Quadrimestrale di cultura civile

Politica e diplomazia tra nuovi
messianismi e arte del possibile

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Oggi protagonisti di primo piano richiamano sul palcoscenico della politica pensieri e motivazioni religiose per dare legittimità a intraprese politiche con l’imprinting della potenza. Così si afferma un metodo impositivo: la legge del più forte. Dunque: visioni manichee e prepotenti che sembrano aver escluso dalla scena la pratica della negoziazione e la ricerca di un accordo tra diversi. Siamo nel pieno della variopinta ideologizzazione del religioso a scopi politici. Come nel caso degli Usa di Trump e della Russia di Putin. Ma lo spettro si può tranquillamente allargare. E alla base di questo processo vi è il fatto di affidarsi a una concezione salvifica della politica. Venendo così ad assolutizzarla, con tutte le criticità del caso. Invece, per provare a invertire la rotta, occorre piuttosto avviare un percorso di “relativizzazione” della politica (che non significa sminuirla) e di ritorno alla saggia e lungimirante frequentazione del “compromesso”

Autoritarismi e ricorso alla religione

Di recente Luciano Violante (I pericoli delle teocrazie politiche, “Corriere della Sera”, 26 settembre 2025, p. 36) ha richiamato l’attenzione sull’insistenza con cui attori di primo piano della politica mondiale fanno ricorso a motivazioni religiose per legittimare politiche di potenza, per imporre la legge del più forte piuttosto che perseguire pazientemente la via della negoziazione e la ricerca di un accordo tra contendenti.

Come ben osserva lo stesso Violante, questa attitudine è rilevabile non solo nella condotta di un’organizzazione come Hamas, improntata all’islamismo radicale e alla pratica della violenza come metodo di lotta politica, o nel discorso infarcito di riferimenti veterotestamentari e bellicisti con cui Netanyahu ha preteso di supportare lo sterminio e la distruzione perpetrati dal suo esercito a Gaza. Anche la narrativa di Donald Trump e dei suoi si avvale di una lettura letterale della Bibbia e del riferimento ai gruppi cristiani più tradizionalisti per giustificare una politica prepotente e manichea, che rende sempre più scarsamente credibile l’immagine degli Stati Uniti come “la più grande democrazia del mondo”. Lo stesso Putin si muove nel solco di una ostentata pretesa di derivare da premesse etico-religiose la sua politica di aggressione e il suo disegno neo-imperiale, invocando a sostegno del suo militarismo – con l’avallo del patriarcato ortodosso di Mosca – la necessità di restaurare quei valori morali e sociali che un Occidente secolarizzato ed estenuato avrebbe tradito.

In questa variopinta ideologizzazione del religioso a fini politici, trovano terreno fertile per affermarsi e incrementarsi le autocrazie, in costante crescita nello scenario geopolitico mondiale, che mal sopportano qualsiasi freno o condizionamento posto alla loro azione, mostrandosi ostili alla logica sussidiaria della libertà di iniziativa dei singoli e della costruttività sociale dei corpi intermedi, così come alla logica liberale e democratica della limitazione del potere e della partecipazione popolare al suo esercizio. Nelle concezioni e nelle pratiche dei neo-assolutismi emergenti, la politica tende a ricondursi interamente alla volontà di potenza di governanti, che – se pur pervenuti al potere in forza del voto popolare – si ritengono in qualche modo investiti di un mandato quasi divino e perciò autorizzati al decisionismo e all’autoreferenzialità più radicali.

Val la pena di notare – anche se qui lo si può fare solo di sfuggita – che questo scenario presenta più di un’analogia non solo con la pretesa di una fondazione sacrale del potere mondano, propria del mondo tardoantico e già oggetto della severa critica di Agostino, ma anche con l’assolutismo politico, ossia con il modello che aveva connotato tra Cinque e Seicento l’avvento dello Stato moderno. La versione “politica” della categoria di potentia absoluta – sorta in ambito teologico e originariamente riferita a Dio – aveva, in determinati casi, indotto a considerare il sovrano come legibus solutus, come depositario di un’autorità posta al di sopra della legge ed espressione soltanto del suo incondizionato volere (quod principi placuit, legem habet vigorem).

È tuttavia da osservare che, nella tradizione occidentale, il rapporto tra potere civile e potere religioso, piuttosto che in espressioni durature di governo civile teocratico, si è configurato in forma dialettica, sia nei modi della collaborazione sia in quelli dell’opposizione, a volte anche dura, trovando nelle duae civitates perplexae la formula della limitazione giusta dei poteri nonché dello sviluppo storico e sociale. Questa “lezione”, dovuta in gran parte al cristianesimo, non solo non deve essere dimenticata, ma può essere addirittura riproposta nei rapporti dell’Occidente con altre tradizioni religiose e culturali, segnatamente con quelle islamica e confuciana.

