Nell’epoca delle reti globali, la sovranità non si misura più soltanto con la forza militare. Già oggi si decide sul terreno invisibile dell’informazione, dove l’intelligence, la conoscenza e la manipolazione dei dati determinano l’equilibrio tra le potenze. È in atto un cambiamento radicale che ridefinisce la natura stessa del potere. La conoscenza, un tempo riservata agli Stati o alle élite, si trasforma in una risorsa globale, mobile e per molti versi incontrollabile. La società dell’informazione, nata come promessa di libertà, come ribadiva il filosofo Gianni Vattimo, si rivela anche strumento di dominio. Su questi temi il professor Mario Caligiuri, ordinario di Pedagogia della comunicazione nell’Università della Calabria e presidente della Società italiana di intelligence, ha elaborato un pensiero che attraversa la geopolitica, l’educazione e la filosofia. Autore di saggi fondamentali sull’«analfabetismo della sicurezza» e sulla pedagogia dell’intelligence, Caligiuri individua nella gestione dell’informazione il nuovo campo di battaglia delle nazioni. In questa conversazione, l’accademico riflette sulla metamorfosi della democrazia nell’era digitale, sulla crisi del discernimento, sulla manipolazione sistemica dell’opinione pubblica e sul compito educativo che attende le istituzioni culturali di fronte all’intelligenza artificiale.
Professore, nel mondo globalizzato il cyberspazio è diventato un campo di confronto geopolitico permanente. Quanto pesa oggi la cybersecurity rispetto alla forza militare o economica tradizionale?
Pesa quanto la forza militare, ed è destinata a contare finanche di più. Le guerre contemporanee si combattono attraverso la gestione dell’informazione, che diventa strumento di potere, condizionamento e persuasione. Controllare i flussi di dati significa orientare le decisioni politiche, economiche e perfino morali dei cittadini e delle stesse élite democratiche. La sicurezza digitale coincide ormai con la sicurezza nazionale. L’intelligence non è più una struttura di supporto ai governi; oggi è la loro infrastruttura essenziale.
Con i conflitti in corso alle porte dell’Europa e nel Mediterraneo, si ha l’impressione che la dimensione informatica anticipi e accompagni le guerre reali. Possiamo dire che la cyberwar sia una forma autonoma di conflitto politico e diplomatico?
Sì, e lo sarà sempre di più. In futuro le guerre si potrebbero svolgere quasi interamente sul terreno dell’intelligence e dell’informazione. La forza delle armi cederà il passo alla capacità di conoscere, prevedere e manipolare. Probabilmente, la supremazia sarà nelle mani di chi riuscirà meglio a elaborare e proteggere i dati e a creare anticorpi educativi per i cittadini. Quindi il conflitto non sarà più dominato dai missili, dai droni e dal potenziale bellico in generale, sul quale si stanno concentrando sforzi sempre maggiori. Lo scenario potrebbe essere assai diverso da quello odierno.
Lei ha spesso definito la conoscenza come una forma di potere. Possiamo dire che oggi la vera diplomazia si gioca sulla gestione dei dati e sulla capacità di difenderli?
Esattamente. La diplomazia del nostro tempo è ormai dell’informazione. Le relazioni internazionali si fondano su reti digitali, banche dati, algoritmi. L’intelligence è l’ambito in cui si decide l’equilibrio tra verità e propaganda. La politica in Occidente ha perso credibilità e in molti casi si è ridotta a teatro dell’apparenza. L’intelligence, che per secoli è stata la parte oscura dello Stato, diventa invece la struttura che ne garantisce la continuità e la sopravvivenza.

Lei parla spesso di una fase di declino della politica. Da che cosa dipende e quale legame ha con la crisi della conoscenza?
Dipende dal venir meno di due pilastri della democrazia: la consapevolezza dei cittadini e la responsabilità delle classi dirigenti. Karl Popper spiegava che la forza di una democrazia sta nella possibilità di controllare e sostituire i governanti. Oggi questa capacità si è indebolita. La democrazia è ridotta a procedura elettorale. Le persone votano senza strumenti critici adeguati e non comprendono la complessità delle decisioni pubbliche. La conseguenza è una democrazia ridotta ai minimi termini che esiste solo formalmente.
Nel suo ragionamento ricorre spesso il tema della verità. In un mondo dominato da disinformazione e deepfake, la verità è ancora un valore negoziale nei rapporti tra Stati?
Nei sistemi autoritari la verità non può essere detta. Nelle democrazie, invece, dirla non produce in genere conseguenze. Hannah Arendt lo capì già negli anni Settanta, riflettendo sui Pentagon Papers. Quei documenti rivelarono che il governo americano aveva mentito sulla guerra in Vietnam, sperimentando la manipolazione della realtà. Quando le opinioni si equivalgono, la verità scompare. Oggi i talk show ne sono prova quotidiana: un’affermazione e un’altra contraria si fronteggiano, poi lo spettatore prende posizione in base all’emozione e non alla conoscenza. Non si entra mai nel merito, così la politica si dissolve nello spettacolo.
