L’innovazione tecnologica è come un’onda che trasforma ogni settore economico, ovunque nel mondo. Apre immense opportunità, ma anche rischi inquietanti. Le nuove tecnologie suscitano grande interesse in un continente che deve cambiare lo status quo per rispondere a sfide titaniche come “formalizzare” l’economia sommersa (fino all’80% del PIL di molti Paesi), fornire un reddito a 30 milioni di giovani nei prossimi quindici anni e diversificare l’eccessiva dipendenza economica dall’esportazione di materie prime.
Alcune storiche debolezze dell’Africa potrebbero diventare i suoi punti di forza, considerando la grande propensione imprenditoriale dei suoi giovani, abituati a risolvere i problemi senza aspettare i governi. Il cosiddetto leapfrogging (letteralmente “salto della rana”) evidenzia come l’assenza di infrastrutture può agevolare l’adozione più rapida della tecnologia successiva. È un processo già avvenuto per i telefoni cellulari (che hanno soppiantato per sempre le linee fisse), potrebbe succedere anche in altri campi.
Per immaginare il futuro occorre cambiare sguardo sull’Africa, uscire dai paradigmi del secolo scorso e superare gli stereotipi. Solo così sarà possibile provare a rispondere al “desiderio di futuro” che emerge dall’energia e vitalità di un miliardo di “nativi digitali” di fronte alla vecchia Europa.
Mobile Money
Il continente meno bancarizzato del mondo è diventato, da una decina d’anni, l’avanguardia del “mobile money”. Trasferimenti di denaro via SMS, senza bisogno di Internet e smartphone.
M-Pesa, lanciata nel 2007 da Vodafone Kenya, ha fatto scuola. Grazie all’efficienza del servizio e alla capillare diffusione degli agenti (i medesimi chioschi delle ricariche telefoniche) le banche “tradizionali” sono state superate dagli operatori delle telecomunicazioni. Varianti di questa soluzione tecnologica sono ormai presenti in tutto il continente.
Nel 2016 GSMA, l’organizzazione che raduna gli operatori mobile globali, evidenziava il sorpasso dei mobile wallet sui conti correnti: 277 milioni contro 178. Il fenomeno include oggi anche servizi di credito (come Tala, Paylater e FarmDrive che usano i Big Data per valutare il merito creditizio) e micro-assicurazioni (ad esempio Bima con Tigo in Ghana). Negli ultimi cinque anni, il volume delle transazioni è esploso con una crescita annua del 96%. Ciononostante è coperto solo il 17% del potenziale mercato rurale africano.
L’impossibilità di effettuare trasferimenti fuori dai circuiti degli operatori telefonici resta un ostacolo rilevante. Per esempio, per acquistare o ricevere pagamenti online. Proprio su questo fronte si stanno misurando diverse nuove aziende africane. La più interessante è Flutterwave, fondata dal ventisettenne nigeriano Iyin Aboyeji con capitali statunitensi. Questa startup fornisce una “carta di debito virtuale” integrata a tutti i principali operatori globali (es. Visa o MasterCard) che, in meno di due anni, ha processato 2 miliardi di dollari di transazioni.
Agrotech
Oltre la metà della popolazione africana trae il suo sostentamento dall’agricoltura; nonostante la generosità del clima, la produttività e il reddito dei contadini sono ancora troppo bassi. Infrastrutture deboli, meccanizzazione assente e scarse opportunità di trasformare le materie prime aggiungendo valore in loco sono dietro lo scandalo di 35 miliardi di dollari di alimenti importati ogni anno. La tecnologia, di per sé, non è certo una bacchetta magica. Ma le soluzioni sviluppate da startup locali possono sciogliere molti nodi quando arrivano all’“ultimo miglio” rappresentato dai bisogni e dai comportamenti delle popolazioni rurali. Ci sono numerose piattaforme che riducono l’asimmetria informativa dei contadini, comunicando il livello dei prezzi o le specifiche di qualità richieste sui mercati. Due esempi emblematici sono M-Farm in Kenya (integrata a M-Pesa) e AgroSpaces in Camerun (che include anche le previsioni meteo).
Incrementare la produttività agricola è il focus di FarmerLine in Ghana (fornisce consigli agronomici tramite messaggistica vocale in lingue locali, adatta anche ai contadini analfabeti) e della nigeriana Zenvus, in grado di ridurre i rischi delle coltivazioni grazie all’analisi in tempo reale di suolo e meteo. Sempre in Nigeria sta avendo successo Farmcrowdy che consente di investire online nei piccoli produttori agricoli locali. Emblematica, infine, la sfida lanciata da AgribusinessTV, una web TV realizzata in Burkina Faso per rendere più attrattiva la “professione” di coltivatore diretto per i giovani. Un aspetto essenziale, se si considera che l’età media dei contadini africani ha ormai raggiunto i 60 anni.