Politiche di potenza e crisi della diplomazia

Quanto all’odierna crisi della diplomazia – su cui ci si interroga in questo numero de La Nuova Atlantide – non è difficile riconoscere come essa rappresenti il contraltare inevitabile dello spirito di prepotenza di cui si è detto, che sembra caratterizzare in modo sempre più pervasivo lo scenario politico globale. Infatti, se per un verso la diplomazia può intendersi come mera attuazione delle volontà del potere politico esecutivo di una nazione nei confronti di un’altra – soprattutto in rapporti internazionali bilaterali, preponderanti rispetto al più diplomatico multilateralismo – per altro verso essa può, e dovrebbe, conservare la sua specifica funzione e la sua peculiare natura di strumento di mediazione e di ricerca di soluzioni convenienti, sostenuta dalla conoscenza approfondita della molteplicità dei fattori in gioco, dalla ricerca paziente di un compromesso nel senso più nobile del termine, dalla consapevolezza che l’ottimo può essere nemico del bene, dalla capacità di far valere le proprie ragioni senza demonizzare l’avversario. Tutte “virtù”, queste ed altre consimili, che costituiscono il patrimonio prezioso di una diplomazia nobile e degna di questo nome, e che oggi tendono a essere spregiate e accantonate.

Si impone, piuttosto, «una filosofia autoritaria che tende a soppiantare le tradizionali governance politiche con governance di tipo aziendale: concentrazione del potere, immediatezza e revocabilità delle decisioni, mercantilizzazione delle relazioni internazionali, sulla diplomazia prevale l’affarismo, sulle regole prevale la prepotenza, sulla buona educazione il brutalismo» (L. Violante, La democrazia non è un’azienda, “Corriere della Sera”, 21 ottobre 2025, p. 38).

Né vale a smentire quel che si è appena detto la fragile tregua raggiunta di recente tra Israele e Palestina. Non perché non sia da salutare con sincera esultanza e con viva speranza, dopo le decine di migliaia di morti in due anni di guerra. Ma perché prendono un abbaglio – come ha ben documentato Maurizio Caprara – i molti che attribuiscono a una «vittoria della diplomazia» un risultato ottenuto in forza del fatto che «gran parte delle trattative per il cessate il fuoco è stata condotta dagli Stati mediatori attraverso i rispettivi servizi segreti». Doveroso è continuare a sperare che «diplomazia e politica riescano a raffinare, e a rendere percorribile, il tragitto per una pace futura a Gaza e dintorni»; ma si deve riconoscere con realismo che tale tragitto è stato «abbozzato finora da altri esperti, alcuni più sommari, altri dotati di familiarità con armi e trame maggiore rispetto a quella con i trattati» (M. Caprara, Chi ha fatto la pace? Non ha vinto la diplomazia, “Corriere della Sera”, 12 ottobre 2025, p. 1 e p. 28).>

Provando a fare un passo oltre la semplice descrizione del fenomeno che stiamo considerando – in breve, la strumentalizzazione del religioso a fini politico-autoritari, senza per questo sottovalutare i complessi rapporti che esistono, in società come quella americana, araba ed ebraica, tra religione e vita civile – si può rilevare che nei molti Paesi in cui la democrazia sta pericolosamente retrocedendo, per quanto possano essere marcate le differenze che li separano, è ben riconoscibile la presenza di un medesimo denominatore comune: il “messianismo politico”.

In tutti, infatti, la politica tende ad assumere un vero e proprio ruolo salvifico che tradizionalmente era stato ritenuto proprio della sfera della religione (o delle religioni). Rispetto al messianismo politico tipico di comunismo e nazifascismo – i regimi totalitari che hanno tragicamente connotato la storia del Novecento –, gli odierni messianismi politici non si presentano con i tratti dell’ateismo militante o comunque di una laicizzazione integrale della religione, di una vera e propria sostituzione di essa con la politica. Piuttosto, si avvalgono della religione – o, per meglio dire, di elementi dottrinali e/o morali estrapolati dalla tradizione religiosa di provenienza – per presentarsi come capaci di fare piazza pulita dell’“immane potenza del negativo” (Hegel), di sradicare una volta per tutte il male dal mondo.

Pur con questa significativa variante, il messianismo politico che accomuna le crescenti esperienze autocratiche del nostro tempo, conserva come tratto fondamentale e caratterizzante la fiducia che i suoi alfieri – come quelli di ogni messianismo politico – ripongono nella possibilità di “salvare” l’umanità, di realizzare qui e ora la felicità sulla terra, attraverso la rigenerazione radicale di economia e politica, di modi di pensare e di modelli di comportamento; rigenerazione operata senza andare troppo per il sottile, senza lasciare che le sopravvivenze della democrazia blocchino più di tanto la loro azione demiurgica.

