È diventato assai impervio trovare una casa dignitosa e sostenibile per chi vive in situazioni di vulnerabilità economica, oppure per coloro che sono agli inizi del proprio percorso di vita e professionale e dispongono di stipendi inadeguati a reggere l’urto di un mercato immobiliare che viaggia su altre dimensioni. Si tratta di un problema sociale che ci si trascina da un po’. E risulta particolarmente acuto nei centri urbani di maggiori dimensioni. La Milano europea in testa. Ma anche Roma. Nemmeno in Europa e nel mondo la questione è risolta. Anzi. Monsignor Quintana rammenta su queste pagine che Papa Francesco in più discorsi e, in particolare, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, ha richiamato l’attenzione sul valore fondamentale di avere in un posto dignitoso dove vivere. Lui che veniva da Buenos Aires ed era stato a stretto contatto con la vita nelle periferie della enorme metropoli argentina.
Il pallino del gioco in mano alla finanza
Il welfare abitativo è uno dei travagli più evidenti di questo tempo così instabile dove è palpabile il sopraggiunto deficit di welfare universalistico, pilastro fondamentale dello Stato sociale pensato per rispondere alle esigenze elementari di un minimo di benessere per tutti (Da Rold spiega bene lo scopo di tale missione: ridurre le disuguaglianze e promuovere la sicurezza economica attraverso politiche pubbliche di ispirazione riformista). Soffermandosi proprio sul tema della casa, una politica colpevolmente distratta ha via via trascurato la gravità della situazione lasciando, nella pratica, il pallino del gioco nelle mani di un mercato controllato per lo più da attori fortemente “finanziarizzati”. Un processo regressivo che ha impattato in misura preoccupante sulle fasce tradizionalmente deboli così come sui ceti medi, sempre più impoveriti. L’architetto Mario Botta va dritto al punto: «Il mercato immobiliare, pilotato dalla finanza, ha preso il sopravvento e così siamo arrivati alle città solo per i ricchi, i molti ricchi. “Non si può lavorare solo per i ricchi, né solo per i poveri, naturalmente: occorre trovare un mix che faccia vivere insieme un po’ tutti. La città deve essere inclusiva; un luogo per tutti». E l’architetto Stefano Boeri precisa: «La domanda di casa è la domanda di un abitare inclusivo e relazionale. Questione decisiva che chiama a interventi strutturali, a soluzioni di housing sociale che raffreddino il fenomeno di un esodo determinato in modo particolare da ragioni economiche che colpiscono soprattutto la fascia più giovane, quella più esposta. Si tratta di una sfida decisiva sul terreno dell’abitare contemporaneo, delle città del futuro alla portata di tutti. In un’ottica di sempre maggiore integrazione con l’ambiente».
La casa è più delle pareti di casa
Questo monografico di Nuova Atlantide ha quindi inteso ragionare sulle cause principali che hanno determinato una vera e propria emergenza abitativa. Partendo dal fatto che l’assenza di una casa è un venir meno sul terreno del benessere della persona, del suo sentirsi parte di una comunità, proprio perché è tipicamente umana la ricerca e la frequentazione della relazione nonché l’assaporare la virtuosa esperienza della protezione e della sicurezza domestica. Dunque: la casa è più delle pareti di casa. Trincia (Caritas Roma) chiarisce che una città che non assicura il diritto alla casa è una città più povera, più insicura, più ingiusta. La capitale d’Italia mostra ormai da decenni questa opaca immagine. Dietro tale deficit «si nasconde un sistema economico e sociale dove l’essere umano non è più il perno attorno a cui gira tutto il resto. Ecco allora che la crisi dell’abitare evidenzia l’urgenza di avviare un nuovo umanesimo che ponga al centro, per l’appunto, la persona».
Ed è per questo motivo che si è deciso di aprire il numero con un intervento dell’analista statistica Sabbadini che spiega perché «gli indicatori ISTAT di Benessere Equo e Sostenibile (BES) non sono solo un sistema di indicatori ma rappresentano una vera e propria rivoluzione culturale perché vengono rimesse al centro le persone e gli spazi in cui viviamo». Per dire che il PIL non è sufficiente a misurare il benessere di una popolazione.
Come è giusto che sia, nel monografico forniamo una fotografia dove numeri e percentuali consentono quel necessario supporto scientifico per comprendere l’entità del problema. Una messa a fuoco doverosa. Ed è attraverso i numeri che Ryan e De Rita del Censis possono scrivere che «nel corso del tempo, essere proprietari della casa in cui si vive è diventato un costitutivo della nostra società, esito di un processo storico di grande rilievo, che ha portato la casa a essere non più un privilegio per pochi, bensì un bene diffuso, di massa. Oggi oltre il 70% delle famiglie italiane vive in una casa di proprietà, a fronte del 20% circa che risiede in affitto e poco più dell’8% in usufrutto o titolo gratuito».
Anche per questo non può non destare preoccupazione il fatto che oggi si viva la stagione dell’erosione di tale bene diffuso. Che il presente sta mettendo in crisi certezze consolidate. Ecco perché urge un vero Piano Casa che si concentri proprio su un rilancio dell’edilizia popolare. E che non ragioni solo nell’ottica di caldeggiare l’acquisto di un immobile, in considerazione delle mutate condizioni sociali. Alessandro Balducci suggerisce che un Piano Casa coraggioso e realistico «dovrebbe avere l’affitto al centro dell’attenzione. Perché vi sono fasce di popolazione che non possono permettersi l’acquisto della casa. Pertanto l’edilizia pubblica deve occuparsi della popolazione più fragile economicamente. Ma non può fermarsi a quella. Deve preoccuparsi ugualmente delle giovani coppie che stanno costruendo un progetto di vita e necessitano di una casa in affitto a prezzo calmierato».
