Mentre nello scenario europeo si addensano nuvole fosche prodotte dalle tempeste nazionaliste e populiste, il contesto africano evolve in modo tumultuoso ma costante anche se sempre meno vede nell’Unione Europea il paradigma e la chiave delle risposte ai propri bisogni.
La UE è il principale partner africano: prima per investimenti esteri e scambi commerciali, maggiore fonte di rimesse, aiuti allo sviluppo e aiuti umanitari, nonché partner fondamentale nel campo della sicurezza. Per 10 anni la strategia congiunta è stata il faro nelle relazioni tra UE e Africa, successivamente accompagnata da ulteriori piani e strumenti. Pur premettendo che non esistono soluzioni facili o puntuali a problemi complessi, non si può non fare autocritica ammettendo che vi sia stato un fallimento nel rendere organici e integrati, in una prospettiva di lungo periodo, tutti gli strumenti disponibili. L’impegno europeo troppo spesso si è limitato a immaginare soluzioni tampone per i flussi migratori: i fondi canalizzati verso l’Africa sono stati utilizzati per barricare le frontiere piuttosto che per impostare strategie di lungo periodo imperniate sulla crescita e sull’occupazione, uniche soluzioni concrete in grado di rimuovere le cause profonde del fenomeno. Se da un lato i Paesi europei hanno adottato una retorica sempre più aggressiva nei confronti dei flussi migratori, nel contempo non hanno mantenuto alcuna delle promesse su fantasiosi piani Marshall in grado di provvedere ai bisogni africani. Con ciò palesando una miopia e una evidente incoerenza, anche rispetto ai nostri valori fondamentali che, di fronte alla situazione attuale, appaiono del tutto inaccettabili.
Demograficamente parlando, Europa e Africa si trovano agli opposti dello spettro. La prima ha un trend demografico in stallo; per la prima volta nel 2004 gli anziani hanno numericamente sorpassato i giovani. La piccola crescita di popolazione dell’Unione è per lo più dovuta al fenomeno dell’immigrazione, in larga parte proveniente proprio dal continente africano. Al contrario la crescita demografica di quest’ultimo è senza precedenti, a una curva di natalità in lievissimo calo ma su valori assoluti sempre notevoli si aggiunge una diminuzione netta della mortalità infantile e una crescita sostanziale della aspettativa di vita. Questi dati proiettano la popolazione africana a più di 2 miliardi e mezzo di persone entro il 2050, più del doppio di quella attuale. Inoltre il 50% di questa popolazione sarà formata da giovani con meno di 25 anni. È la tanto temuta bomba demografica: possiamo credibilmente aspettarci che milioni di giovani africani rimangano inerti davanti all’impossibilità di inserirsi in un contesto sociale e lavorativo e non diventino, invece, facile preda della propaganda estremista e jihadista? O che non partano alla ricerca di un futuro migliore, alimentando il fenomeno migratorio? Evitare questo scenario è una sfida cruciale: per questo sarà assolutamente necessario collaborare con i Paesi africani aiutandoli a promuovere strumenti adeguati per la gioventù, l’educazione, la condizione femminile, mobilitando risorse adeguate all’ampiezza della sfida. Senza dimenticare che in presenza di conflitti armati non può esserci sviluppo economico. E senza sviluppo economico ogni speranza di concretizzare politiche volte alla gioventù e alla creazione di occupazione diviene una chimera.
Questi numeri hanno inoltre anche ulteriori implicazioni: ci permettono infatti di affermare che, per ciò che riguarda l’aspetto demografico e sociale, l’Africa rappresenta il futuro del nostro pianeta. In secondo luogo si prefigura la creazione di un mercato di più di due miliardi di consumatori. Attori privati e statali hanno capito da tempo queste potenzialità e hanno iniziato a investire massicciamente, con mezzi e intenzioni differenti, e non sempre con il benessere delle popolazioni locali come stella polare della loro azione. Purtroppo, ciò si accompagna a fenomeni di land grabbing e di accaparramento di risorse, anche idriche, che, in congiunzione con il cambiamento climatico, creano un effetto devastante sulle popolazioni africane.
