Quadrimestrale di cultura civile

La Chiesa africana, i giovani e la sfida educativa

di Rita Mboshu Kongo / Teologa congolese

La Chiesa ha sempre avvertito l’esigenza di rendere adeguata la testimonianza della sua missione evangelizzatrice alle caratteristiche dei popoli che incontra, per consentire una trasmissione dei valori fondamentali della vita e della persona. Questo non significa che la cultura sia qualcosa di “statico” e di “fisso”, fatto di “tradizionalismo” e per ciò stesso di “ostilità al progresso”, se si osserva con attenzione, infatti, si possono distinguere tre livelli di cambiamento: livello morfologico, livello istituzionale e amministrativo e livello ideologico.
Monsignor Jean Zoa, arcivescovo di Yaoundé, ha ben descritto la dinamica di conversione degli africani al cristianesimo utilizzando l’immagine dei due alberi: l’albero cristiano e quello della religione tradizionale, ciascuno con le sue radici, il suo tronco, le foglie e i frutti. L’evangelizzazione spesso si cala in un contesto in cui il missionario, non conoscendo l’albero religioso tradizionale, chiede all’africano di abbandonare certe pratiche contrarie al cristianesimo, come la poligamia, il feticismo, il rito di purificazione, l’iniziazione, affermando che solo a queste condizioni egli può beneficiare della salvezza portata ed offerta da Cristo. Ma anche se, apparentemente, le sue parole sono accettate, cosa avviene nella realtà? Quasi sempre i frutti che il missionario può vedere sono semplicemente il cambiamento di foglie e in cambio di queste nuove foglie egli offre alle persone il battesimo che rende figli di Dio, l’eucarestia che fa vivere in comunione con Lui, le Sue benedizioni, il Suo messaggio di salvezza, nuovi canti religiosi ecc. Tutto ciò può essere giudicato come un successo, ma in fondo all’animo dell’africano che accetta di farsi cristiano rimangono le radici dell’albero della religione tradizionale, e sono queste che continuano a essere per lui i veri condizionamenti della sua vita.
In conseguenza di ciò, l’africano si trova spesso a camminare su due strade senza riuscire a creare fra di loro una sintesi, come appare chiaramente in occasione dei momenti più importanti della sua vita, quali il matrimonio, la nascita di un bambino, la malattia, la morte di una persona, i funerali ecc. Questo dualismo interiore che si viene a creare nel suo animo finisce spesso per farne una persona che vive una sorta di disadattamento.1
Per cogliere l’importanza dell’inculturazione, John Mary Waliggo, nel suo articolo intitolato Making a Church that is truly african, descrive la dinamica storica del cristianesimo in Africa. Ciò che colpisce l’autore è che la fiorente Chiesa dell’Africa del Nord, quella di san Cipriano, sant’Agostino, Tertulliano e delle martiri Perpetua e Felicita, non ha potuto resistere all’invasione musulmana, mentre le Chiese copte dell’Egitto, dell’Etiopia e dei regni di Libia sussistono ancora oggi. In seguito, l’evangelizzazione dell’Angola e del Mozambico, avvenuta nel XVI secolo, malgrado l’organizzazione con cui si era compiuta, non ha lasciato in quei Paesi alcuna traccia significativa.
L’autore afferma che se le Chiese copte sono sopravvissute fino a oggi è perché il messaggio evangelico era stato trasmesso nelle lingue locali, adattato alla cultura locale e poi diffuso per mezzo di evangelizzatori autoctoni. Con questa considerazione, egli spiega come l’inculturazione vada vista come un movimento che mira a rendere permanente il cristianesimo africano, facendone una religione del popolo, un modo di vivere così radicato che qualunque nemico od oppositore non possa riuscire a sopprimerla o ad affievolirla.2 Da ciò risulta evidente la necessità di conoscere a fondo la cultura africana per potere evangelizzare in maniera efficace e duratura, perché ogni uomo arriva alla fede partendo dal contesto in cui vive, per cui, come ha fatto notare Papa Giovanni Paolo II, la fede cristiana può essere accolta e vissuta solo se diventa parte della cultura di un popolo.3
La Chiesa africana è una realtà educatrice che è “simile a un padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove ed antiche” (Mt 13,52), valorizzando in chi incontra quanto serve per collaborare all’azione in lui dello Spirito Santo. Si entra dentro il mistero della persona per aiutarla a sbocciare, a conquistare la verità e il bene, a sviluppare ed esercitare le proprie potenzialità, a realizzare la propria vocazione tra gli uomini.
Non si tratta semplicemente di adattare l’annuncio del Vangelo a una cultura, ma piuttosto di incarnare i sentimenti di Cristo in quella cultura, cioè di inculturare il Vangelo e di evangelizzare la cultura: è il percorso dell’incarnazione del Verbo eterno di Dio, che è un mistero avvenuto in circostanze di tempo e di luogo ben definite, in mezzo a un popolo con una sua propria cultura: il Verbo di Dio “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
Nell’educazione, i giovani africani vanno aiutati a sviluppare il senso della “personalità” e della “responsabilità personale”, liberandosi dalla mentalità da “gregario” che ha contrassegnato profondamente la loro psicologia, per essere capaci di annunciare, denunciare e rinunciare, rifiutando con gli atti e le parole quanto rende l’Africa povera e popolata di ingiustizie, per poter così contribuire efficacemente alla sua rinascita. E quindi promuovere, nei vari ambiti, delle attività che possano servire per una lotta efficace contro un sistema che ha interesse a mantenere questa situazione di degrado sociale e culturale, e impegnarsi a contribuire concretamente alla promozione umana affinché gli africani possano gradualmente diventare artefici del loro destino.
