comandamento della carità che abbraccia a tutti gli uomini, i popoli e nazioni nel vincolo della fraternità. Non c’è altra presenza, messaggio e diplomazia che stia veramente operando come la Santa Sede per un’ardua ricostruzione di un’autentica comunità internazionale. La quale, purtroppo, sta diventando sempre meno una comunità, già non più governata da un diritto internazionale, né dal ripudio alla guerra, né dalla priorità data ai mezzi pacifici per la soluzione delle controversie, né dai principi e dalle pratiche umanitarie, né dagli accordi sul disarmo, né dai trattati di non proliferazione degli arsenali nucleari. Solo la legge dei più forti sembra prevalere.
Impressiona che da alcuni anni il tema della guerra e della pace sia sempre presente in tutte le catechesi settimanali dei Papa e in occasione delle preghiere dell’angelus domenicale. E che questi interventi esprimano una crescente preoccupazione, appelli e invocazioni drammatici, giudizi forti anche di sdegno e sofferenza. Dico dei Papi, perché così è stato nel tempo di Francesco e continua nel tempo di Leone XIV. Mai si son visti tanti scenari contemporanei di guerre e di violenze che tendono ad allargarsi senza che si vedano sbocchi politici. Mai visti negli ultimi ottant’anni scene quotidiane di distruzioni e massacri, di mancanza di umanità, di estrema sofferenza di popolazioni civili. La tecnologia messa al servizio di armamenti sempre piu sofisticati e letali, le minacce esplicite dell’uso delle armi nucleari, l’allinearsi di tutti i mezzi di comunicazione e di informazione in funzione della guerra, di propagande militariste, delle frequenti fake news, gli ingenti investimenti in armamenti e promozione di una economia di guerra, il superlucrativo commercio degli armamenti... Tutto ciò comporta situazioni di estrema gravità. E diventa più grave in mezzo ai profondi sconvolgimenti della scena internazionale, che hanno totalmente sgretolato l’“ordine” stabilito dai vincitori al termine della Seconda guerra mondiale, in un quadro geopolitico sempre più fluido, di grande indeterminazione e imprevedibilità.
Una memoria lunga
Il lungo bilancio di attività della Santa Sede che il Papa Francesco presentò, il 9 gennaio 2025, al Corpo diplomatico accreditato – appuntamento annuale – evidenzia la vastità e l’intensità di interventi che la Santa Sede ha intrapreso di fronte a una gran varietà di situazioni e di questioni nella scena internazionale (sulla pace/guerra, sui diritti umani, sul diritto alla vita e alla libertà religiosa, sulla famiglia, sul lavoro e l’“inclusione sociale”, sulla cura della casa comune, sui migranti, sulla lotta alla tratta di esseri umani, sul contrasto alla “cultura dello scarto” e al “colonialismo ideologico”, ecc.). La Santa Sede si è concentrata fondamentalmente nel drammatico evolversi di ciò che papa Francesco chiamava «la Terza guerra mondiale a pezzi». Dall’Ucrania al Caucaso, dalla Terra Santa a tutto il Medio Oriente, dall’Etiopia al Sud Sudan, dalla Repubblica centroafricana alla regione dei grandi laghi africani, senza dimenticare il Myanmar: tutte le situazioni di guerra sono state seguite con viva attenzione da parte della Santa Sede, persino attirando i viaggi apostolici del Papa.
È chiaro che la Santa Sede ha seguito giorno per giorno la guerra in Ucrania e in Terra Santa. In questi due teatri di guerra, le prese di posizione della Santa Sede sembrano molto chiare. I pontefici non si stancano di ricordare, quasi quotidianamente, l’“Ucrania martire”, le sue vittime, le sue sofferenze. Sempre presenti i loro accurati appelli e le loro preghiere. La Santa Sede distingue bene l’agressore dell’aggredito e riconosce la legittimità dell’aiuto militare all’Ucrania aggredita e resistente. Allo stesso tempo ha richiamato, dall’inizio della guerra sino a oggi, la necessità imperiosa di trattative e negoziati diplomatici per la cessazione di bombardamenti e combattimenti, accordando almeno una tregua che apra ardue strade verso una pace duratura. È consapevole – non le manca una memoria lunga e sfugge a narrazioni di parte – che c’è da molti anni un percorso che è andato predisponendo l’esplosione di questa guerra di implicazioni internazionali, anche se nulla giustifica l’invasione e l’aggressione.