In questo contesto, la stessa UE non può esimersi dall’investire ma non può sottrarsi al dovere di farlo promuovendo – non solo attraverso la propria cooperazione internazionale ma anche attraverso le imprese – degli standard compatibili con la propria visione globale, con lo scopo di contrastare le cause profonde alla radice delle numerose sfide: i conflitti, una governance debole, il non rispetto dello stato di diritto, le violazioni dei diritti umani, la corruzione, l’impunità, l’ineguaglianza, la disoccupazione, la povertà e i sentimenti di esclusione sociale. E con la consapevolezza che il Mediterraneo debba tornare a essere il ponte di crescita e sviluppo che è sempre stato, e non la fossa comune che è oggi.
Ritenere che l’implementazione effettiva di una strategia consapevole e di lungo termine sia esclusivamente nell’interesse dei nostri partner africani è semplicemente miope: le dinamiche interrelate tra i due continenti dimostrano ampiamente che lo sviluppo dell’Africa è la cartina tornasole delle ambizioni geopolitiche dell’Unione Europea.
Oggi in realtà Unione Africana e Unione Europea vivono una profonda crisi di identità. La prima è paralizzata da problemi di enormi proporzioni, la seconda è giunta a un bivio che può condurla a una rinnovata articolazione o, addirittura, al rischio di dissoluzione. Il tutto, in un contesto radicalmente trasformato, dove l’influenza sui dossier africani della Cina, dei Paesi del Golfo e della stessa Turchia è cresciuta enormemente. Mentre, allo stesso tempo, la nuova presidenza Trump pone inediti interrogativi sul ruolo degli Stati Uniti. Sembrerebbe, questo, un segno del destino che accomuna, di fatto, il futuro dei due continenti.
L’Unione Africana, per parte sua, sta tentando di fare i conti con le sue criticità e con quelle dei Paesi che la compongono. Focalizzandosi sulle priorità continentali – stabilità, processi democratici, integrazione dei mercati – con l’obiettivo di ridisegnare le strutture dell’istituzione in maniera conseguente, e cercando di individuare gli strumenti e l’approccio migliori per contrastare i mali storici, costituiti da processi elettorali fraudolenti, leader che non vogliono lasciare il potere al termine dei loro mandati, corruzione, governi autoritari e repressivi, crescita esponenziale della popolazione accompagnata da disoccupazione endemica.
Per affrontare queste sfide – e nella consapevolezza del calo di risorse proveniente dai donatori tradizionali – l’Unione Africana sta cercando non solo di rimodellare le sue strutture ma anche di dotarsi di meccanismi nuovi di autofinanziamento. Come, ad esempio, la decisione di ottenere, da ciascun Paese, un contributo dello 0,2 per cento sulle importazioni.
L’Unione Europea dovrebbe cercare di corrispondere, da parte sua, a questo sforzo di rinnovamento. Con la consapevolezza che proprio la minaccia del terrorismo e le crisi migratorie – il 28 per cento dei rifugiati mondiali sta in Africa – costituiscono il terreno comune di una cooperazione vitale per entrambi. Purché da entrambe le parti si comprenda che il terrorismo non si sconfigge se non si risolvono anche le cause profonde che ne favoriscono la sopravvivenza e, allo stesso modo, ci si renda conto che non ci sono soluzioni definitive, a breve termine, per regolare i flussi migratori. “Per molti anni l’Unione non ha guardato all’Africa con l’attenzione dovuta. Spesso ci siamo voltati dall’altra parte, incuranti delle emergenze umanitarie, climatiche, di sicurezza, stabilità, che affliggono il continente. Senza maturare una reale consapevolezza del nostro primario interesse strategico per l’Africa. L’Europa si è mossa in ordine sparso, con una pluralità di voci dissonanti, perseguendo interessi e agende diverse. La conseguenza è stata un percorso lastricato di buone intenzioni, ma con molte opportunità mancate e scarsi risultati”. Ha aperto così il suo discorso il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani in occasione della conferenza di alto livello sull’Africa, in scena di recente a Bruxelles. “La