Austin, Texas, 1998. La storia di Community First! Village nasce una sera. On the road. Alan Graham è alla guida di un furgone verde carico di beni di prima necessità per i senzatetto. Con lui ci sono cinque giovani. Un bel gruppo, motivato a fare del bene. Ancora non sa che da quel primo slancio di generosità nascerà un modello imprenditoriale di condivisione di vita con tratti innovativi di esperienza comunitaria. Una bella sfida dal basso, lontana dagli approcci classici – e un po' stanchi – del welfare. Abbiamo avuto modo di visitare Community First! Village. Ecco un riassunto della nostra conversazione con Alan, in cui emerge il senso di un percorso concreto e controculturale. Un percorso che ha il sapore dell’impresa, dove ognuno è consapevole che si può costruire solo prendendosi responsabilità e rischi.
Da cosa è nata l’idea di fondare qualcosa come Community First! ad Austin?
Tutto è cominciato una sera di settembre del 1998, ventisette anni fa, quando io e altri cinque ragazzi siamo andati per le strade di Austin con un furgone verde e 75 sacchetti di cibo da distribuire agli uomini e alle donne per strada quella sera. Quelle ore furono per noi un'esperienza fenomenale, che ci ha segnato profondamente. Così mi venne l’idea di acquistare uno di quei furgoni da catering, con thermos e quant’altro, e così facemmo.
Tre punti fondamentali del nostro approccio sono legati a quel primo acquisto. Innanzitutto: un furgone da catering va dove si trovano le persone. La maggior parte delle iniziative per i senzatetto nel mondo porta le persone in un luogo preciso – un rifugio, una mensa – mentre noi, con il furgone, andavamo a cercarli dove erano, dove vivevano: agli angoli delle strade, sotto i ponti, ovunque.
Poi, la mia filosofia è quella di un’ospitalità profonda e generosa. Se vieni a cena a casa mia, magari il pasto sarà semplice, ma ci sarà sicuramente in abbondanza. Così, quando il furgone va in strada, voglio che ci sia cibo in abbondanza e che le persone possano scegliere cosa mangiare. Normalmente, nei centri per senzatetto, a tutti viene data la stessa razione di cibo. Magari a te piace la zuppa di verdure o il panino al prosciutto, ma magari no — noi volevamo dare libertà di scelta.
© Mobile Loaves & Fishes
E il terzo punto?
Il terzo elemento si è rivelato il più importante: chi serviva e chi era servito erano dallo stesso lato del bancone. Serviva quindi un contatto umano, da cuore a cuore, ed è lì che è iniziata la magia. Perché invece di essere “una senzatetto”, Martina è Martina. E magari la prossima volta che ci incrociamo per strada, mi hai lasciato un’impressione e allora dico: “Ehi, Martina!”, e se io ho lasciato un’impressione a te, mi rispondi: “Alan!”. E a quel punto si crea un legame, non semplicemente una transazione, ma una relazione tra noi due.
È proprio quello che ci stava accadendo: l’inizio di un rapporto tra noi volontari e i senzatetto. Poi, nel 2003, ho iniziato a dormire in strada con questi miei amici. Ho trascorso circa 250 notti così.
Cosa ha significato questo nel tuo rapporto con i senzatetto?
A forza di dormire con loro per strada, ho iniziato a formare legami molto stretti con le persone. Se prima eravamo solo conoscenti, piano piano siamo diventati amici. Alcuni hanno iniziato a fidarsi di più di me, a condividere aspetti della loro vita:
“Sai, i miei genitori mi davano della droga da piccolo per farmi stare zitto mentre facevano i party”, “Sai, i miei zii mi molestavano”, “Sai, da bambino mi picchiavano sempre”… Ed è lì che abbiamo iniziato a capire più a fondo che cos’è davvero la persona umana, chi è colui che vive in strada.
E chi è?
