Il PIL non è sufficiente a misurare il benessere di una popolazione. Lo sapevano gli studiosi del movimento degli indicatori sociali degli anni Settanta, chi si occupava di qualità della vita, gli economisti più attenti, l’OCSE, la Commissione Europea. Ne era convinto l’associazionismo, e lo comprendeva anche la buona politica. Il dibattito si era sviluppato da anni, ma solo tra il 2007 e il 2009 si aprì una nuova stagione e si fece un salto di qualità: la Commissione Europea promosse la conferenza “Beyond GDP”, e poco dopo, sotto la spinta del presidente francese Nicolas Sarkozy, nacque la Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi con l’obiettivo di ripensare gli strumenti di misura del progresso. Tra i membri, tre premi Nobel e figure chiave del panorama internazionale, come Enrico Giovannini, che sarebbe diventato presidente dell’ISTAT nel 2009.
Quando assunse la guida dell’Istituto, il suo mandato cercò di rendere concreta quella sfida, cioè misurare il benessere del paese, non solo la crescita economica. Io, che avevo percorso tutto un cammino all’interno dell’ISTAT, diventai Capo Dipartimento delle statistiche sociali e ambientali. Fu l’inizio di un’avventura straordinaria, costruita sull’idea che al centro della misurazione statistica dovessero esserci i cittadini, le persone e l’ambiente in cui viviamo.
Una rivoluzione copernicana
La sfida era grande. Non si trattava di rottamare il PIL, ma di affiancargli indicatori di benessere equo e sostenibile. Dovevamo costruire un nuovo sistema di misurazione che tenesse conto della qualità della vita delle persone, delle condizioni ambientali, del benessere delle generazioni presenti e future. E l’Italia, da questo punto di vista, si trovava in una posizione privilegiata. Già a partire dagli anni Novanta, l’ISTAT aveva iniziato una rivoluzione copernicana. L’approccio economicocentrico aveva lasciato spazio a un’ottica centrata sul cittadino. Avevamo cominciato a rilevare la soddisfazione soggettiva, le opinioni, le condizioni di gruppi sociali fino ad allora invisibili: bambini, donne, anziani, migranti, persone con disabilità, homeless, LGBTQ+. Avevamo rotto tabù cominciando a misurare anche la violenza sulle donne, le discriminazioni, le disuguaglianze multiple.
La strada era tracciata. Dovevamo solo fare un passo avanti. Costruire un quadro concettuale solido, individuare le dimensioni fondamentali del benessere e gli indicatori più adatti a misurarle. Il primo nodo fu proprio questo: quali sono le dimensioni strategiche del benessere? Salute? Lavoro? Benessere economico? Relazioni? Ambiente? Sicurezza? Quali indicatori usare? Bastava un set di indicatori per ogni dominio? No. Dovevamo anche misurare le disuguaglianze. Un miglioramento medio, se accompagnato da un aumento delle disuguaglianze, non poteva essere considerato un miglioramento del benessere. Questo valeva per la salute, ma anche per tutte le altre dimensioni.
E allora partimmo. Decidemmo che il processo doveva essere condiviso. Non era un lavoro tecnico da fare soltanto dentro l’ISTAT, ma un percorso da costruire insieme alla società civile. Coinvolgemmo il CNEL, organo costituzionale rappresentativo delle forze sociali. Costituimmo un Comitato di indirizzo, aperto e partecipato: sindacati, associazioni di categoria, terzo settore, associazioni ecologiste come WWF, Italia Nostra, Legambiente, movimenti femminili, consumatori, Sbilanciamoci. Al tempo stesso, all’interno del’ISTAT costituimmo una Commissione scientifica con accademici, ricercatori ed esperti delle diverse aree.
Il metodo era chiaro: ascoltare, discutere, costruire insieme. Niente decisioni a maggioranza, ma dibattiti veri, fino a trovare la soluzione condivisa. Un esempio potente fu la proposta di Salvatore Settis di inserire tra i domini del benessere anche “paesaggio e patrimonio culturale”. All’inizio c’era scetticismo. Poi, grazie alla sua forza argomentativa, il Comitato fu conquistato. L’Italia, con questa scelta, divenne l’unico Paese al mondo ad aver inserito la bellezza tra le dimensioni fondamentali del benessere.

Uno sguardo nuovo
Accanto al lavoro del Comitato, avviammo un importante processo di consultazione pubblica. Un primo strumento fu la consultazione online, aperta a tutti, ma con i limiti noti dell’autoselezione: i rispondenti erano coloro già motivati alla tematica. Così ci inventammo una seconda modalità: inserire una batteria di domande nell’indagine Multiscopo “Aspetti della vita quotidiana”. Risposero 45.000 persone, dai 14 anni in su. Un risultato eccezionale, unico a livello internazionale. I cittadini ci indicarono con chiarezza le priorità.
Al primo posto, la salute: punteggio medio 9,7 su 10. Otto su dieci diedero il punteggio massimo. Senza salute, nessun altro aspetto della vita può funzionare. Subito dopo, la possibilità di garantire un futuro ai propri figli (9,3), seguita dalla dignità nel lavoro (9,2) e da un reddito adeguato (9,1). Ma anche le relazioni interpersonali, l’amore, l’amicizia, la famiglia: tutti aspetti con punteggi altissimi. Più indietro, ma non irrilevanti, ambiente e fiducia nelle istituzioni. Più bassa la partecipazione politica: un segnale di disillusione verso la politica come leva di benessere.