globalizzazione e i flussi migratori hanno dimostrato che alzare muri o barriere non è la soluzione. I problemi dell’Africa sono anche i problemi dell’Europa. È tempo di un nuovo inizio, prima che sia troppo tardi. I nostri legami vanno oltre la prossimità geografica. Condividiamo interessi e sfide comuni. Entro il 2050 la popolazione africana raddoppierà superando i 2,5 miliardi. Questa esplosione demografica può essere un problema, ma anche un’opportunità. Desertificazione, carestie, pandemie, terrorismo, disoccupazione, malgoverno, alimentano l’instabilità e contribuiscono a un’immigrazione fuori controllo”, ha sottolineato Tajani, aggiungendo che “le nuove generazioni si sposteranno verso l’Europa, in cerca di speranza e futuro, magari attratti dalle immagini viste in tv o su Internet di quella che appare loro come la terra del Bengodi. È urgente dar loro prospettive per restare e contribuire a risollevare la loro terra”. E ha ricordato che gli europei “vogliono un’Unione più forte, capace di gestire flussi migratori e garantire sicurezza. Ci chiedono di difendere i nostri valori, accogliendo i rifugiati, tutelando la dignità delle persone. Ma anche di essere fermi nel respingere chi non ha diritto a venire in Europa”. Secondo Tajani le politiche europee punteranno nell’immediato a rafforzare il controllo sulle frontiere, a gestire meglio le richieste di asilo, i respingimenti e i rimpatri. “L’Unione deve investire risorse analoghe a quelle utilizzate per la rotta dei Balcani per chiudere i corridoi del Mediterraneo centrale, promuovere stabilità e lotta al terrorismo. Questi fondi vanno spesi in Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Niger, Ciad, Mali”.
D’accordo su questa linea anche gli ospiti d’onore che hanno preso la parola, tra cui il presidente della Repubblica Centrafricana Faustin Archange-Touadéra, il presidente del parlamento panafricano Roger Nkodo Dang, il ministro degli Affari Esteri del Mali Abdoulaye Diop. Un intervento ha particolarmente riscosso il consenso della platea, quello della vicepresidente e Alto Rappresentante per la politica estera UE, Federica Mogherini. Parlando di Libia, al centro in questi mesi di una particolare attenzione mediatica, ha ricordato che “non possiamo ignorare le relazioni sul trattamento disumano dei migranti. Sfortunatamente, questo non è niente di nuovo, e abbiamo sentito tante storie di migranti, in particolare di donne che arrivano sulla costa di Lampedusa raccontandoci del loro passato di schiavitù. E sono anni che come europei – prima devo dire di più come italiani – dobbiamo affrontare la drammatica situazione dei nostri fratelli e sorelle africani che sono in schiavitù in quei centri. E questo è il motivo per cui sono anni in cui abbiamo lavorato duramente per cercare di salvare vite, proteggere le persone, smantellare le reti criminali. Ma, ogni volta che abbiamo nuove ondate di notizie, nuove ondate di rapporti che escono, è un momento triste”. Mogherini ha confermato l’impegno europeo affinché i centri di detenzione in Libia vengano chiusi, e che per farlo l’UE sta operando con le Agenzie delle Nazioni Unite, con l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni “affinché possano lavorare in Libia e lungo tutto il percorso”. “Grazie al nostro supporto e a partire dal nostro sostegno finanziario, ora stanno salvando vite e migliorando le condizioni di migliaia di uomini, donne e bambini africani, in Libia e lungo le rotte”. Ha poi aggiunto che “insieme alle agenzie delle Nazioni Unite forniamo loro anche l’opportunità di scappare da tutte quelle sofferenze: entro la fine di quest’anno avremo aiutato in dodici mesi 15mila africani a tornare dalla Libia, da questi campi di detenzione, ai loro Paesi d’origine, alle loro comunità locali, con anche il supporto finanziario per iniziare una nuova vita, avviare la propria attività economica o apprendere un nuovo lavoro. So che 15mila sono una goccia nell’oceano, ma è la prima volta che lo facciamo. E penso che, se uniamo le forze, possiamo sicuramente migliorare questo lavoro”.