Uno Statuto per Gerusalemme
Scossa dalla guerra in Medio Oriente, la Santa Sede ha condannato il brutale e irresponsabile atto terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, riconosciuto il diritto di Israele a difendere la sua esistenza e sicurezza, chiesto con insistenza la liberazione degli ostaggi israeliani e il cessare dei bombardamenti, delle distruzioni totali e dei massacri di popolazioni civili nella striscia di Gaza da parte del governo di Israele. Considera anche moralmente ingiustificabile gli ostacoli posti a un’azione umanitaria verso le popolazioni palestinesi colpite dalla violenza e dalla fame, nonché la deportazione forzata da Gaza, nonché l’invasione violenta dei coloni israeliani in Cisgiordania. La Santa Sede mostra anche tutta la sua grave preoccupazione di fronte alla furia bellicista del governo di Netanyahu che bombarda altre regioni medio-orientali, per eliminare sistematicamente le fazioni nemiche, ma non dimentica che sono loro, l’Iran in testa, a contribuire all’incendio della regione, con il violento e impotente scopo di eliminare Israele dalla carta geografica.
Il governo di Netanyahu vuole creare le condizioni di impossibilità di uno Stato palestinese, in un attacco radicale alla proposta, da sempre sostenuta della Santa Sede, di “due popoli, due Stati” che imparino a convivere in pace e reciproca sicurezza, e uno statuto internazionalmente garantito per Gerusalemme, luogo di incontro delle tre religioni monoteistiche, in un difficile processo di fasi prudenti accompagnate e garantite da accordi tra le grandi potenze, Israele e i Paesi arabi. Siamo molto lontani da tutto ciò. Sa bene la Santa Sede che, dal 1945 in poi, un lungo processo di guerra latente e presente, che sono stati boicottati i tentativi di pacificazione – come gli accordi di Oslo e i gli accordi di Abramo, che sempre essa ha sostenuto –, che non sono state rispettate le disposizioni delle Nazioni Unite nei confini...
Il disastro e la catastrofe umanitaria di Gaza accendono interrogativi sul suo futuro, sulla situazione di grande conflittualità all’interno di Israele con un’ondata di odioso antisemitismo ovunque e un discreto e ingiustificato oblio, in alcuni ambienti, degli obiettivi e delle azioni terroristiche dell’islamismo fondamentalista e fanatico. Intanto, cresce l’emigrazione dei cristiani dei teatri di guerra medio-orientali a causa delle difficili condizioni materiali di vita, delle violenze in corso, ma anche per la pressione e a volte la persecuzione dei settori fanatici sia tra gli ebrei sia tra gli islamici. La comunicazione telefonica dei Papi con la parrocchia di Gaza e la ferma e coraggiosa determinazione del Patriarca ardinale Pizzaballa di rimanere a Gaza, nonostante tutto, sono più che eloquenti.

Azioni di lunga durata
È molto interessante sottolineare alcuni criteri e pratiche di lunga durata che ispirano l’azione diplomatica della Santa Sede e che oggi si palesano in questi teatri di guerra.