Fotovoltaico off-grid
Enormi distanze senza reti elettriche e ridotto potere d’acquisto delle popolazioni lasciano oltre il 60% dell’Africa subsahariana senza energia elettrica. Non è difficile immaginare come le soluzioni di autoproduzione solare off-grid (rete autonoma)supereranno lo sviluppo delle “classiche” infrastrutture. Le due aziende leader di questo settore sono M-KOPA in Africa Orientale (fondata da alcuni tecnici del team che ha sviluppato M-Pesa) e PEG Africa in Africa Occidentale, che nel 2017 ha raccolto 13,5 milioni di dollari per espandersi dal Ghana alla Costa d’Avorio. Entrambe sono integrate ai principali sistemi di mobile money, così da consentire un pagamento rateale degli impianti.
Outsourcing
I colossi globali della tecnologia hanno difficoltà a reclutare bravi sviluppatori software. La disoccupazione dei giovani africani raggiunge livelli drammatici. Dalla risoluzione di questa banale equazione sono nate diverse iniziative rivolte a diffondere competenze informatiche che consentano di lavorare da remoto per clienti stranieri. Ben oltre i tradizionali call center, in giro per l’Africa stanno nascendo diverse aziende che combinano formazione di qualità e outsourcing. La più importante è Andela, fondata nel 2014 negli USA dal giovane Iyin Aboyeji insieme a Jeremy Johnson, Christina Sass e Ian Carnevale. Andela, attiva in Nigeria, Kenya e Uganda, forma gratuitamente informatici ad altissimo potenziale in cambio di un periodo di due anni di lavoro per clienti globali. Al termine si è liberi di avviare, utilizzando le competenze acquisite, la propria impresa. L’azienda ha raccolto un round da 40 milioni di dollari nel 2017, che si aggiungono ai 24 ricevuti dalla fondazione Mark & Priscilla Zuckerberg l’anno precedente. Si parla di un’imminente apertura in Egitto. Un altro esempio è Gebeya, lanciata nel 2016 dal senegalese Amadou Daffe e da Hiruy Amanuel, investitore di origini etiopiche basato in Silicon Valley. Daffe ha sviluppato un’accademia per programmatori di livello internazionale (con sedi in Etiopia e Kenya) e una piattaforma web per connetterli a opportunità globali.
Questi esempi fanno pensare che l’Africa, che ha vissuto la rivoluzione industriale passivamente (solo come fornitrice di materie prime), potrà giocare un ruolo differente nella rivoluzione digitale. Superando prima dell’Occidente il modello del lavoro dipendente a tempo pieno per guardare piuttosto a scenari di freelance che collaborano a rete.
Crowdfunding e crowdsourcing
Usare i grandi numeri per moltiplicare l’impatto individuale è sempre stato un aspetto chiave della vita in Africa. Tanto in campagna come nelle città le persone fanno parte di gruppi di mutuo aiuto, tontine o merry-go-rounds (gruppi di pari che si prestano soldi a rotazione per supportare il risparmio e l’investimento del singolo). La tecnologia consente di amplificare l’impatto di queste pratiche sociali. Gli esempi di startup in questo campo sono innumerevoli: si va da Matontine (in Senegal) a M-Changa (in Kenya) incentrate sul risparmio, fino a piattaforme come Slicebiz (Ghana), Shekra (Egitto) e uprise.africa (Sudafrica) che consentono investimenti in altre startup tecnologiche.
Lo stesso principio, applicato alle informazioni anziché ai capitali, è alla base di piattaforme di crowdsourcing come KASI Insights o GeoPoll, che consentono di effettuare raccolte di dati sul terreno per approfondite ricerche di mercato basate su survey via sms.
Droni, una prateria di possibilità
Si prevede che, entro il 2050, nell’Unione Europea si registreranno ogni anno più di 250 milioni di ore di volo di droni. Per il momento il sistema di consegne via drone più esteso al mondo è in Rwanda e Tanzania dove Zipline (sede a San Francisco) sta sviluppando dal 2013 una rete di consegne in campo biomedicale.
Le evoluzioni, agevolate dai più ampi spazi concessi dalla legge in materia degli spazi aerei, includono il loro utilizzo in agricoltura per migliorare la produttività (come sta realizzando l’azienda francese Airinov in Ghana, Benin e Repubblica Democratica del Congo), la possibilità di realizzare precise mappature catastali, quella di sorvegliare infrastrutture e spazi urbani altrimenti inaccessibili e infine la possibilità di intervento rapido in caso di catastrofi naturali.
