Quadrimestrale di cultura civile

Aree interne: un grande caso nazionale

  • OTT 2025
  • Anna Finocchiaro

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Il nostro Paese dispone di un numero piuttosto ridotto di grandi città, una diffusa presenza di città medie e migliaia di comuni assai piccoli. Un policentrismo che per troppo tempo è stato ridotto a dicotomie: città/campagna; centro/periferia; Nord/Sud. Tale insufficiente lettura ha prodotto politiche pubbliche che non hanno fornito risposte alle esigenze di una oggettiva complessità territoriale, che invece è ricchezza. È giunto il momento di recuperare il tempo perduto con oculati investimenti territoriali (Pnrr e Snai) che riconoscano storia e potenzialità di quelle aree. Dunque: ridare centralità a un patrimonio colpevolmente trascurato. Ma non con misure convenzionali o interventi supportati da un’inquinata interpretazione del concetto di identità, piuttosto con investimenti che contribuiscano a restituire un’immagine più autentica dell’Italia “plurale”. Con un agire a marcata impronta sussidiaria

L’Italia è un paese policentrico, da sempre e per sua storica e fisica conformazione.

Poche grandi città, molte città medie, migliaia di piccoli comuni, coste e montagne, interni rocciosi, aree vaste, sistemi bioterritoriali. Per anni, questa complessità è stata ridotta a dicotomie: città/campagna, centro/periferia, Nord/Sud. Le politiche pubbliche, di conseguenza, hanno fatto riferimento a questo modello concettuale. Non hanno valso, di contro, nemmeno i numeri: sono 3800 (contro i circa 8000 complessivi) i comuni ultraperiferici, rappresentano il 60% del territorio nazionale, sono abitati da quasi un quarto della popolazione italiana e generano il 13,2% del fatturato nazionale.

La domanda sociale

Parlare di paese policentrico e tralasciare l’opposizione tra centralità e marginalità, dunque, non è un’operazione formalistica, ma corrisponde al tentativo di restituire un’immagine meno stereotipata e approssimativa dell’Italia e della sua complessità e, soprattutto, di leggere con maggiore pertinenza le diverse condizioni del vivere, dell’abitare, del lavorare in un luogo piuttosto che in un altro. Il tutto, per misurare strumenti differenziati di politiche pubbliche che, fuori da quelli convenzionali, rispondano al vissuto e alla domanda sociale di ogni città o paese o borgo.

Se un’area viene costretta nella definizione di marginale, su di essa non si investe in infrastrutture e servizi, anzi si smantellano quelli tradizionali (uffici postali e bancari, farmacie, stazioni e collegamenti ferroviari) e le politiche per lo sviluppo fondate su “competitività” e “attrattività” le vedono perdenti in partenza.

Ma questo modello di lettura della territorialità sta cambiando in ragione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e della Strategia Nazionale per le Aree interne (Snai), che introducono una visione del territorio civico italiano “a grana assai più minuta”, dando una rappresentazione del Paese che cancella le vecchie divisioni (città/campagna/aree montane/nord/sud) e rende possibile valutare diversamente le politiche finora adottate che hanno accentuato, se non determinato a priori, marginalità. Si pensi, per esempio, a politiche infrastrutturali e di servizi orientate a massimizzare la competitività di aree già competitive per collocazione, trascurando le altre.

A sua volta, poi, il ciclo di programmazione 2021-2027, in ciò ricalcando l’impostazione del Pnrr e della Snai, affianca agli obiettivi di crescita economica quelli dell’incremento di capitale sociale e coesione sociale, mentre uno specifico obiettivo dei fondi europei è individuato nella cultura che, insieme a natura e turismo sostenibile, è considerata un driver per lo sviluppo sociale, economico e ambientale delle aree interne.

Per uno sviluppo integrato

Il quadro che ne esce punta dunque a politiche che, da una parte, portino le aree interne alla ribalta di specifiche politiche pubbliche in grado di coglierne le specificità, dall’altra, adottino metri e obiettivi mirati a uno sviluppo integrato consistente in crescita del capitale sociale, coesione, abbattimento delle disuguaglianze, valorizzazione ambientale e crescita economica.

Il passaggio decisivo è mettere al centro delle politiche ciò che il patrimonio – culturale, materiale e immateriale – significa per quel territorio non in termini di mera conservazione (pur importante) o di mera “messa a reddito”, quanto delle disponibilità e delle forze che può mettere in movimento in una comunità. La partecipazione dei cittadini alle scelte che saranno tradotte in politiche; la cogestione pubblico-privato, con le conseguenti mobilitazione di volontariato e sollecitazione alla cittadinanza attiva, scambio e valorizzazione di conoscenze; il miglior utilizzo delle istituzioni culturali esistenti (musei, biblioteche); la valutazione delle politiche culturali non solo con riguardo al singolo bene, ma al complesso ambientale in cui si trova (paesaggio, colture, produzione autoctoni...), e un modo di amministrare i territori fuori dal modello meramente autoritativo, più orientato verso quello condiviso.

