Noi esseri umani non ricordiamo il drammatico momento della nostra nascita, però lo abbiamo scolpito nel profondo del cuore. Venivamo da un’esperienza piacevole nel grembo di nostra madre, improvvisamente il cordone ombelicale è stato tagliato e siamo stati gettati nell’esistenza. Per la prima volta siamo soli, lontano dalla madre, non viviamo più di lei, non siamo più un tutt’uno con lei e piangiamo di angoscia di fronte alla nuova situazione che ci fa sentire impotenti, totalmente bisognosi. Tutti nasciamo piangendo. Siamo molto piccoli e molto lontani dall’essere autosufficienti, anche se nella vita adulta possiamo cadere in un’arroganza illusoria che ci fa dimenticare lo stato di indigenza che condividiamo con ogni altro essere umano.
Abbiamo bisogno dell’altro, dipendiamo totalmente. Che ne sarebbe di noi senza coloro che ci hanno accolto nell’esistenza? Che ne sarebbe di noi senza quella comunità? Papa Francesco ce lo ha ricordato nella Evangelii Gaudium, che «nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana»[1].
Quando siamo nati forse abbiamo sentito voci di cui non comprendevamo razionalmente il significato ma che ci hanno fatto sentire accolti nell’esistenza; voci che volevano dirci: «ti stavamo aspettando, ti abbiamo fatto posto al banchetto della vita, è una gioia che tu sia arrivato».
Al di là del fatto che questo primo messaggio condiziona tutta la nostra vita, contemplare un bambino appena nato, vedere come il suo pianto si calmi aggrappandosi al seno della madre per poi addormentarsi tranquillo è una delle scene più belle di cui siamo stati prima attori e poi testimoni.
La questione del posto nel mondo è estremamente profonda. Non si riferisce solo allo spazio fisico in cui mi trovo, ma alla mia posizione di essere umano nell’intreccio di legami e relazioni in cui sono immerso. Come mi colloco in questa complessa rete? Il poeta Rilke dice in modo molto bello in un verso: «Non è la casa fatta di pietre / che ci dà rifugio, ma la presenza / il luogo che cresce dove abita l’anima amata»[2].
Questo è come dire che si è dove è l’amore, ma non solo. Questo luogo è dinamico “luogo che cresce”: insieme all’amore, si va espandendo lo spazio della mia ubicazione nella vita. Anche io cresco. Ce lo ha detto papa Francesco sempre nell’Evangelii Gaudium, che la nostra persona «conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità», in essa «non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo»[3]. Perché «senza una dimora dove fare sempre ritorno», gli uomini «cessano di essere pellegrini e si trasformano in erranti, che ruotano sempre intorno a sé stessi senza arrivare da nessuna parte»[4].
La dimensione comunitaria
Il tetto, la casa è lo spazio in cui risiede l’intimità della persona. «Quando tu hai perso quello che era tuo, la tua casa, quello che era proprio tuo, ti viene questa nostalgia e questa nostalgia ti porta di nuovo a casa tua»[5].
Da quel luogo vive il suo posto nella vita. Si nutre come quel bambino che era e che piangeva, non più alla ricerca ansiosa del seno della madre ma intorno a un tavolo, necessario per condividere come esseri umani quella misteriosa dipendenza dalla natura. Attorno a un tavolo familiare, comunque sia la famiglia, siamo senza difese. Ci stiamo riconoscendo in qualcosa di essenziale come un bisogno condiviso che dovrebbe farci sentire umili. Per papa Francesco «Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria»[6].
È proprio perché ci sentiamo vulnerabili intorno alla tavola familiare che lì si sperimentano grandi gioie e anche grandi dolori, violenze e divisioni. Ma al di là di questo, mai sarà la stessa cosa mangiare da soli che mangiare insieme celebrando la vita. Il pasto condiviso, in particolare nel giorno del riposo, è un modo per celebrare l’esistenza e dare un senso di festa all’incontro. Papa Francesco ha insistito nel suo magistero sulla cultura dell’incontro, in quanto «l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro»[7].