Ci è diventato chiaro – e i dati sembrano confermarlo – che la causa principale della condizione di senzatetto, ovunque nel mondo, è un’esperienza familiare catastrofica, dove magari c’è un tossicodipendente, o un familiare con disturbi mentali. Così, nel 2005, mi è venuta l’idea di comprare un camper, portare una persona fuori dalla strada e sistemarla in un’area privata per camper. L’esperimento funzionò, così lo ripetemmo una seconda, una terza, una quarta volta… finché mi chiesi: perché non costruiamo una comunità? Da lì, nel 2005, abbiamo iniziato a progettare. Ci sono voluti nove anni prima di iniziare a costruire, nel 2014. L’anno successivo abbiamo accolto i primi residenti. Ora siamo un movimento che sta avendo risonanza in tutto il mondo.
Quando ho visto le fotografie di Community First!, sono rimasta affascinata dalla bellezza di ogni casa e dalla disposizione della comunità attorno a uno spazio comune centrale. Da dove nasce questo progetto?
La mia filosofia di leadership è: prima si costruisce una visione attorno a un’idea, poi si invitano quante più persone possibile a condividerla. All’inizio volevo solo costruire un’area per camper. Poi le persone si sono entusiasmate all’idea di costruire una comunità, basandosi sul fatto che la causa principale del problema per le persone senzatetto è la perdita della famiglia. C’era un bisogno urgente di aiutare a ricostruire una struttura familiare per chi non ha madre, padre, fratelli… Io ho piantato un seme di senape e ho invitato altri ad annaffiarlo e curarlo. Ora quel seme è diventato un albero bellissimo.
Non sono un agronomo, ma a Community First! coltiviamo frutta e verdura. Non sono un artista, ma noi abbiamo il nostro Banksy. Altri ci hanno insegnato a scoprire il talento che esiste in ogni singolo essere umano, chiunque esso sia. Partendo dal principio che qualunque dono tu abbia, qualunque cosa ami fare, qualunque passione tu coltivi, può essere messa al servizio dei senzatetto. Invece di chiederti di fare fotocopie o imbustare volantini, parte del mio compito di leadership è capire quali sono i tuoi talenti (magari sei un musicista, un artista, un avvocato, un ingegnere), riconoscere che ne abbiamo bisogno, e capire come metterli a frutto per ciò che stiamo costruendo.
Rispetto agli approcci tipici del welfare americano verso senzatetto, veterani, tossicodipendenti, il tuo approccio mi sembra decisamente controtendenza…
Sì, è vero. Andiamo controcorrente rispetto a un sistema fondamentalmente gestito dal governo, che – non volendo rischiare – non porta mai innovazione. Perché l’innovazione nasce solo dal rischio. Devi essere disposto a fallire. La nostra esperienza va controcorrente rispetto al modello governativo americano, e probabilmente rispetto a qualsiasi modello statale. Si muove invece in sintonia con il modello imprenditoriale con cui operiamo negli Stati Uniti, che richiede all’imprenditore di pensare fuori dagli schemi, con un livello di creatività e innovazione che non può essere raggiunto lavorando entro forme predefinite.

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Mi sembra che il lavoro svolto da Community First!, puntando prima di tutto sulla persona – e sulla persona in relazione con gli altri – sia molto diverso da un tipico approccio assistenziale top-down, dove arrivo io ad aiutarti, sbaglio?
Penso che tu abbia ragione. Molte volte, il modo in cui cerchiamo di affrontare i problemi è puramente utilitaristico. Viviamo in un’epoca dominata da una mentalità che vuole aggiustare e riparare tutto, compresi gli esseri umani. Ma se io e te finiamo per conoscerci a fondo, alla fine ci saranno cose di te che non mi piaceranno, e ci saranno cose di me che non piaceranno a te, ma non penso di poter "aggiustare" quegli aspetti di te che non mi piacciono, e viceversa. E non è diverso con mia moglie, anche se stiamo insieme da 43 anni e siamo migliori amici!