In primo luogo, è noto che l’odierno clamore per la pace con una profetica percezione del tempo presente non è mancato nei pontificati, specialmente dall’inizio del XX secolo sino a oggi, seguendo le orme del Principe della pace. Sono da ricordare la denuncia dell’«inutile strage» di Benedetto XV nel 1917, i clamori di Pio XII dinnanzi allo scatenarsi della Seconda guerra mondiale, la vibrante «mai più la guerra» di san Paolo VI alle Nazioni Unite, i discorsi dei successivi papi alle Nazioni Unite, in particolare quando Wojtyla definì «avventura senza ritorno» l’invasione dell’Irak, la ripetuta condanna della guerra da parte di papa Francesco come «una sconfitta dell’umanità parte delle forze del male» e ancor oggi nei forti appelli di papa Leone XIV fin dalle prime parole del suo pontificato. E ci sono più di cinquant’anni di messaggi annuali nella Giornata mondiale della Pace, nel calendario della Santa Sede, inviati ai Capi di Stati e di Governo di tutte le nazioni.
L’hard power che manca
Una grande dose di realismo guida la presenza della Santa Sede e i suoi interventi in teatri di guerra. La Chiesa cattolica continuerà a esclamare «mai più la guerra» e a fare tutto il possibile per la pace. Ma sa bene che la radice ultima della violenza, del crimine, della guerra, è il peccato umano. Diventa più chiaro che mai che il peccato originale è la chiave ermeneutica essenziale per comprendere la realtà della ferita e del disordine nel cuore della persona e di tutte le contraddizioni della vita sociale. Sebbene Cristo abbia già vinto il mondo, esso è ancora teatro delle forze del male. La guerra è, sì, una sconfitta dell’umanità, manifestazione del mistero dell’iniquità, sterminatrice di generazioni e speranze. L’odio ha la sua logica di divisione, distruzione, perversione fino all’estremo.
È realismo della Santa Sede tener sempre presente che manca dell’hard power degli Stati. Non ne ha i mezzi. Il suo soft power – la ragionevolezza e bellezza del messaggio di cui è portatrice, la credibilità della sua autorità spirituale e morale – si rivolge soprattutto al cuore delle persone, educa alla pace, richiama alla fraternità, mobilita l’impegno dei cristiani per la pace, ascolta e fa suo la sete di pace dei popoli. Confida perciò nella preghiera: pregare e pregare per la pace, supplicare l’intercessione di Dio, con la certezza che Dio ascolta l’invocazione e più ancora il grido sofferente dei suoi figli, e che non cessa di smuovere la coscienza degli uomini. Certo, la preghiera non è un “toccasana” per i problemi umani, ma sappiamo bene che Gesù Cristo fu chiamato Principe della pace. A volte la preghiera suscita miracoli: la convocazione di papa Francesco al suo popolo in piazza san Pietro è stato tempestivo per fermare i preparativi avanzati di Stati Uniti e Francia per bombardare la Siria. A volte riesce a trovare soluzioni in condizioni in apparenza irrisolvibili.
Innanzitutto, la Santa Sede si mobilita per andare incontro a tutte le vittime delle guerre. La pratica umanitaria e assistenziale è un riflesso della carità. Perciò la Santa Sede interviene negli scambi dei prigionieri di guerra, nel ricongiungimento dei bambini portati in Russia con le loro famiglie di origine, chiede che si aprano le porte chiuse affinché possano arrivare gli alimenti, le medicine, la benzina e tanti altri beni alle popolazioni che soffrono la violenza e la fame, accoglie bambini feriti nell’ospedale Bambin Gesù, incoraggia i corridoi umanitari nelle zone di guerra, propone tregue pur se limitate a giorni..., mentre dispiega la solidaridarietà dei cristiani per accogliere profughi e rifugiati.
Per una nuova conferenza di Helsinki
È realismo il continuo richiamo della Santa Sede anche ai potenti, ai responsabili delle nazioni, alla loro coscienza e responsabilità, per far cessare i bombardamenti, per intavolare trattative, negoziazioni, tregue, che possano anticipare una pace duratura. Lo ha detto molto chiaramente papa Leone XIV: «La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi, perché ai popoli venga restituita una speranza e sia ridata la dignità che meritano, la dignità della pace. I popoli vogliono la pace e io, col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo!».