Non più un affare per pochi
E a proposito di politica impegnata a sbrogliare la matassa, l’assessore al Comune di Milano Emmanuel Conte illustra la direzione degli interventi che metterà in atto l’amministrazione del capoluogo lombardo e riconosce che «una delle criticità, rispetto alla realizzazione di un ampio intervento che risponda a livello nazionale al problema della casa, è rintracciabile nel fatto che, negli ultimi trent’anni, i piani per l’abitare in Italia si sono bloccati tra Stato, Regioni e Comuni, ingabbiati in un groviglio di competenze che ne ha ostacolato l’attuazione». Urbani di Fondazione Cariplo ha ben presente la questione Milano e l’emergenza abitativa. Nel numero invita a riflettere sul perché nei grandi centri urbani la casa sia diventata un privilegio. Un affare per pochi. E questo fenomeno, precisa, non fa che aumentare la perdita del “fare comunità” e alimentare quel sentimento dannoso che si chiama esclusione. «E così progetti di vita e relazioni svaniscono, le solitudini crescono e le giovani coppie sono costrette a rivolgersi altrove per trovare un tetto. Per questo la risposta in termini di housing sociale necessita di nuovi impulsi e strategiche collaborazioni». In tal senso il terzo settore è chiamato a ricoprire un ruolo da protagonista per cultura, sensibilità, competenze, storia.

Il precipitato delle società umane
Dunque, le grandi città tendono sempre più a escludere. E a non vedere quel che non si vuole vedere ma c’è. I senzatetto, per esempio. Problema marginale? Mica tanto. Lo è nella misura in cui conviene fotografarlo così. Campiglio scrive proprio sul dilagare di questa pericolosa indifferenza. Sul suo significato più profondo. Per il professore dell’Università Cattolica di Milano, la moltitudine di volti dei senzatetto e dimora, senza casa e affetti, sono «il precipitato delle società umane, il cui residuo fisso è un segnale che risale a galla delle profondità della vita sociale, impregnando il tutto dal particolare». Che ne è stato dell’illuminismo lombardo, dello sguardo di Alessandro Manzoni, del solidarismo ambrosiano? È chiaro che la concentrazione in città di una mentalità di stampo neoliberista che ha messo le mani sulla casa non aiuta per nulla a un recupero di un senso del vivere davvero inclusivo e non dimentico di nulla e nessuno. Ed è lo stesso impianto culturale che rintracciamo nel contributo di Lampertico direttore della rivista Scarp de’ Tenis: «Smettere di considerare la casa come un traguardo da meritare e iniziare a riconoscerla come punto di partenza. Un diritto, non un premio. Perché senza casa non c’è salute, non ci sono relazioni, non c’è il diritto pieno alla cittadinanza. Senza casa non c’è vita».
Aree interne, patrimonio dilapidato
Ma se l’attenzione maggiore si concentra sull’emergenza casa nelle grandi centri urbani vi è, analogamente, un progressivo depauperamento delle cosiddette aree interne del Paese. Anna Finocchiaro scrive che è giunto il momento di ridare centralità a un patrimonio da troppo tempo trascurato. «Ma non con misure convenzionali o interventi supportati da un’inquinata interpretazione del concetto di identità, piuttosto investimenti che contribuiscano a restituire un’immagine più autentica dell’Italia “plurale”. Con un agire a marcata impronta sussidiaria». Per lei, quindi, è fondamentale superare la perversa dicotomia città/campagna, centro/periferia, Nord/Sud. Va recuperato il senso più autentico del policentrismo. La complessità territoriale è ricchezza. Ecco perché gli investimenti (PNRR) devono andare in questa direzione. E monsignor Accrocca (CEI) documenta come lo spopolamento e le numerose criticità delle zone interne dell’Italia rappresentino un suo oggettivo impoverimento.
Nel percorso del numero non poteva mancare uno sguardo a quel che succede al di fuori del nostro Paese. Il contributo di Sala è un volo a planare sulla situazione del welfare abitativo in Europa. Apprendiamo allora che più città del Vecchio Continente stanno provando a dare risposte a tale problema, con politiche dirette sia verso l’edilizia sociale per le fasce di popolazione a basso o nessun reddito, sia verso l’accesso all’abitazione per le classi medie. Riconoscendo così che «tali politiche di welfare abitativo partono dal presupposto che l’accesso alla casa (come proprietari o locatari), non risponde solamente alla soddisfazione di un bisogno primario, ma rappresenta una modalità di accumulazione di risorse, di investimento finanziario, ed in ultimo, un elemento costitutivo dell’identità degli individui».
Infine, una storia, un focus come diciamo noi, che arriva dagli Usa. Di nuovo al centro i senza fissa dimora e un progetto di welfare dal forte significato educativo. Si chiama Community First! Village. E lo spiega Graham, coluti che lo ha pensato e realizzato. Dice a Martina Saltamacchia: «I pilastri esistenziali e culturali che sostengono questo lavoro sussidiario sono: la forza è la relazione, l’incontro tra sé e l’altro. Perché l’altro non è un senzatetto, ma una persona con un nome e un cognome, una storia».
E così torniamo al punto, al perno, al pilastro fondamentale: la casa quale fattore decisivo del benessere della persona. La casa è già un mondo, allora. La casa è già uno spazio aperto. Ecco perché il welfare abitativo deve essere, prima di tutto per i decisori pubblici, un’agenda che scotta.
