Da oltre quindici anni, la crescente presenza della Cina in Africa continua a essere al centro di dibattiti accademici e politici, che hanno originato una netta dicotomia tra chi ritiene che la strategia di penetrazione di Pechino nel continente sia assimilabile ai vecchi sistemi coloniali e chi, invece, sostiene che il gigante asiatico sia il miglior partner che l’Africa possa avere per favorire la sua crescita economica.
Una questione assai controversa, che per una puntuale disamina non può prescindere dal fatto che la Cina è il più grande investitore bilaterale unico in Africa e il suo principale partner commerciale. Un primato confortato dai dati più recenti, che indicano che nel 2017 gli scambi tra i due blocchi hanno superato i 200 miliardi di dollari, mentre diecimila operatori economici cinesi sono attualmente presenti nel continente, dove Pechino è impegnata in oltre mille progetti. Il quadro economico africano, sebbene problematico e penalizzato da un sensibile rallentamento nell’ultimo biennio, conserva un buon potenziale d’investimento e di opportunità, che ha favorito l’espansione del gigante asiatico nel continente, dove nell’ultimo decennio hanno traslocato almeno un milione di cinesi.
Un’espansione che sta diventando sempre più eterodiretta, come rileva un rapporto pubblicato nel giugno 2017 dalla McKinsey&Company, che ha stabilito che il coinvolgimento della Repubblica popolare nel continente è molto più vasto e articolato, rispetto a quanto stabilito dagli studi precedenti.1
L’istituto di ricerca della società leader nella consulenza strategica ha esaminato gli effetti della presenza cinese in otto Paesi africani, che insieme valgono circa i due terzi del PIL della regione subsahariana. Dallo studio è emerso che, negli ultimi dieci anni, gli scambi commerciali tra i due blocchi sono aumentati del 21% annuo; mentre gli Investimenti diretti esteri (Ide) della Cina nel continente hanno registrato un tasso di incremento annuale del 40%.
La relazione sottolinea, inoltre, che più di diecimila imprese cinesi operano in Africa, il 90% delle quali private. E viene anche evidenziato che il Dragone asiatico sta portando capitali, competenze manageriali, know-how ed energia imprenditoriale. Tuttavia, il report rileva una scarsa ricaduta positiva sul local sourcing, che tradotto in cifre corrisponde a uno scarno 47% di imprese africane che hanno tratto profitto dagli investimenti cinesi, mentre fra coloro che rivestono posizioni manageriali nelle aziende cinesi operative nel continente, solo il 44% sono africani. Senza dimenticare che i governi degli otto Paesi monitorati evidenziano numerosi casi di sfruttamento del lavoro e violazioni ambientali da parte delle aziende cinesi.
Un altro fattore da esaminare per una migliore comprensione delle relazioni economiche sino-africane è l’impatto delle importazioni di beni a basso costo dalla Cina. Un rapporto pubblicato nel maggio 2014 dalla Banca Mondiale conclude che tale impatto sia negativo per l’economia africana, mostrando una rilevante discrepanza tra i prezzi della Cina e dell’Africa, soprattutto per quanto riguarda scarpe, pietre, vetro, plastica e veicoli.2
Interessante anche notare le conclusioni di uno studio realizzato nel 2009 da tre ricercatori dell’università nigeriana di Ibadan, secondo cui alcuni settori dell’industria africana, come quello tessile e dell’abbigliamento, hanno subito un sensibile calo della produzione e dell’occupazione a causa della concorrenza cinese.3
Trascorsi ormai nove anni dalla pubblicazione della ricerca, possiamo constatare che l’elettronica “made in China” ha invaso i mercati africani e sempre più spesso si trovano fabbriche gestite da cinesi in Etiopia, Ruanda, Nigeria. Inoltre, le grandi aziende automobilistiche cinesi come FAW Group, ChangAn Automobile e SAIC Motor hanno cominciato a espandere le vendite nei Paesi africani, dove le automobili hanno un’incidenza ancora relativamente bassa.
Vale la pena di citare anche un’altra ricerca, pubblicata nel maggio 2011 dal gruppo della Banca africana di sviluppo, che rilevava come nella maggior parte dei casi, nei settori in cui Cina e Africa competono, l’incremento delle esportazioni della prima si riflette in un calo della occupazione della seconda.4
Di orientamento del tutto diverso è un recente studio pubblicato dalla World Bank Economic Review, secondo cui la penetrazione cinese in Africa ha prodotto effetti benefici sull’occupazione.5 Interessante notare che la relazione contrasta con l’opinione diffusa in Occidente, che percepisce l’investimento cinese in Africa secondo una natura “predatrice”.
Il rapporto riformula il giudizio dominante sulla penetrazione della Cina in Africa, basato sull’assunto che la maggior parte degli accordi più importanti riguardano progetti infrastrutturali e di sfruttamento delle risorse naturali. Tale strategia sarebbe messa in discussione dal fatto che la maggior parte dei progetti di investimento cinesi nel continente si sono sviluppati nel settore dei servizi aziendali. Senza contare che una larga parte delle PMI cinesi private che hanno investito in Africa non ha interessi nelle materie prime. Lo studio confuta le conclusioni dei precedenti, sostenendo che pur avendo realizzato meno progetti Ide rispetto agli investitori occidentali, nel 2016 la Cina è diventata il principale incubatore di occupazione nel continente con la creazione di oltre trentamila posti di lavoro.
