Quadrimestrale di cultura civile

Geografia, demografia ed energia: perché l’Africa ci deve interessare

di Lapo Pistelli / Direttore Relazioni Internazionali ENI

Non è necessario avere una passione per l’Africa, magari amarla, per capire che se non decidiamo di occuparci seriamente di questo grande continente, sarà quest’ultimo a occuparsi di noi, risolvendo le nostre diatribe politiche, i nostri dibattiti, con la logica insuperabile della geografia e della demografia. Ed è difficile nascondere un senso di frustrazione osservando come, a ogni evento della cronaca relativo a migrazioni, crisi politiche, emergenze climatiche che colpiscono l’Africa, sia necessario ripartire da capo, rispiegare, come in una eterna prima volta.
La geografia innanzitutto. Guardiamo con occhi meno distratti un planisfero, uno di quelli stampati in Europa, dove l’Europa, l’Italia e il Mediterraneo sono nella parte alta centrale della carta, come una corona collocata sulla testa dell’Africa, e dove – rispetto a quella centralità – abbiamo imparato sui banchi di scuola a definire cosa sia Occidente e cosa sia Oriente. (Se facessimo lo stesso esercizio con una carta stampata negli Stati Uniti o in Giappone, scopriremmo – magari con sorpresa – che ogni Paese ama collocarsi al centro del pianeta e dello sguardo, rivoluzionando cosi il senso di ciò che è Oriente e Occidente in senso geografico).
Guardiamo adesso l’Africa: se non ci fossero le distorsioni grafiche obbligate quando si disegna una sfera su un foglio rettangolare, realizzeremmo innanzitutto che quel continente ha una superficie equivalente all’intera Europa, all’intera America Latina con un avanzo residuo di 3 milioni di chilometri quadrati, altre 10 Italie; inoltre vedremmo che l’Africa confina con immense distese di acqua a sud, a ovest, a est (con l’eccezione di una placca di connessione fra Corno d’Africa e Paesi del Golfo, particolare non banale che vedremo fra poco) ed è connessa a nord con l’Europa da un mare chiuso (il Mediterraneo appunto) che, non casualmente, una figura straordinaria come Giorgio La Pira equiparava al lago di Tiberiade. Il destino geografico dell’Africa è legato a quello dell’Europa e, in misura minore ma comunque significativa, ai Paesi del Golfo, che infatti stanno “entrando” nel continente in silenziosa competizione portando con sé energia, investimenti ma anche diffondendo differenti versioni dell’islam.
La demografia, poi. Attenendosi alle proiezioni medie elaborate dal dipartimento competente delle Nazioni Unite, l’Africa toccherà nel 2050 con la propria popolazione la soglia dei 2 miliardi di abitanti, e non si fermerà. Nel 1950, la nostra Europa aveva una popolazione doppia dell’Africa; nei primi anni 2000 le due demografie si sono affiancate; fra poco più di 30 anni, saremo un terzo di quel continente. Non tutti partecipano allo stesso modo a questa crescita impetuosa: i Paesi della sponda sud del Mediterraneo hanno stabilizzato la loro crescita, quasi allineandosi alle tendenze europee, con la sola rilevante eccezione dell’Egitto. Nell’Africa subsahariana, invece, Etiopia, Congo ma soprattutto Nigeria continueranno a correre. Con tutta la difficoltà di estendere le proiezioni fino al 2100, le Nazioni Unite dicono che la Nigeria diventerà la terza “potenza demografica” del pianeta dopo India e Cina, con quasi 700 milioni di abitanti.
Geografia e demografia ci dicono una sola cosa: se gli europei non si occupano seriamente, continuativamente, prioritariamente dell’Africa e del suo futuro, sarà l’Africa a occuparsi del nostro.
L’Africa vive da decenni un incredibile paradosso: partecipa da comparsa alla grande torta della ricchezza e del commercio globale, un piccolissimo 2% che potremmo generosamente portare al 3% calcolando l’economia informale, ma dispone di immense quantità di tutte le materie prime, sia quelle tradizionali che quelle necessarie nell’era del silicio e delle terre rare. In Africa, oltre l’80% della popolazione subsahariana non ha accesso all’energia o non l’ha in forma stabile; eppure il continente ha incredibili riserve già accertate di gas e petrolio, e una geografia perfetta per tutte le forme di energia rinnovabile (solare, eolica, geotermica).
Fra le International Oil Companies, Eni è quella più africana di tutte: maggiore produzione giornaliera propria e operata per conto dei partner, presenza in 16 Paesi delle attività di esplorazione e produzione. Produrre vuol dire investire.
Nel biennio 2015/2016, secondo l’OECD, l’Italia si è posizionata terza al mondo per investimenti in Africa, dietro Cina ed Emirati Arabi Uniti. Degli 11 miliardi investiti dal Paese, Eni ne ha messi oltre 8, e circa 20 miliardi di nuovi investimenti sono programmati nei prossimi quattro anni. È evidente che, fra le ragioni di questo immenso sforzo economico, ci sono le straordinarie scoperte effettuate da Eni in Egitto e Mozambico, e la volontà di accelerare la messa in produzione di nuovi impianti in Ghana, Angola, Nigeria, ma l’espansione della presenza in Africa è stata una costante strategica dell’azienda fin dai tempi di Enrico Mattei. Il coraggio e la visione di questo straordinario uomo di impresa legarono le fortune di Eni ai Paesi che, a ondate successive, hanno raggiunto l’indipendenza cercando aziende che non replicassero il consueto cliché (post) coloniale: Mattei si offriva di collaborare con le neonate aziende di Stato, esplorando, producendo, ma anche trasferendo tecnologia, competenze e investendo (ben in anticipo rispetto al poi celebrato modello delle business school) nella formazione del capitale umano locale. Quella eredità ideale è stata attualizzata con la scelta coraggiosa degli ultimi anni di impegnarsi senza riserve in iniziative di accesso all’energia e di costruzione del mercato domestico. E qui le considerazioni su Eni si legano al ragionamento generale iniziale.
L’energia è, a buon diritto, un diritto umano. Secondo gli studi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, scaldarsi, cucinare, illuminare bruciando biomasse – come si fa in larghissima parte dell’Africa subsahariana – non solo provoca un incredibile pedaggio diretto e indiretto di vite umane a causa delle patologie correlate, ma crea un modello in cui la vita quotidiana delle donne è condannata al lavoro sfibrante della raccolta delle biomasse necessarie.
L’energia è essenziale per ogni ipotesi credibile di sviluppo dell’economia, affinché quel misero 3% con cui l’Africa contribuisce alla ricchezza mondiale possa crescere in misura adeguata alla propria popolazione e alle proprie risorse. Senza sviluppo, è inesorabile che una parte della popolazione tenti la fuga dalla fame, dall’instabilità, dai conflitti, dal buio, e che la tenti verso il continente che, comunque, è più vicino di altri.
È indispensabile, perciò, una conversazione che leghi assieme le responsabilità dei governi, del settore privato e della leva finanziaria multilaterale. Nessun settore da solo può realisticamente invertire la rotta in modo durevole.
Negli ultimi anni, spinto da circostanze eccezionali a tutti note, il nostro Paese ha mostrato un dinamismo e uno spirito di iniziativa lodevole, moltiplicando i contatti, le visite, la promozione del sistema economico e di un dibattito pubblico su questo argomento.
La razionalità – ben puntellata dalla geografia, dalla demografia e dalla corretta interpretazione della cronaca – dovrebbe oggi guidarci a considerare questo nuovo spirito africano come un elemento su cui costruire una indispensabile e preziosa continuità.
 

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