TikTok, X e Meta sono piattaforme private che agiscono come attori geopolitici. Chi controlla i rapporti di forza nell’informazione globale?
Il potere appartiene a chi dispone di informazioni e di numeri, cioè di utenti e dati. Le piattaforme digitali esercitano un’influenza superiore a quella di molti Stati. Hanno potere di definire l’agenda del dibattito pubblico, capacità di condizionare le percezioni e di orientare l’opinione pubblica. La geopolitica digitale si fonda su algoritmi e su infrastrutture proprietarie.
Lei denuncia da anni un «analfabetismo della sicurezza». Quanto pesa oggi la scarsa cultura digitale dei decisori politici?
Enormemente. Ma facciamo un passo indietro. Il problema dell’analfabetismo riguarda l’intera popolazione. Secondo Tullio De Mauro, il 75 per cento dei cittadini italiani pochi anni fa non comprendeva una frase complessa nella propria lingua e, secondo l’Ocse, oltre il 30 per cento è analfabeta funzionale. Tra i laureati la quota è del 4 per cento, tra i diplomati di oltre il 20. Ciò significa che anche chi ha studiato non dispone di strumenti per capire. Se mancano le competenze di base nel mondo analogico, diviene impossibile comprendere e governare la complessità del mondo digitale.
L’Unione Europea ha approvato il Cyber Solidarity Act. A suo avviso, è pronta a difendere la propria autonomia digitale o resta vulnerabile ai giganti americani e cinesi?
Ha perso il momento favorevole. Non ha costruito una piattaforma europea quando era possibile. Oggi insegue un risultato difficile. L’Europa ha un peso economico rilevante, ma una debolezza politica strutturale. Finché le logiche economiche continueranno a prevalere su quelle politiche, l’Europa resterà una potenza economica priva di direzione strategica e di compiuta autonomia decisionale.
In questo scenario, che spazio resta per una sovranità digitale italiana?
Ogni Stato ha una responsabilità verso i propri cittadini. L’Italia deve agire in collegamento con l’Europa e nel quadro delle alleanze occidentali. Le politiche digitali devono essere considerate al pari delle libertà civili. Senza autonomia tecnologica, non esiste libertà sostanziale.
Le università possono contribuire a costruire questa consapevolezza?
Le università sono i luoghi dell’elaborazione del pensiero e dell’innovazione. Devono però evitare di diventare ammortizzatori sociali. Occorre valorizzare l’eccellenza e coltivare l’intelligenza critica. Se un ateneo si limita a riprodurre la mediocrità diffusa, rinuncia alla sua missione secolare, tenendo conto che gli Stati passano ma le università restano. Almeno finora.

L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo di produrre e gestire informazione. Quanto inciderà sulla diplomazia del futuro e sul lavoro dei servizi di intelligence?
L’intelligenza artificiale amplifica le possibilità di analisi ma moltiplica anche i rischi. Si parla di “diplomazia dell’intelligence”, perché nei tavoli di pace siedono ormai anche i rappresentanti dei Servizi. La sicurezza diventa categoria politica. Viviamo in una società segnata dal rischio, come scriveva Ulrich Beck, e dalla fluidità teorizzata da Zygmunt Bauman. Le strutture istituzionali dovranno adattarsi, trasformarsi o cedere il passo ad altre forme di potere ancora sconosciute. Oltre alla dimensione strategica, vi è quella etica. L’intelligenza artificiale è un moltiplicatore di potenza cognitiva, ma senza una guida morale rischia di consolidare le disuguaglianze. Il futuro non dipenderà solo dai progressi tecnologici, bensì dalla capacità dei sistemi democratici di conservarne il controllo.
E se la verità svanisce, che cosa potrà proteggere la diplomazia del futuro?
Forse resteranno due umanità distinte: una minoranza capace di usare l’intelligenza artificiale e una moltitudine che ne sarà guidata. La democrazia, pur imperfetta, è ancora la forma più alta di giustizia sociale. Difenderla significa ridare dignità alla conoscenza.
Come immagina l’educazione civica del cittadino digitale?
Bisogna ripartire dall’educazione, senza aggettivi. Se non so leggere e scrivere, non posso abitare il mondo e ancor meno quello digitale. Per resistere all’ondata dell’intelligenza artificiale, si devono potenziare le facoltà umane. Si investe per perfezionare la macchina, ma sempre meno per comprendere la mente. L’unico modo di reggere l’urto tecnologico è valorizzare il fattore umano.