Nell’incontro possiamo trascendere e allo stesso tempo diventare più umani. Il tetto riflette la nostra posizione nel mondo. È uno spazio in cui ritrovo me stesso e gli altri che condividono la mia vita in modo più prossimo. È il luogo in cui mi “tolgo le scarpe”, come fanno gli arabi nei luoghi santi, perché trovo l’atmosfera che mi permette di essere autenticamente me stesso, lontano dal lavoro o dallo studio o dalla lotta per la vita con tanti movimenti esterni e interni quali viaggi, trasferimenti, nervosismi e ansia. È lo spazio necessario per incontrare le storie degli esseri più prossimi che fanno il cammino insieme a me.
La dignità calpestata
Ricordo la mia prima visita come Vescovo di San Isidro al quartiere La Cava, una grande conca dove vivono circa 2.800 famiglie. Sono andato dopo una pioggia. Nella prima casa che ho visitato, un’anziana signora mi ha accolto in modo del tutto naturale, seduta sul letto e con i piedi nell’acqua. In questa posizione ha condiviso con me un mate [infuso di foglie essiccate di erba mate, bevanda calda tipica del Sud America, NdR] e io ho così verificato che aveva reso normale la sua “convivenza” con l’inondazione, cosa che mi ha lasciato profondamente impressionato. Il bisogno e il diritto a un tetto costituiscono la dignità della persona. Il sovraffollamento in cui vivono milioni di esseri umani produce un grande deterioramento nello sviluppo della vita dei bambini, poiché è enorme la difficoltà di crescere come persone senza disporre di spazi minimi e indispensabili per stare con sé stessi.
Per questa ragione per papa Francesco la casa, el techo, è un diritto fondamentale della persona, insieme alla terra e al lavoro. Un diritto per cui lottano soprattutto gli ultimi, che tra loro praticano «quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare»[8]. È proprio a loro, ai Movimenti Popolari che di questi ultimi sono costituiti e per questi ultimi lottano, che Papa Francesco ha rivolto i suoi discorsi più accalorati.
«Una casa per ogni famiglia», ha detto ai Movimenti popolari. Perché «non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode»[9]. Papa Francesco sempre ci ha ricordato che «oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi»[10].
E che per questo la solidarietà esprime molto più che semplici atti di generosità sporadici: «È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari»[11].
Pensando alle grandi città in cui gli uomini vivono, papa Francesco le descrive come «moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto»[12].
Nessuno ama un concetto
Papa Francesco ci lascia il suo sogno: «Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!»[13]. Città come luoghi di accoglienza e prossimità perché «questo attaccamento al quartiere, alla terra, all’occupazione, al sindacato, questo riconoscersi nel volto dell’altro, questa vicinanza del giorno per giorno, con le sue miserie – perché ci sono, le abbiamo – e i suoi eroismi quotidiani, è ciò che permette di esercitare il mandato dell’amore non partendo da idee o concetti, bensì partendo dal genuino incontro tra persone, perché abbiamo bisogno di instaurare questa cultura dell’incontro, perché non si amano né i concetti né le idee, nessuno ama un concetto, un’idea, si amano le persone. Il darsi, l’autentico darsi viene dall’amare uomini e donne, bambini e anziani e le comunità: volti, volti e nomi che riempiono il cuore»[14].
[1] Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, n. 113.
[2] Rainer Maria Rilke, Elegia V in Elegie di Duino, Feltrinelli, Milano 2006.
[3] Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, n. 235.
[4] Ivi, n. 170.
[5] Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, 1 ottobre 2015.
[6] Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti all’Incontro mondiale dei Movimenti popolari, 28 ottobre 2014.
[7] Lettera enciclica Fratelli Tutti, n. 66.
[8] Ivi, n. 116.
[9] Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti all'incontro mondiale dei Movimenti popolari, 28 ottobre 2014.
[10] Ibidem.
[11] Fratelli tutti, n. 116.
[12] Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti all'incontro mondiale dei Movimenti popolari, 28 ottobre 2014.
[13] Evangelii Gaudium, n. 210.
[14] Discorso del Santo Padre Francesco al secondo Incontro mondiale dei Movimenti popolari, 9 luglio 2015.