Va inoltre evidenziato il presupposto che soggiace al nuovo messianismo, come a quello antico: l’idea-forza che il male sia tutto e solo il frutto di condizioni sociali e storiche. Non viene neppure presa in considerazione l’ipotesi che una certa facilità al male alberghi nell’animo umano stesso e che perciò nessun potere umano, per quanto potente, possa rimuoverlo definitivamente. In ogni caso, come già aveva rilevato Jacob Leib Talmon nel suo ormai classico studio del 1952 su Le origini della democrazia totalitaria, «la stessa idea di un sistema dal quale sia stato eliminato ogni male e ogni infelicità è totalitaria»; «è un invito per un regime a proclamare che esso realizza questa perfezione, a esigere dai suoi cittadini riconoscimento e sottomissione e a condannare l’opposizione come vizio o perversione» (così a p. 52 della trad. it., Il Mulino, Bologna 1967). Il messianismo politico svela il suo volto inesorabilmente illiberale e antidemocratico, per quanto possa accadere che i suoi attori mantengano in vita linguaggio e procedure proprie delle democrazie liberali, solo per non alienarsi il favore popolare e per dare una patina di democraticità al loro dispotismo di fatto.

Relatività della politica, ruolo della diplomazia e nobiltà del compromesso

In questo quadro, l’urgenza che si impone è in primo luogo quella di interrogarsi sulla vera natura della politica, riconoscendo che lo spazio in cui essa si inscrive non è quello dell’assoluto, dell’eterno, in cui pretende in qualche modo di inscriverla il messianismo politico. Lo spazio della politica è piuttosto quello del temporale e del relativo, del contingente e del provvisorio.

Non rientra nelle possibilità proprie della politica il compito di realizzare la società perfetta, di liberare l’uomo da tutti i mali. Il suo compito può e deve essere – in negativo, innanzitutto – quello di rimuovere gli ostacoli che si frappongono al cammino più o meno tortuoso che persone e comunità compiono nel tentativo di far fronte ai loro bisogni e di approssimarsi alla realizzazione del proprio desiderio di felicità. Tale cammino andrà favorito anche positivamente, attraverso provvedimenti adeguati e secondo quanto consentito dai tempi e dalle circostanze, ma nella consapevolezza che non potrà avere comunque il suo pieno compimento nell’orizzonte mondano e storico.

Si apre, a questo proposito, la necessità di una riflessione costante e vigile sul Potere, o, per meglio dire, sulla tentazione di ogni potere – politico, civile e anche religioso – di superare i propri confini, divenendo una sorta di Strapotere che mira a risolvere i conflitti attraverso la mera forza, financo la guerra. Nel sistema dell’equilibrio e del controllo “dei poteri” – secondo il principio del check and balance che ha contraddistinto lo spirito politico della modernità, dal secolo XVII in avanti, e che Montesquieu ha chiaramente teorizzato – , la (nuova) diplomazia può trovare un nuovo ruolo, sia di sorveglianza e denuncia, sia di suggerimento e costruzione di soluzioni che evitino i disastri e le sofferenze che inesperti reggitori di nazioni possono provocare.

Se, contro le sempre risorgenti tentazioni messianiche, deve essere messa in chiara luce l’appartenenza della politica alla sfera di ciò che è relativo e contingente; se, d’altro canto, la politica deve essere rispettata nella sua autonomia e tenuta al riparo da indebite commistioni con altre dimensioni dell’esperienza umana (economiche, soprattutto, ma anche, ai fini della legittimazione e del consenso, “religiose”); va riconosciuto che la politica possiede comunque un suo strutturale carattere agonistico, che le è cioè connaturale il confronto e lo scontro anche aspro tra posizioni diverse. Tale agonismo risulta particolarmente accentuato nelle società plurali che caratterizzano il nostro mondo e può rendere faticosa e complessa la vita delle democrazie, la loro ricerca di soluzioni il più possibile efficaci e condivise ai problemi emergenti.

Senza rinunciare a far valere nell’arena politica le proprie convinzioni, innanzitutto fornendone le ragioni, occorre – come ammoniva l’allora cardinal Ratzinger – «essere sobri e attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile». E proseguiva: «Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo: limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra pragmatismo da meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità. […] Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica» (J. Ratzinger, Chiesa, ecumenismo e politica: nuovi saggi di ecclesiologia, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1987, p. 144).

Nell’orizzonte di questo sentimento “mite” e di questa visione “sobria” della politica, che rimanda a sua volta alla consapevolezza del limite proprio di ogni uomo e, insieme, del suo inestimabile valore, si potrà lavorare con paziente realismo e con vera efficacia all’opera indifferibile, ben delineata da Violante nel contributo cui abbiamo fatto inizialmente riferimento: restituire a una democrazia «diventata pura procedura, tecnicalità»,  la «carica emotiva» e la «capacità di convinzione» che le provengono dal suo «fondamento valoriale»: centralità della persona, rispetto dei diritti fondamentali, valori dell’uguaglianza. Il che comporterà, tra l’altro, la ripresa forte e spassionata di quella attività che, più di ogni altra, permette agli esseri umani di stare insieme: il dialogo democratico, vero antidoto alle degenerazioni oligarchiche e oclocratiche.

Evandro Botto è Professore emerito di Storia della filosofia e di Filosofia politica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Onorato Grassi insegna Storia della Filosofia Medievale all'Università Lumsa di Roma. È direttore del Centro Europeo di Ricerche Filosofiche (Cerf) della Lumsa.