Il Vaticano confida, nonostante tutto, che prevalga “la ragione e la responsabilità” circa il concatenarsi di situazioni di guerra. Perciò ha seguito con discrezione ma positivamente la promettente apertura al dialogo tra Trump e Putin, che finalmente poneva sulla scena, pur con tante ambiguità e narrazioni che non corrispondevano alla realtà, l’urgenza di trattative per far tacere le armi, per fermare i morti e la distruzione. Finalmente si parlava di pace! Oggi è molto chiaro che questi negoziati sono bloccati dall’ipocrisia, dalla propaganda e dall’impotenza. In ogni caso, è molto importante frenare coloro che, di fatto, pretendono di continuare la guerra. Così sembra con i persistenti bombardamenti della Russia di Putin. Ma gli 800 miliardi da investire nel riarmo, declamati con altisonanza dall’Unione Europea, che si risolverà in un riarmo disuguale degli Stati, non è un buon segno. Chi sceglie di armarsi – dichiarò il cardinale Parolin – prima o poi deve affrontare la realtà che le armi, per quanto possano sembrare un deterrente, sono destinate a essere utilizzate. Durante questi tre anni di conflitto armato in Ucrania è cresciuta la convinzione che coloro che insistono nel continuare la guerra e che persino si propongono come obiettivo la vittoria, da una parte o dall’altra, non fanno che rischiare un panorama di crescente militarizzazione, di maggiore internazionalizzazione delle ostilità, una sequela ancora più violenta di morti e distruzione e il terribile rischio dell’uso di armi nucleari. Colpisce che solo la Santa Sede abbia insistito sulla via politica e diplomatica per affrontare quella situazione (mentre si riconsceva come legittimo l’aiuto alla resistenza ucraina), contro un coro militarista e propagandista che non cessava di proporre, incoraggiare ed eccitare scenari di guerra. La Santa Sede ha lamentato che la vecchia Europa ha offerto un panorama molto triste, senza libertà e capacità di proporre iniziative per la fine delle ostilità e per aprire negoziati, ai rimorchi delle amministrazioni Usa. Oggi il bellicismo dei “volenterosi”, tanto petulante quanto impotente, è l’altro volto della logica militarista di Putin, estraneo a ogni negoziazione. Certamente, prima o poi, sarà necessaria – come afferma la diplomazia vaticana – una sorta di nuova Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e cooperazione in Europa. Le guerre fino all’estremo generano mostri e massacri.
Non poteva mancare in questo senso l’appoggio della Santa Sede al piano di pacificazione in Gaza e in tutto il Medio Oriente presentato dal presidente Trump. Soltanto un intervento forte degli Stati Uniti poteva sbloccare una situazione tanto tragica quanto pericolosa. Si tratta di un piano «realista», in cui si apprezzano «elementi interessanti» – ha detto papa Leone.

Ripristinare il multilateralismo
Un’altra costante linea di intervento della Santa Sede sulla scena internazionale punta al ripristino del multilateralismo. L’unipolarismo egemonico degli Stati Uniti dopo la caduta dell’impero sovietico, durante l’euforia del “nuovo ordine internazionale” della globalizzazione neoliberale, non fu ben visto dal Vaticano. Per la Santa Sede il multilateralismo è modalità istituzionale di ampia partecipazione in una comunità internazionale che mantenga un tessuto di incontri e di dialoghi, di possibili accordi e compromessi, che riconosca alcuni principi fondamentali di umanità e di convivenza e che metta in luce un’agenda globale comune di problemi e di sfide da affrontare. La Santa Sede continua a sostenere le Nazioni Unite e ad apprezzare la sua Carta costitutiva, ma è ben consapevole del bisogno urgente e arduo della sua riforma di fronte alla crisi di credibilità e di impotenza in cui è naufragata. Ripristinare il multilateralismo significa inoltre per la Santa Sede apprezzare e incoraggiare tutte le modalità istituzionali, sia intergovernative sia private, che aiutino a prendere coscienza e a sviluppare la cooperazione internazionale.