 La cultura come fattore di sviluppo

Ci troviamo pienamente nel campo di applicazione del principio di sussidiarietà, ma anche nella necessità di evitare alcuni fraintendimenti (o errori tout court) di cui abbiamo già esperienza nel campo delle politiche pubbliche culturali. Uno dei più evidenti è stato quello di articolarle col metro esclusivo della redditività, considerando l’offerta culturale come bene di consumo individuale offerto alla fruizione del mercato. Ne conosciamo gli effetti: lo spopolamento dei centri storici nelle città d’arte con i conseguenti problemi causati ai residenti, allontanati dai luoghi tradizionali del vivere e delle relazioni sociali; la perdita del controllo sociale di quelle aree; il disorientamento giovanile; la chiusura di piccoli esercizi commerciali e la sparizione di laboratori artigianali; i borghi trasformati da comunità viventi a presepi disabitati; il turismo mordi e fuggi (se ne è discusso sui media quest’inverno, per esempio a proposito di Roccaraso).


 

C’è un altro modo e altri criteri per regolare le politiche pubbliche e l’utilizzo della cultura come fattore di sviluppo, evitando di collegarlo esclusivamente alla redditività del patrimonio culturale esistente, ma facendo perno sulla sua capacità trasformativa in termini di crescita e partecipazione delle comunità.

Il lavoro da compiere non è dunque solo rivolto all’esterno delle comunità, ma va innanzitutto introflesso, con investimenti su istruzione, conoscenza e nuove professionalità, accessibilità e confidenza diffusa con le tecnologie informatiche, che hanno il potere di accorciare le distanze contrastando la marginalità, e aumentare le competenze nell’amministrazione pubblica.

Peraltro, le politiche culturali nel nostro sistema sono multilivello e occorre quindi mettere in campo collaborazione e cooperazione tra diversi livelli di governo; sono inoltre espansive, nel senso che riguardano, o possono riguardare, un territorio più vasto di quello di un singolo Comune. Ciò è particolarmente evidente quando non si fa riferimento al singolo bene culturale materiale bensì al complessivo habitat in cui è collocato, costituito da ambiente naturale, colture, beni immateriali, percorsi, legami storici.

Ciò necessariamente richiede che le politiche culturali si costruiscano e si implementino con uno sforzo di aggregazione territoriale e di programmazione comune.

Un compito difficile per un Paese in cui ciascuno dei frammenti territoriali è stato più intento a celebrare la propria identità “dentro le mura” che a cercare aggregazione e fare lo sforzo di misurarsi anche con i problemi e gli intenti degli altri, come se questo sforzo la indebolisse.

Basta pronunciare la parola “identità” e il pensiero corre non solo ai luoghi fisici di strade, piazze, campi a colture specifiche, ma anche al patrimonio immateriale di tradizioni, narrazioni, devozioni e saper fare.

Sentiamo che tutti questi elementi ci definiscono, compongono la nostra specifica identità culturale e civica, presumiamo che siano il collante della nostra coesione sociale.

 Attori delle comunità: cambiamento e crescita

Ma per quanto sia prezioso tutto questo, avvertiamo che non può nascondere le fratture che attraversano questa identità, da quella generazionale a quella che separa gli abitanti tra i “continuatori” del tradizionale abitare in quel luogo e chi venga da altri Paesi culture. Conosciamo la marginalità rispetto a servizi e infrastrutture, a luoghi del produrre e del sapere, e dunque lo spopolamento e l’invecchiamento della popolazione, il tradimento di sogni e speranze dei giovani, il prosciugamento culturale.

Se poi allarghiamo lo sguardo agli straordinari rivolgimenti in atto nel mondo, sappiamo che una mal declinata identità corre il rischio di un pezzetto di legno in un enorme gorgo d’acqua.

Ecco perché parlavo di introflessione delle politiche culturali: per prime richiedono cambiamento e crescita nei loro attori, e cioè nelle comunità, nei governi e nelle amministrazioni locali, e nella loro capacità di aggregarsi e cooperare con gli altri soggetti del territorio (enti locali ma non solo) e gli altri livelli di governo.

Difficile, certo, ma strumenti finanziari sono già in campo: a metà 2024, nel sistema nazionale di monitoraggio dei risultati della Snai erano entrati progetti in ambito culturale per 50 milioni di euro. Utilizzarli produrrà risultati in termini di coesione sociale, nuove opportunità di lavoro, elevamento del livello culturale di un’area, superamento di disuguaglianze, sostenibilità dello sviluppo.

Abbastanza per fare della questione delle aree interne un grande caso nazionale.

Anna Finocchiaro è un politico e magistrato. È presidente dell’Associazione italiadecide.