Quello che cerchiamo di fare è imparare ad accettare quegli aspetti dell’altro che non si adattano alla nostra personalità, arrivando anche a riconoscere il trauma con cui uno può essere cresciuto, o i problemi neurologici complessi che sono alla base di certi comportamenti.
In che modo Community First! aiuta concretamente le persone con un passato di sofferenza o con complessità neurologiche?
Questo posto ti accoglie per quello che sei. Ciò non significa che tutti i comportamenti siano accettati, ma che la persona viene accettata, prima di tutto, nella sua identità. Quindi, se vieni da un contesto familiare traumatico, se sei stato in prigione, se sei un tossicodipendente o un alcolista, se hai un problema mentale o una dipendenza, qualunque cosa sia, noi ti accogliamo per chi sei.
Quello che non accettiamo sono i comportamenti che hanno un impatto negativo sulla comunità. Quindi, se le tue dipendenze, i tuoi problemi di salute mentale o fisica, o i tuoi traumi pregressi portano a comportamenti aggressivi o antisociali, cercheremo di lavorare con te; ma se non sei disposto a collaborare, allora forse questo non è il posto giusto per te.
Mi spieghi qual è il ruolo delle famiglie che avete invitato a vivere a Community First! In che modo la loro presenza arricchisce la comunità?
Questo è uno dei nostri “ingredienti segreti”! Li chiamiamo Missionals (famiglie missionarie residenti), e attualmente rappresentano circa il 10% della popolazione di Community First! Sono famiglie che si sentono chiamate a vivere tra i poveri, gli emarginati, i disprezzati della nostra società, e in molti modi sono una testimonianza sana per loro. Ci offrono anche occhi e orecchie sulla comunità che da soli non potremmo avere.
Possiamo dire che l’esperienza di Community First! è una concretizzazione dei principi della cultura della sussidiarietà?
Sì, assolutamente. Il nostro principio fondamentale è davvero dal basso verso l’alto. Sono io che aiuto una persona a uscire dalla strada, poi un’altra, e soprattutto, sono io in relazione con queste persone. È per questo che l’idea della sussidiarietà è cruciale: il governo ha un ruolo, ma non dovrebbe avere il ruolo principale. Il ruolo principale dovremmo averlo io e te, per quella persona che vive all’angolo della strada.
È possibile rendere sostenibile un’esperienza come questa?
Beh, non sono nemmeno sicuro di apprezzare la parola “sostenibile”. Credo sia un termine abusato. Il 100% delle persone che si trasferiscono dalla strada a Community First! dovranno essere sovvenzionate per il resto della loro vita, con un costo di circa 22.000 dollari all’anno per persona. Questo denaro va trovato da qualche parte, e questa esperienza non potrà mai autofinanziarsi; dovrà sempre essere sostenuta da qualcuno. E speriamo di avere sempre le risorse per farlo.
Ma d’altra parte, scommetto che quando vai a cena con i tuoi genitori, spesso sono loro a pagare, anche se potresti permettertelo. I miei figli hanno tra i 32 e i 42 anni e sono indipendenti, ma non hanno tutto sotto controllo, e ci sono ancora molte cose che vorrei fare per aiutarli. E, finché potrò, continuerò a farlo. Quando avrò 80 anni, vorrò ancora offrire loro la cena anche se avranno 50 o 60 anni.
Penso quindi che dobbiamo guardare questo problema in modo diverso: c’è una percentuale molto piccola della popolazione – circa un decimo dell’1% negli Stati Uniti – che dovrà essere sovvenzionata a vita. E questo costerà molto.