La presenza della Santa Sede è particolarmente rispettata per il fatto di essere super partes nei teatri di guerra. Non è che manchi dei propri giudizi sulle responsabilità che compete ai vari attori in gioco, ma non parteggia per nessuno di loro. Questa posizione fa parte della credibilità della Santa Sede nella ricerca del bene di tutti, senza interessi propri che non siano quelli della pace, ma anche è spesso segno di contraddizione per i contendenti, che cercano in ogni modo di portare e presentare la Santa Sede al loro fianco, forzando e manipolando ogni gesto e parola del Vaticano. La Santa Sede appare come non mai indipendente dai grandi poteri di questo mondo. Perciò ha la libertà di non sottomettersi alle pressioni di coloro che pretendono di ridurre la presenza della Chiesa a una religione civile e alla Santa Sede come “cappellana” d’Occidente, imbarcandola nelle contrapposizioni politiche e militari.
Le trattative con la Cina
D’altra parte, una lunga pazienza presiede, passo a passo, le trattative diplomatiche della Santa Sede con la Cina. Il fatto che si riconosca l’intervento del Papa nella nomina dei vescovi e che tutti i vescovi cinesi siano ora in comunione con la sede di Pietro non è conquista di poco conto. L’interesse della Santa Sede è custodire, nella misura del possibile, il bene dei cattolici cinesi, con la chiara consapevolezza del loro essere sotto il ferreo controllo dello Stato che, tra l’altro, non rispetta la libertà religiosa né le altre libertà civili. La critica di questi accordi proviene, in genere, dall’“americanismo” di coloro che giudicano tali accordi da un’ottica politica, partigiana, non propriamente cattolica.
La grande tradizione diplomatica della Santa Sede insegna che bisogna sempre perseguire il dialogo, con tutti, inclusi interlocutori considerati “scomodi”, a volte impresentabili o non legittimati a negoziare.
Il recupero del nemico come amico
Fa parte anche del realismo della Santa Sede non sostenere un pacifismo “irenico”, che spesso nasconde parzialità sostegno di uno dei contendenti, né credere che le guerre di lunga durata possano concludersi con una “pace giusta”. Spesso la pace è quella dei vincitori; sempre riflette i rapporti di forza. Perciò la Santa Sede promuove ogni tentativo verso la pace più equa possibile, che possa durare nel tempo, consapevole che ogni pace richiede compromessi e sacrifici da entrambe le parti. Incluso accompagnare processi di pacificazione che portano una carica di ambiguità. Comunque, sempre meglio del perdurare di morti e distruzioni.
Tocca soprattutto alla Chiesa l’opera di grave e perseverante pazienza, anche se sembra oggi quasi impossibile, per rigenerare nuove relazioni tra i popoli ucraino e russo – tanto affratellati nel passato recente da sembrare una sola cosa –, così come tra i popoli che incarnano i grandi monoteismi abramici. La dialettica amico-nemico in termini cristiani non si risolve con l’annientamento del nemico, ma con il recupero del nemico come amico. Impressionante l’idea dell’“amore per il nemico”: bisogna recuperare il meglio del nemico – anche le sue minuscole verità, ciò che c’è di vero e di buono nelle sue posizioni – per convertirlo in amico. La dialettica si trasforma così in dialogo. Non bisogna rimanere chiusi dentro la dialettica amico-nemico, perché la dialettica originaria, che la supera, è quella di uomo-donna, chiamati alla comunione nella pari dignità e nella differenza. La Chiesa è quel sacramento di comunione che coniuga le opposizioni più varie, ma che rompe i poteri e i muri dell’iniquità, della contraddizione, della guerra. Il suo richiamo a «lasciarsi riconciliare con Dio» (2 Cor 5, 20) si mostra sempre più ineludibile. Quanto più gli odii si accumulano, tanto più si dovrebbe avvertire come decisivo coltivare il perdono e la riconciliazione, anche nella “mens” di leader politici chiaroveggenti. « La disponibilità al perdono è virtù di quintessenza politica», afferma il filosofo Massimo Cacciari. Ho letto anche con molto interesse le teorie dello psicoanalista Massimo Recalcati sull’“amare l’altro per sconfiggere la guerra”, mettendo in luce “l’amore per il nemico affermato scandalosamente da Gesù”. Invece la “guerra assoluta” contro il “male assoluto” si risolve soltanto nell’annichilire il nemico.