In Africa l’evangelizzazione esige di lottare contro la miseria, richiede di impegnarsi in un lavoro duro per arricchirsi, non per se stessi, bensì, come diceva con la sua profondità di teologo e pastore africano monsignor Jean Zoa, per poter condividere e praticare la solidarietà come è proprio della cultura africana: “La gioia del cristiano è data dalla sua capacità di condivisione dei beni; ma per condividerli deve possederli e per possederli deve impegnarsi a produrli; per produrli deve lavorare razionalmente e organizzarsi solidalmente con gli altri”.4
Tutta l’educazione cristiana deve essere protesa verso questa interiorizzazione e perciò non comporta solo quella maturità propria della persona umana, ma deve portare i battezzati a prendere sempre maggiore coscienza del dono della fede e a fare di Gesù Cristo il centro vivo e vitale, il punto di riferimento in ogni momento della vita.
Purtroppo il giovane africano, che prima veniva educato nella famiglia e per la famiglia, ora riceve messaggi che vanno in una direzione diversa da quella di un autentico sviluppo umano integrale. Tra le forze che mirano a distogliere i giovani dalle tradizioni africane sono da denunciare soprattutto i programmi detti di sviluppo e di formazione alla “salute della riproduzione”, che diffondono in Africa la cultura della morte e sono all’origine del libertinaggio e dell’individualismo legato alla banalizzazione dei rapporti sessuali, e istigano a fuggire dagli impegni stabili e duraturi nel matrimonio. Queste attitudini, che sono oggetto di “contagio” anche a motivo delle difficoltà economiche, stanno diffondendo una cultura di denatalità.
L’annuncio del Vangelo non può rimanere indifferente a questa mentalità antinatalista e di imitazione servile di pratiche alienanti. La Chiesa africana dovrà promuovere con determinazione un’evangelizzazione che faccia da argine alla cultura della morte diffusa attraverso l’aborto volontario e la sterilizzazione, pratiche estranee alle tradizioni religiose africane.
Nella società tradizionale africana, la donna era considerata guardiano della tradizione, educatrice, madre, e soprattutto svolgeva un ruolo religioso effettivo riconosciuto dai maschi, e la dote aveva solo un carattere simbolico. Oggi la situazione femminile, che per molti versi sta migliorando – grazie all’evangelizzazione, allo studio e all’autonomia economica – per altri sta peggiorando: la dote è diventata un’occasione di commercio per famiglie senza scrupoli ed è in espansione il fenomeno detto bureaux (ufficio), cioè una sorta di prostituzione di alto bordo, che coinvolge spesso anche donne istruite, mascherata da luoghi di incontro e ristoranti. Una sorta di poligamia non istituzionalizzata, che non rispetta la dignità della donna, ancora peggio della poligamia riconosciuta. Sono le stesse donne africane che devono imporre alla società il loro diritto di essere considerate con dignità e rispetto.
Occorre comunque tenere presente che una vera inculturazione non può limitarsi a qualcosa di esteriore, di decorativo, di folkloristico e di esotico, bensì deve mirare a creare un nuovo modo di vivere e una società in grado di rispondere agli interrogativi fondamentali dell’uomo africano nella sua apertura verso Dio, verso i simili e verso il cosmo. Per il cristiano africano il riferimento a Cristo è fondamentale, perché il cristianesimo, più che una cultura, è l’adesione piena a una persona che si chiama Gesù Cristo. Il vero cristiano è la persona che cerca di imitare Cristo nella vita di ogni giorno, senza per questo rinnegare le sue radici e i valori che lo caratterizzano come africano.5
Oggi, pertanto, bisogna dare ai giovani una formazione che sia veramente tale, tenendo nella giusta considerazione la loro cultura e i valori che essa presenta. In tal modo essi potranno diventare dei veri cristiani, sia dal punto di vista umano che spirituale e professionale, ed essere così capaci di servire efficacemente Dio e gli uomini. Essi devono essere formati in modo integrale per non restare al margine dei cambiamenti portati dalla modernità e della Chiesa, ed esserne parte integrante; una formazione capace di sviluppare nei giovani un’intelligenza analitica, critica e sintetica, insieme a una capacità di riflettere sulle varie situazioni della vita.
L’Africa ha bisogno di giovani capaci di operare delle scelte radicali per Cristo e per la dignità della persona umana, ha bisogno di giovani combattenti che hanno il coraggio di denunciare e dire no agli antivalori che indeboliscono le società, umiliano la donna, impoveriscono il senso e il valore della cultura africana. Giovani capaci di impegnarsi per cambiare un contesto che spinge le persone ad abbandonare il loro Paese a causa dell’instabilità politica, della guerra, del dominio delle multinazionali sulle ricchezze del continente, e che hanno per conseguenza la distruzione del tessuto familiare, l’insicurezza, la disperazione. L’evangelizzazione dovrà soprattutto educare i giovani africani a diventare attori di un ordine economico e legislativo di realizzazione umana integrale, di accoglienza della vita nascente, di servizio ai poveri.

 

 1 Cfr. J. Zoa, Politique générale du Centre catéchetique, in Ensemble, 4 (1970), p. 5.

2  Cfr. J.M. Waliggo, Making a Church that is truly african, in Incultration: its meaning and urgency, St. Paul Publications, Kampala 1986, pp. 12-13.

3  A questo proposito, Giovanni Paolo II, nel suo Discorso ai partecipanti al Congresso nazionale del movimento ecclesiale d’impegno culturale riportato in Insegnamenti V (16 gennaio 1982) 1, 131, afferma testualmente che “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”.

4  J. Zoa, Homélie pour Noël 1995, pro manuscripto, Yaoundé 1995.

5  Cfr. J.M. Ela, Le cri de l’homme africain. Questions aux chrétiens et aux Eglises d’Afrique, Harmattan, Paris 1980, p. 143.

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