Blockchain e criptovalute
Blockchain è una sorta di “libro contabile globale” che registra in digitale, senza necessità di autorità centrali, ogni tipo di transazione. Secondo EY potrebbe rivelarsi la “principale innovazione dopo il web”. Bitcoin è la moneta basata su questa tecnologia, che negli ultimi mesi ha suscitato grande interesse anche in Africa come occasione speculativa. Ma Blockchain potrebbe cambiare le regole del gioco in ottica decentralizzata (basata sul “consenso automatico”), risultando ben più efficace del controllo oggi svolto da istituzioni deboli e/o corruttibili.
Blockchain potrebbe supportare la risoluzione di tutte quelle situazioni in cui occorre la certezza dell’informazione. Si va dalle identità anagrafiche (un campo ancora molto lacunoso nel continente) fino a tutto il mondo dei contratti (anche fondiari), un aspetto critico a oggi.
Il Paese più all’avanguardia in questa sperimentazione è il Rwanda, che sta portando su Blockchain tutti i titoli di proprietà fondiaria con la consulenza di Microsoft e WiseKey, operatore svizzero specializzato. Bitland, una startup del Ghana, sta portando su Blockchain titoli fondiari consuetudinari che, per oltre l’80% dei casi, erano puramente accordi verbali.
Anche nel campo delle criptovalute (monete digitali) l’Africa può essere un terreno più fertile del vecchio Occidente. Paesi devastati da inflazione galoppante (Zimbabwe, Nigeria) hanno un evidente interesse per le crypto. Emergono operatori dinamici come la kenyota BitPesa (specializzata in trasferimenti internazionali e cambio di valute digitali) che ha recentemente acquisito la piattaforma spagnola TransferZero.
La ricettività della giovanissima popolazione africana e l’evidente disfunzionalità delle modalità classiche sinora applicate saranno sufficienti per vedere un’adozione massiccia di Blockchain e criptovalute in Africa?
Una voce alla creatività giovanile
La tecnologia, infine, è anche lo strumento privilegiato per dare una voce ai giovani creativi, che oggi riescono, con budget molto ridotti, a costruirsi audience globali nei campi più disparati: musica, moda, letteratura, nuovi media. Gli esempi sono pressoché illimitati.
Negli ultimi anni sono nate piattaforme per agevolare queste forme di auto-imprenditoria, come aKoma, fondata dal nigeriano Chidi Afulezi per raccogliere e amplificare le voci dei giovani blogger africani. Consentire ai musicisti di monetizzare il proprio lavoro è invece lo scopo di Boomplay Music. Si tratta di un’app, già scaricata da 16 milioni di utenti, lanciata da TECNO, azienda di Hong Kong ancora una volta fondata da un nigeriano, Nnamdi Ezeigbo, arrivato al successo dopo una gavetta iniziata a Lagos come riparatore di cellulari.
La tecnologia abbassa le barriere e fornisce la possibilità ai giovani africani di sviluppare un nuovo immaginario, non più legato solo ai mass-media stranieri. Un’occasione imperdibile per un continente che ha bisogno di uscire dall’alienazione degli ultimi cinque secoli ed elaborare, autonomamente, una sintesi creativa di tradizione e modernità.
Rischi e opportunità future
Gli imprenditori africani percepiscono l’urgenza delle sfide future e sono consapevoli che non è sufficiente “copiare” i modelli della Silicon Valley. Si ispirano piuttosto alle vicende dei loro omologhi asiatici e sono pronti a enormi sforzi per riuscire a creare valore in un continente vasto, frammentato (ben 54 Paesi differenti) e dalle infrastrutture carenti.
Tra qualche anno le reti 5G apriranno il mondo IOT (Internet Of Things): stampa 3D e forme evolute di robotica diventeranno di uso comune. Ma oggi solo il 20% della popolazione africana usa uno smartphone, principalmente a causa dei prezzi troppo elevati di apparecchi e traffico dati. L’accessibilità dell’innovazione resta quindi un punto cruciale per liberarne il potenziale trasformativo.
Ogni giorno in Africa nascono più di 90.000 bambini. Occorre essere consapevoli che per nutrirli, educarli e dare loro un lavoro non basterà un’app, per quanto innovativa. Occorre visione e capacità politica per utilizzare le forme più avanzate di innovazione, in particolare l’Intelligenza Artificiale, a servizio dei bisogni umani. Occorre che i governi modifichino i programmi educativi sia nell’ottica di focalizzarsi sulle cosiddette STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) sia, d’altro canto, sul pensiero laterale e creativo necessario in un mercato del lavoro dove le attività a basso valore aggiunto saranno svolte dai robot.
I big della Silicon Valley (Google e Facebook su tutti) sono estremamente attivi nel ricercare in ogni angolo del continente nuovi utenti. I giovani africani sapranno smarcarsi dal ruolo di consumatori passivi per giocare appieno quello di creatori e innovatori?