È vero che in mezzo alla polarizzazione causata dalla guerra, in cui operano potenze mondiali molto diverse, è stato difficile mantenere l’unità della Chiesa. Le chiese locali, in tempo di guerra, tendono a essere assimilate alle narrazioni e agli interessi delle loro patrie di incarnazione. Ed è anche difficile la relazione ecumenica con il Patriarcato di Mosca, che ha benedetto l’aggressione e le armi russe. Le divisioni sono più difficili da affontare nel mondo ortodosso, perché la sua sinodalità rende spesso le Chiese locali molto dipendenti dai cieli politici e culturali. L’unità della Chiesa cattolica e un fronte unito delle chiese e della comunità cristiana sono molto importanti nell’affermazione e nella ricerca della pace.

Il gesto di Giovanni Paolo II ad Assisi
In modo analogo, il dialogo interreligioso promosso da anni dalla Santa Sede intende portare avanti un impegno per la pace dei grandi patrimoni e tradizioni religiose del mondo intero. Da quella prima convocazione di Giovanni Paolo II ad Assisi sino ad oggi questo dialogo interreligioso si è sviluppato in modo molto positivo. Tutto il contrario dello “scontro di civiltà”. La Santa Sede si è molto preoccupata di denunciare, insieme ai suoi interlocutori, ogni modalità blasfema di uso del santo nome di Dio per giustificare violenze, guerre, terrorismo. Molto ha fatto papa Francesco nei suoi rapporti con tutte le correnti dell’islam, riuscendo a pubblicare, il 4 aprile 2023, il “Documento sulla fratellanza e la convivenza umana”, firmato da lui e dal Grande Imam di al-Azhar, con un ampio consenso, nonostante i pesanti limiti alla libertà religiosa tuttora imperanti in molti Paesi islamici e le persecuzioni da parte dei fondamentalisti musulmani contro quelli che definiscono “crociati”.
Il dialogo ebreo-cristiano, basato sulla rivelazione di Dio, promosso dal Concilio Vaticano II, è stato molto positivo durante le recenti decadi per superare le resistenze di una memoria lunga di rapporti molto difficili e non pochi pregiudizi, e per mettere in luce tutto ciò che rende fratelli ebrei e cristiani. Persino la Chiesa cattolica ha saputo chiedere perdono, quando occorreva ed era doveroso farlo. Il più grave ostacolo a questi rapporti è la difficoltà da parte della stragrande maggioranza dei rappresentanti dell’ebraismo di saper distinguere la loro grande tradizione religiosa dal destino politico e dagli interessi del governo di Israele. Il fatto più pesante è la crescita delle correnti di giudaismo fanatico e intollerante, oggi promotore di violenze.
In ogni caso, la Santa Sede è, innanzitutto, custode della luce della speranza dove prevale il buio, la paura e la tempesta. Questa sua singolare testimonianza diventa oggi luce che risplende anche nell’odierna scena internazionale. «Diplomazia della speranza» definì papa Francesco l’azione della Santa Sede. Essa è portatrice di una “speranza che non delude”, come proclama l’anno giubilare 2025, che è kairòs di conversione, riconciliazione e pacificazione. Spes contra spem!