È stata proprio “insieme” la parola più utilizzata durante questa conferenza sull’Africa, che ha sancito una nuova partnership non solo nella gestione dei flussi migratori, nella lotta al terrorismo e nelle problematiche legate al boom delle nascite, ma anche un partenariato per reagire alla sfida dei cambiamenti climatici e per una sicurezza sostenibile. Insieme Europa e Africa possono avere un futuro radioso, fatto di crescita, investimenti – soprattutto nelle nuove energie ecosostenibili – che andranno a generare nuovi posti di lavoro. Molti giornalisti – europei, soprattutto il gruppo italiano, ma anche africani – hanno manifestato in conferenza stampa i propri dubbi e le proprie incertezze, come una giovane africana che a Tajani ha chiesto: “Ma come pensate di farlo?”. Ecco, questo “come” risulta ancora poco chiaro, ma l’importante è cominciare. “È un nuovo tipo di partnership che iniziamo non solo per la nostra gente, ma per il mondo intero – ha dichiarato Federica Mogherini –: qui condividiamo una responsabilità per l’umanità”. Un vertice, quello svoltosi a Bruxelles, che rappresenta solo l’inizio di un’azione politica orientata al bene comune. Mogherini e la commissione hanno fissato un nuovo quadro sin dal maggio 2017 – “L’Europa e l’Africa per una maggiore prosperità e stabilità nei due continenti” – che offre spunti anche su come promuovere le tecnologie dell’informazione e della comunicazione nei Paesi in via di sviluppo e integrare la digitalizzazione nella politica di sviluppo dell’UE.
L’Unione Europea è il vicino più prossimo e il principale partner dell’Africa, nonché il maggiore investitore straniero: offre libero accesso al mercato UE tramite accordi di partenariato economico (Ape), accordi di libero scambio e l’iniziativa “Tutto tranne le armi”.
Anche se i problemi e le accuse di neocolonialismo non mancano, l’UE è un importante garante della sicurezza in Africa: dal 2004 a oggi, attraverso il solo Fondo per la pace in Africa, ha erogato finanziamenti per oltre 2 miliardi di euro, ed è la sua prima fonte di rimesse e di aiuti pubblici allo sviluppo: 21 miliardi di euro nel 2015 per l’insieme dell’UE.
Secondo la Commissione europea, “una rete sempre più fitta di contatti umani e di scambi rafforza i legami tra i popoli. Le priorità politiche e la prima serie di iniziative concrete prospettate oggi, che dovranno essere coordinate e attuate con gli Stati membri dell’UE e ulteriormente sviluppate insieme ai partner africani, costituiscono una risposta all’Agenda dell’Africa per il 2063 e si basano sulla strategia globale dell’UE per la politica estera e di sicurezza”.
La proposta avanzata definisce tre obiettivi per la costruzione di un’alleanza UE-Africa che consenta di far fronte a una serie di sfide globali e regionali comuni: un più forte impegno reciproco e una più intensa cooperazione a livello bilaterale e sulla scena internazionale, sulla base di valori e interessi comuni; sicurezza, a terra e in mare, e lotta contro le minacce transnazionali; sviluppo economico sostenibile e inclusivo in Africa, per creare i posti di lavoro di cui ha bisogno il continente.
Sono state proposte azioni concrete in due settori di intervento principali. “Il primo mira a instaurare Stati e società più resilienti grazie a una più stretta cooperazione e a interventi volti a prevenire i conflitti e a migliorarne la gestione, a rafforzare i sistemi di governance e a gestire la migrazione e la mobilità – spiega una nota della Commissione UE –. Il secondo punta a creare nuovi e migliori posti di lavoro, specialmente per i giovani. Vi si delineano proposte concrete per attrarre investimenti responsabili e sostenibili, ad esempio con la recente proposta relativa a un Piano per gli investimenti esterni che dovrebbe mobilitare fino a 44 miliardi di euro di investimenti privati. Altre proposte riguardano la cooperazione nei settori delle energie rinnovabili, dell’agricoltura e dell’economia blu, o ancora il progresso delle conoscenze e delle competenze. Ad esempio, la Commissione propone di creare uno strumento a favore della gioventù africana destinato ad ampliare il campo di applicazione del programma Erasmus+, o di sostenere l’innovazione digitale in Africa”.
Oggi più che mai i cittadini delle due sponde del Mediterraneo hanno bisogno di vedere che il partenariato strategico Africa-Europa è una realtà che va al di là delle parole. Diversamente, non solo la dura legge della geopolitica scaverà un solco più profondo nel mare nostrum tra i due continenti, ma crescerà l’incapacità dei popoli e delle loro classi dirigenti di scommettere sulla opportunità di costruire nel segno della condivisione e della reciprocità.