Con queste basi, definimmo un quadro concettuale articolato. I domini del benessere furono suddivisi in due gruppi: nove con impatto diretto sul benessere umano e ambientale – salute, istruzione, lavoro e conciliazione, benessere economico, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo, ambiente, patrimonio culturale – e tre domini di contesto: politica e istituzioni, ricerca e innovazione, qualità dei servizi.
La dimensione di genere fu considerata trasversale a tutti i domini. Non un dominio a parte, ma una chiave di lettura, da garantire in ogni indicatore, con disaggregazioni specifiche.
A questo punto, il lavoro divenne tecnico ma non meno complesso. Ogni gruppo di lavoro individuò un set di indicatori rappresentativi della dimensione, soggettivi e oggettivi. La condizione era la disponibilità annuale e la disaggregazione territoriale e sociale. Il Comitato e la Commissione lavorarono a stretto contatto, con confronti costanti e cooperazione nella copertura dei vuoti informativi. Il risultato fu l’individuazione di 130 indicatori. Avviammo anche una consultazione online sulla proposta, con oltre 2.500 risposte.
Nel 2013, la pubblicazione del primo rapporto fu un’emozione forte. Dopo anni di lavoro collettivo, vedevamo finalmente i frutti. Il rapporto restituiva un’Italia in difficoltà: disoccupazione, povertà, disuguaglianze, precarietà delle relazioni. Ma al tempo stesso, offriva uno sguardo nuovo, centrato sulle persone e gli ambienti di vita. Il BES non era solo un sistema di indicatori, era una rivoluzione culturale. Rimettere al centro le persone e gli spazi in cui viviamo.
La deprivazione abitativa
Nell’ambito del dominio del benessere economico furono inseriti accanto agli indicatori di povertà, reddito e grave deprivazione anche due indicatori per misurare il disagio abitativo. Il primo riguardava la grave deprivazione abitativa: parliamo della quota di persone che vivono in abitazioni sovraffollate e che, allo stesso tempo, devono affrontare almeno uno dei seguenti disagi: carenze strutturali dell’edificio (come soffitti danneggiati o infissi fatiscenti), assenza di bagno o doccia con acqua corrente, oppure scarsa luminosità degli ambienti interni.
Il secondo indicatore misurava invece il sovraccarico del costo dell’abitazione: rappresenta la percentuale di persone che vivono in famiglie in cui il costo dell’abitazione supera il 40% del reddito netto disponibile. Entrambi gli indicatori si basano sull’indagine EU-SILC, una fonte europea armonizzata di dati sulle condizioni di vita.
Se guardiamo l’evoluzione degli ultimi due decenni, il quadro mostra segnali incoraggianti. Nonostante la grave deprivazione abitativa sia diminuita in modo significativo dal 2004 al 2024, ancora il 5% della popolazione si trova in questa situazione. Era l’8,8% nel 2004. La riduzione ha interessato tutto il Paese, ma con intensità diversa: il Mezzogiorno ha registrato il miglioramento più marcato, con un dimezzamento del fenomeno. Nel Centro-Nord, dopo un picco tra il 2014 e il 2015, la situazione è progressivamente migliorata, riportandosi su livelli inferiori a quelli del 2004. Al Sud, la discesa è stata più costante, con un’accelerazione tra il 2014 e il 2024.
Il risultato è una forte convergenza territoriale, con il divario Nord-Sud sensibilmente ridotto. Anche per quanto riguarda il sovraccarico del costo dell’abitazione, la situazione è fortemente migliorata. Dal 12,2% del 2004 si è passati al 5,1% del 2024 con una tendenza continua alla diminuzione che ha riguardato il Centro-Nord. Nel Mezzogiorno, tra il 2014 e il 2019 l’indicatore è cresciuto dal 9,4% all’11,7% per poi diminuire di 6 punti percentuali.
Nuovi bisogni, nuove vulnerabilità
Il benessere equo e sostenibile come sistema di indicatori è ormai una realtà. Un sistema coerente e flessibile, in grado di adattarsi al cambiamento. E il cambiamento arrivò presto.
Nel 2016, un evento importante: 12 indicatori BES furono inseriti nel Documento di economia e finanza (DEF), uno per ciascun dominio. Un traguardo istituzionale, perché il benessere entrava finalmente nei processi decisionali della politica economica. Ogni anno, l’ISTAT fornisce al Ministero dell’Economia l’aggiornamento dei dati, con stime econometriche e produzione accelerata. Era la prova che il benessere poteva e doveva guidare le politiche pubbliche. Ma solo un primo piccolo passo sul fronte delle politiche.
Nel 2020, con la pandemia, fu evidente la necessità di un aggiornamento: nuovi bisogni, nuove vulnerabilità. Aggiornammo gli indicatori, arricchimmo le indagini, intervenimmo dove i dati non erano più adeguati. La crisi sanitaria, ma anche quella climatica e tecnologica, imponevano un sistema dinamico. Il BES si dimostrò all’altezza, capace di rispondere ai bisogni emergenti.
Ma ancora c’è molto da fare perché diventi bussola dell’agire politico. Quanto più verrà utilizzato come obiettivo delle politiche, tanto più sarà utile a definirle e adeguarle sulla base dei risultati.

