L’epoca attuale sta attraversando un cambiamento epocale – a livello di geopolitica, relazioni internazionali, trasformazioni sociali e clima – che si riflette anche sull’attività di architetti, pianificatori, urbanisti. Le crescenti ondate di calore nelle nostre città (evidenziate dalle incredibili immagini pubblicate dall’Agenzia Spaziale Europea ESA, che analizzano la temperatura della superficie del terreno in Europa) sono solo un monito della pressante questione del cambiamento climatico: dobbiamo operare una trasformazione nel modo di costruire e vivere il nostro ambiente. Pensare a nuovi modi di abitare le case e le città del futuro, in un’ottica di maggiore integrazione con l’ambiente, di minor consumo di risorse – mi riferisco al consumo di suolo, di energia e di acqua – è la sfida che dobbiamo sempre più tener presente e che il design e l’architettura devono raccogliere con urgenza.
La strategia della flessibilità
Una tragedia come la pandemia ci ha fatto capire che gli spazi della vita non erano adeguati a situazioni quali il lockdown: spazi troppo rigidi o troppo piccoli per alcuni. Lo smart-working, per coloro che non disponevano di spazi sufficienti, è stata una modalità quasi impossibile. Il rischio è quello di uno spopolamento della città, di un esodo verso zone diluite, non ordinate ma economiche. Bisogna ripensare anche il modo di abitare, per esempio con soluzioni come il social housing, per combattere un nomadismo nato dall’impossibilità di vivere in città.
Dall’altro lato, la possibilità di vivere parte della settimana lavorativa a casa ha portato a un ripensamento anche funzionale dell’abitare: lavoro, residenza e tempo libero sono stati compressi nella stessa metratura, superando la netta divisione spaziale che ha portato alla creazione di quei quartieri monofunzionali che si riempiono nelle ore lavorative e si svuotano la sera. L’obiettivo deve essere una flessibilità abitativa dove i servizi vitali siano compresenti, attraverso la creazione di quartieri polifunzionali e policentrici che vengano incontro alle nuove esigenze della comunità.
La flessibilità è, quindi, uno degli aspetti più importanti da considerare per ripensare il modo di vivere gli spazi: le abitazioni devono adattarsi a nuove richieste, dettate sia da necessità esterne sia da esigenze sociali – che devono tenere conto delle nuove fasce di popolazione e dei loro cambiamenti compositivi, con particolare attenzione ai giovani, alle persone a basso reddito, agli utenti a breve termine – sia dal tema della coesistenza di attività multifocali nello stesso spazio (living, remote-working e sharing).
Dall’altro lato, l’edilizia clima-adattativa necessita di un insieme di tecnologie finalizzate alla riduzione dei consumi e, quindi, dei costi, verso una transizione ecologica: pannelli solari, raccolta dell’acqua piovana, metodi di recupero energetico o sfruttamento delle energie rinnovabili.
Allo stesso tempo, la scelta dei materiali può contribuire a un risultato più sostenibile: a Parigi e a Milano, per esempio, stiamo lavorando a due boschi verticali con una struttura in legno, che unisce l’integrazione con la natura vivente alla riattivazione di un modello economico circolare con un consumo di risorse, dall’approvvigionamento allo smaltimento, prossimo allo zero.
Abbiamo inoltre riscoperto i tetti come spazi di vita e credo che si possa fare di più. Nei nostri progetti stiamo usando i tetti anche per il coworking, per l’incontro tra inquilini, per un piccolo orto in condivisione. I tetti, nell’architettura del futuro, dovrebbero e potrebbero svolgere quello che è stato per lungo tempo il ruolo dei cortili.
Il verde è tema importante come elemento rassicurante e di qualità, ma anche per vivere meglio: aiuta a schermare la luce, ad assorbire le polveri sottili, sia quelle esterne, nella città, sia quelle prodotte nella vita domestica.

Foto Boeri Studio Architetti - Albero verticale
Ridefinire il concetto di “borgo urbano”
Per concludere, siamo tutti nati sull’idea tipica dell’architettura moderna, ma anche dell’urbanistica, che tendeva a suddividere la giornata in tre grandi fasi: fase della residenza, fase del lavoro e fase del tempo libero. Ci siamo ispirati a una logica di questo tipo nel costruire case, edifici, città. Questa separazione oggi non ha più senso: dobbiamo immaginare spazi più fluidi. Nella vita quotidiana ci capiterà sempre più spesso di inserire momenti di tempo libero nella fase dedicata al lavoro o di lavoro nella fase della residenza e così via. Ci saranno sempre più forti interconnessioni. Si passa da una visione di “scatole” accostate a una molto più osmotica. Gli spazi devono rispecchiare questa situazione e facilitarla. Penso che sia importante tornare a vivere gli spazi seguendo la logica di prossimità tuttora tipica dei centri urbani di piccole dimensioni.
Non intendo ovviamente proporre il modello di un borgo medioevale all’interno delle grandi città contemporanee, quanto piuttosto ridefinire il concetto di “borgo urbano”: una zona con un’elevata autonomia di funzioni che permetta a ciascuno di poter accedere al commercio minuto, alla scuola, alle istituzioni culturali, ai servizi sanitari – quei servizi decentrati sul territorio che sono drammaticamente mancati nel periodo più aggressivo del contagio – entro un raggio temporale di 15/20 minuti, a piedi o in bicicletta.
Tuttavia, questo modello di “città per quartieri”, di “città dei 15 minuti” – riprendendo la proposta di Carlos Moreno per Parigi – risponde solo in parte alla domanda di riequilibrio generale delle energie urbane che la pandemia e la crisi climatica pongono a tutti noi.

Foto Boeri Studio Architetti - Tirana riverside
Dobbiamo mettere in atto politiche immediate e urgenti. In primo luogo, verso la transizione energetica: le energie rinnovabili si sono ormai trasformate in tecnologie fertili, utili e produttive. È arrivato il momento di utilizzarle davvero e nel modo più ampio possibile, muovendoci verso l’autosufficienza energetica delle case e delle città.
In secondo luogo, verso l’enorme compito di ristabilire il nostro rapporto con le foreste. La deforestazione, la rimozione di quelle aree boschive e forestali che garantiscono un equilibrio fondamentale per la coesistenza di tutte le specie, compresa la nostra, è una delle cause della diffusione dei virus interspecifici. Per questo, è necessario non solo mantenere intatto il patrimonio forestale mondiale, in particolare assicurando la conservazione delle foreste primarie, ma anche iniziare ad aumentare la presenza di verde nelle città e in tutti gli altri tipi di agglomerati urbani, con tutte le diverse strategie di Forestazione urbana che siamo oggi in grado di mettere in atto, dai tetti verdi ai corridoi ecologici.
