Quadrimestrale di cultura civile

Editoriale. La casa per tutti:
sviluppo umano e sociale

La crisi dell’abitare è una falla enorme del sistema di welfare. Riguarda il nostro Paese, soprattutto i centri urbani maggiori, ma è un problema internazionale. Tale deficit tocca in misura dirompente le fasce più deboli della popolazione. Che si vedono allontanate dalle città. Un dramma per loro e un’oggettiva povertà per la vita delle città. La persona necessita di una casa. Perché vuol dire tanto: dignità, protezione, benessere. Vuol dire avere il proprio posto nel mondo. Un posto caldo, accogliente, generativo di relazioni. Anticipo di comunità. Ecco perché il welfare abitativo deve tornare a essere un tema caldo per le agende della politica. E la fondamentale rigenerazione urbana può avvenire solo con la collaborazione fra tutti i soggetti responsabili. Con una chance importante per il Terzo Settore. Perché la città non può continuare a essere solo un prodotto nelle mani della finanza neoliberista

«La casa è come un punto di memoria/Le tue radici danno la saggezza/E proprio questa è forse la risposta/E provi un grande senso di dolcezza/E provi un grande senso di dolcezza». Queste strofe chiudono il brano che dà il titolo all’album “Radici” del cantautore emiliano Francesco Guccini, uscito il 1° luglio 1972. In queste parole semplici e riconoscenti emerge la potenza assai concreta della casa quale punto vitale generativo di memoria. Parole che raccontano l’importanza dell’esperienza di abitare un luogo che è una casa; e a ben vedere esprimono il significato di avere un proprio posto (fisico e di benessere) nel mondo.  

L’argomento casa non rientra nei tradizionali parametri del welfare universale, per come è stato pensato in origine. Ma che la materia tocchi i fili scoperti del welfare è di un’evidenza. Non si può dire che nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 ci sia un esplicito riferimento al termine “welfare abitativo”. Tuttavia, all’articolo 25, viene esplicitato che ogni persona ha diritto a un tenore di vita sufficiente per garantire il proprio benessere e quello della sua famiglia. E tra le necessità si fa, per l’appunto, menzione all’abitazione. Questo sta a significare che il diritto alla casa è parte integrante del più vasto e completo diritto a un livello di vita perlomeno dignitoso. Perciò, un principio cardine fondamentale per lo sviluppo umano e sociale.

Le difficoltà del capitale più giovane

Dunque, se ci sono persone che rimangono senza alloggio, viene disatteso un muro portante della convivenza, si manca una promessa, si retrocede pericolosamente in fatto di welfare.

La casa è parte fondamentale del proprio stare al mondo. In altri tempi la si chiamava affettivamente come il focolare domestico. Perché era il posto che scaldava e teneva insieme le persone che, abitandola, la vivevano. Oggi non usa più. Eppure il senso primo e ultimo della casa rimane quello di sempre. Tanto è vero che avvertiamo come un problema assai grave il fatto che non poche persone facciano molta fatica a trovare una casa.

Specie nelle grandi città, l’evidenza del problema è palpabile. La casa è diventata un bene primario sempre meno accessibile, in modo particolare per le categorie economiche più vulnerabili. La crisi abitativa è crisi del welfare. Con tale deficit si è rotto qualcosa. Le grandi aree urbane alzano barriere anziché accogliere e offrire opportunità. E ne sta facendo le spese specie il capitale umano più giovane.

I numeri, come si dice in questi casi, parlano chiaro. Negli ultimi quindici anni gli affitti medi sono aumentati di circa il 50%; anche le periferie presentano il conto di prezzi particolarmente salati e perciò inaccessibili. Con la crescita delle disuguaglianze è quasi impossibile per le fasce di popolazione più deboli, come per le giovani coppie, accostarsi alla possibilità dell’acquisto di un immobile.

Quella della casa è divenuta un’urgenza sociale, tenuto conto che l’edilizia popolare rappresenta appena l’8% del patrimonio edilizio europeo. Una percentuale così risicata è l’esito di una “distrazione” dei decisori pubblici che, nei fatti, hanno progressivamente perso di vista la gravità del problema. L’impasse della politica ha determinato l’ingresso prepotente sulla scena di soggetti a vocazione finanziaria che sono stati messi nelle condizioni di edificare e caratterizzare le città puramente in senso mercantile.

La mutazione in prodotto

Le città per pochi sono quello che vediamo. Ciò significa che la finanza a trazione neoliberista ha potuto giocare assai bene la sua partita. Ma la finanziarizzazione dei centri urbani rappresenta la sconfitta del senso più autentico e inclusivo di abitare e vivere la città. La città perde la propria identità, il proprio essere ambiente facilitatore di relazioni, annulla la spinta a favorire quella vivacità propositiva che anticipa il sorgere e la continua scoperta dello spirito delle comunità.