Si potrebbe, però, ragionare anche sul fatto che la fase di decrescita economica in cui si è incanalata l’Africa nell’ultimo biennio, è dovuta in gran parte alla sua stretta relazione con la Cina, la quale registra a sua volta un rallentamento nella crescita economica, che nel 2016 ha toccato il valore più basso dal 1990.
La conferma di questo orientamento arriva da uno studio pubblicato nel luglio scorso da Coface, gruppo francese specializzato in assicurazione dei crediti all’export, che ha riscontrato numerose criticità nelle relazioni sino-africane.6 Secondo il report, il rallentamento dell’economia cinese e il conseguente ri-orientamento del modello di crescita verso i consumi privati hanno prodotto un indebolimento della domanda di materie prime africane. Questo ha significativamente penalizzato le esportazioni della regione subsahariana, concentrate per oltre l’80% in minerali, metalli e idrocarburi.
L’analisi di Coface osserva che il calo della domanda delle commodity avrà il suo impatto più forte soprattutto in dieci Paesi subsahariani, che hanno maggiormente beneficiato di finanziamenti e flussi di Ide cinesi. In primis Sud Sudan e Angola, ambedue caratterizzati da economie basate principalmente sulla produzione di petrolio. Di conseguenza, i Paesi africani fortemente dipendenti dalla Cina restano ampiamente esposti alle oscillazioni della domanda o a un possibile nuovo crollo del valore delle materie prime.
Tra i diversi approcci degli studiosi che hanno elaborato questa serie di analisi, appare tuttavia innegabile che Pechino stia imprimendo una forte accelerazione allo sviluppo africano e che rappresenti la principale fonte di finanziamento per la realizzazione di infrastrutture. Il Celeste Impero è impegnato da oltre un decennio nel colmare il cospicuo gap infrastrutturale dell’Africa. In Kenya, i cinesi hanno finanziato e costruito il più grande progetto infrastrutturale degli ultimi cinquant’anni: la ferrovia a scartamento normale Nairobi-Mombasa.
E sono ormai ultimate due tra le più grandi opere mai realizzati nel continente: la megacentrale idroelettrica di Karuma in Uganda, costruita dalla società cinese Sinohydro, e la Abuja Light Rail, la metropolitana leggera realizzata dalla China Civil Engineering Construction Corporation, che imprimerà una spinta decisiva al trasporto su rotaia leggera in tutto il territorio federale della capitale nigeriana.
Tutto questo, però, non significa che nella sua ventennale politica africana il gigante asiatico sia stato mosso da zelo filantropico. Per un’esaustiva analisi, non possiamo tralasciare che la speciale partnership economica di Pechino con l’Africa è stata sempre marcata da un approccio molto pragmatico, riassumibile nello slogan: nessuna condizione politica ma solo contratti da firmare.
Nell’instaurare i rapporti commerciali, le dittature o le democrazie africane sono identiche agli occhi della potenza asiatica. L’unica condizione che il governo cinese impone è il rispetto del principio della cosiddetta one-China policy, che prevede la rottura delle relazioni diplomatiche con Taiwan, per supportare la causa della riunificazione cinese. Una clausola alla quale hanno ormai aderito quasi tutti i 54 Stati del continente, a esclusione di Swaziland e Burkina Faso, gli unici due Paesi africani che ancora riconoscono la “provincia ribelle”, che la Cina popolare vorrebbe riassorbire.
Una relazione consolidata da un eccezionale flusso di finanziamenti, che hanno consentito al gigante asiatico di raccogliere un consenso diffuso in molti strati della società africana e tra le élite politiche del continente.
Va inoltre ricordato che Pechino non si limita solo a erogare varie forme di aiuto economico, ma offre degli aiuti materiali e tecnici, azzera i debiti dei Paesi più poveri e rilascia borse di studio annuali agli studenti africani per andare a perfezionare la loro preparazione in Cina. Una strategia che la potenza asiatica giudica basata su un rapporto paritario e di mutuo interesse tra due economie complementari, nel quale entrambi i partner guadagnano e che, non a caso, gli africani francofoni chiamano gagnant-gagnant.
Questo sistema, però, non tiene conto dei criteri internazionali in materia di investimento e di diritti umani, suscitando non poche inquietudini in Occidente. Inoltre, l’Africa deve prestare molta attenzione al rischio di affogare sotto il fiume di denaro cinese e per impedirlo dovrebbe adottare una strategia autonoma di sviluppo comune, tenendo ben presente che la Cina non è in Africa per risolvere i problemi del continente.
1 www.mckinsey.com/Global-Themes/Middle-East-and-Africa/The-closest-look-yet-at-Chinese-economic-engagement-in-Africa
2 http://documents.worldbank.org/curated/en/589771468139789266/pdf/883490NWP0Box30a0Report0May2302014.pdf
3 https://link.springer.com/content/pdf/10.1057%2Fejdr.2009.28.pdf
4 http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.360.7493&rep=rep1&type=pdf
5 www.hwtang.com/uploads/3/0/7/2/3072318/wber_final.pdf
6 www.coface.com/News-Publications/Publications/China-Africa-Will-the-marriage-of-convenience-last