Capisco bene la tua critica a un certo uso della parola “sostenibilità”, che spesso si riduce a un attivismo ossessivo. Mi colpisce invece quando la sostenibilità nasce dallo stupore per il creato, per la persona e per la natura come dono, e da lì nasce il desiderio di custodirla e farla fiorire. L’empatia profonda che mostri verso i senzatetto mi sembra andare proprio in questa direzione. Hai detto che il tuo desiderio è costruire opere che testimonino la bellezza del creato: cosa intendi con questo?
Se posso citare la Scrittura, questo ci riporta al capitolo due del libro della Genesi. Il capitolo racconta come sono andate originariamente le cose. Come prima cosa, Dio creò il cielo e la terra. Quando la terra fu creata, era arida, perché non c’era acqua per nutrirla e nessun uomo per coltivarla. Poi, all’improvviso, l’acqua iniziò a sgorgare dal terreno, a muoversi sulla terra, l’erba e gli alberi cominciarono a crescere, e Dio scese dal cielo, prese un grumo d’argilla e cominciò a plasmare te e me.
Ci sono molte caratteristiche simili tra me e te: una testa, due braccia, due gambe… Ma il modo in cui Dio ha pensato e creato te è profondamente diverso da come ha creato me. Quando ti ha creato, l’ha fatto in modo intimo, è entrato in te e ti ha plasmato come fa un vasaio. E secondo me, in quel gesto Dio ci sta dicendo che questo è ciò che vuole che facciamo l’uno per l’altro.
Poi ha creato questo oggetto inanimato e lo ha chiamato Martina – bellissimo, ma senza vita. Per darti vita, ha dovuto soffiare nelle tue narici. Ora, non posso soffiare nelle tue narici da lontano. Devo avvicinarmi. E anche questo è un gesto estremamente intimo, che riflette ciò che Dio ci chiama a fare l’uno per l’altro: plasmare e infondere vita nelle persone che fanno parte della nostra vita. Poi Dio creò il giardino dell’Eden, pieno di cose meravigliose, frutti, alberi, animali belli da vedere, compagni di vita e, per chi mangia carne, anche buoni da mangiare. E subito dopo aver creato il giardino, pose l’uomo lì dentro per coltivarlo e custodirlo.
Per me, questo è il modello di tutta l’esistenza umana. Prima di tutto, tu ed io desideriamo essere avere un posto, essere radicati. Poi, Dio vuole che coltiviamo. E quando ti sei stabilito e stai coltivando ciò che ami, ciò per cui Dio ti ha destinato, allora cominci a preoccuparti degli altri. Quando portiamo una persona dalla strada – dove elemosina, chiede spiccioli – in un luogo dove può mettere radici e coltivare, la vediamo cambiare e iniziare a essere generosa, ad avere a cuore ciò che c’è fuori da sé. Questo è il nostro modello.
Mentre parlavi, mi è venuto in mente il concetto di ecologia integrale di cui parla Papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’. Pensi che Community First! possa essere considerata un’opera che esprime la novità di questa ecologia integrale?
Sì, lo penso. Oggi si parla molto di cambiamento climatico. Ma secondo me, la cosa più importante che possiamo fare per il cambiamento climatico è prenderci cura degli esseri umani che vivono sulla Terra. Se riuscissimo a liberare le persone dalla miseria in cui vivono – il miliardo di persone che vive nello squallore totale, senza acqua corrente, senza fognature, senza raccolta dei rifiuti – questo di per sé guarirebbe quasi istantaneamente i danni che stiamo facendo alla Terra.
Non dobbiamo convertire tutti alle auto elettriche; quella è una soluzione sciocca, perché anche se tutti avessimo auto elettriche, i poveri vivrebbero comunque nello squallore. Invece, come li tiriamo fuori da quella situazione? Questo è ciò che penso guarirà la Terra. Credo che il Papa, in Laudato Si’, ci stia comunicando proprio questo: ci ricorda quanto tutto sia integrato. Se non partiamo dall’uomo, falliremo. Se pensiamo di poter cambiare il destino della Terra senza cambiare il destino delle persone che ci vivono, non funzionerà.