Non si può accettare come dato di normalità l’emergenza abitativa. La metamorfosi delle città le ha rese luoghi inospitali dove non si vedono più i volti, non ci si riconosce più. Le relazioni sono quanto di più precario, le dinamiche culturali non hanno quasi più alcunché di dinamico. E così il vissuto quotidiano è l’espressione di una stanca pantomima.

Se le città hanno vissuto la mutazione in prodotto è chiaro che nella logica della domanda e dell’offerta tanti, troppi sono stati messi alla porta, costretti a uscire di scena. Ad abbandonarla. Ma una città-prodotto anziché una citta-comunità è sostanzialmente la deriva del significato di città. È venuto a imporsi un modello da sfilata sul tappeto rosso. Un modello che respinge, che produce estraneità. Proprio perché impone di indossare maschere.

Ridare un volto agli “invisibili”

Dunque, questo è il tempo di tornare a mettere in campo soluzioni convincenti alla crisi abitativa, che siano a misura dell’umano. Vanno promossi nuovi complessi residenziali, e rigenerati molti di quelli esistenti e troppo spesso vuoti, per rispondere in prima istanza alla domanda delle fasce di popolazione più fragili per i più diversi motivi. Occorre una vera e propria trasformazione del paradigma dell’abitare: la città deve tornare a essere un luogo del risiedere e del vivere alla portata dei più, se non proprio di tutti. La città deve saper promuovere soluzioni capaci di accogliere “progetti di vita”. E una città “progetto di vita” è quella che sa includere, che non allontana, che offre chance. Soprattutto ai giovani e i più poveri, i cosiddetti “invisibili” perché non si vuole vederli, perché sono fuori dalla scena, perché sono avvertiti come corpi estranei. Ecco allora che il ripensare la città contiene una promessa da recuperare: il suo portato civile e culturale.

Tali risposte non possono prescindere dalla collaborazione fra pubblico e privato. Ciascuno deve fare la propria parte. Il pubblico si impegni, con maggiori intensità rispetto a ieri, a mettere a disposizione aree a costo praticamente zero, e il privato entri nell’ottica di veder ridotti i propri margini (anche se nessuno può imporgli di farlo). Ecco allora che in questa sfida possono giocare un ruolo tutt’altro che marginale il non profit e le realtà cooperative - ma anch’esse devono ripensarsi, perché non sempre sono riuscite a mantenersi distanti da qualche opacità. Insomma, il Terzo Settore va coinvolto nell’urgente tentativo di rilancio dell’abitare la città.

 Società glocali

I soggetti presenti nelle città sono chiamati a un salto di qualità nel segno della responsabilità. Anche la finanza. Che, realisticamente, non può restare fuori dalla porta. Ma quel che è doveroso chiederle è che metta sul piatto i cosiddetti “capitali pazienti”, cioè a remunerazione ragionevole, nell’ordine del 2/3%.

L’obiettivo deve essere quello di offrire citte belle senza che gli alloggi a prezzo calmierato comunichino degrado o altre ombre. Non si può dare per scontato che l’edilizia pubblica esprima bruttezza, sciatteria, screpolature varie. Mai bisogna perdere di vista il fattore dignità. Quello che apre al benessere. Abitare nel degrado fa male: genera vergogna, lontananza, distacco. Un trauma umano che è insieme un trauma sociale. Perché la casa non è solo avere un tetto, magari ammaccato, sopra la testa. Perché così è un avere un posto nel mondo che è una ferita aperta. E quando si fa memoria di questa condizione insalubre non si prova certo quel grande senso di dolcezza di cui canta Guccini.

La sfida è complicata. Nell’Osservatorio dei Conti dell’Università Cattolica si legge che, per attuare un Piano Casa elementare (cioè basico) con lo scopo di costruire 50.000 alloggi, vanno collocati circa 12 miliardi di euro. Una cifra importante. Ma la strada è obbligata: l’agenda della politica deve trovare la chiave per sbloccare una situazione di pericoloso stallo.

La casa è una questione dirimente. Cruciale: non ci risolleveremo mai dalla crisi demografica senza un piano illuminato di edilizia popolare. La rigenerazione urbana passa innanzitutto da qui. Il futuro dell’abitare in città potrebbe così riverberare di quel respiro umanizzante proprio delle società glocali. Intelligenti e inclusive.  

 

 

 

 

 

 

 

 

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