Quadrimestrale di cultura civile

Giovani, formazione e lavoro in Kenya

di Andrea Bianchessi / Regional manager di AVSI per Burundi, Kenya e Rwanda

Il Kenya è considerato un Paese emergente e leader dell’Africa Orientale. A livello economico si registra una crescita del PIL di oltre il 5% dal 2010, con crescenti investimenti produttivi e una inflazione contenuta al 5-6% dal 2013.1 A livello commerciale, dal porto di Mombasa passano le merci che raggiungono Uganda, Rwanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan; un nuovo porto a Lamu è in fase di costruzione. A luglio 2017 è stata aperta la nuova tratta ferroviaria da Mombasa a Nairobi (che proseguirà fino al confine con l’Uganda). Nei prossimi mesi il Kenya inizierà la produzione di petrolio nella contea di Turkana e nei prossimi anni è prevista anche la produzione off-shore. A livello geopolitico, il Kenya ha una presenza di 3.600 militari in Somalia2 (Stato considerato “fallito” a seguito della guerra civile del 1992) e promuove l’integrazione regionale nella East Africa Community con Uganda, Rwanda, Burundi, Sud Sudan. In un contesto di grave crisi istituzionale nell’area – si pensi alla Somalia, al Sud Sudan, al Burundi – il Kenya “deve” rimanere stabile.
Tuttavia, nel corso del 2017, il Paese ha attraversato una delicata crisi istituzionale: le elezioni nazionali dell’8 agosto hanno assegnato la vittoria all’attuale presidente Uhuru Kenyatta con il 54% dei voti, e la sconfitta del candidato all’opposizione, il 72enne Raila Odinga, fermo al 45%. Dopo l’annuncio del risultato, Odinga non ha ritenuto legittima la vittoria di Kenyatta, sono seguite proteste e scontri violenti; la comunità internazionale (African Union, UE, USA) ha invece riconosciuto la regolarità del processo elettorale e ha invitato Odinga a ricorrere alle procedure legali per far valere le proprie ragioni. Così è stato: per la prima volta in Kenya e in tutta l’Africa, la Corte Suprema ha accolto alcune obiezioni e annullato le elezioni presidenziali. Ma il 10 ottobre Odinga ha comunicato che non si sarebbe presentato alla nuova tornata prevista per il 26 ottobre, in quanto non erano state accolte le sue richieste di modificare procedure e membri della Commissione elettorale. Il processo elettorale è proseguito e Uhuru Kenyatta è stato confermato presidente con il 98% dei consensi. L’opposizione non ne riconosce la legittimità e c’è il rischio che nei prossimi mesi prosegua il braccio di ferro tra le parti, ma soprattutto che il malcontento e il rancore di una parte della popolazione trovi sfogo in modo violento.
Il miglioramento della situazione economica complessiva non ha una ricaduta su tutta la popolazione: il 45,2% vive sotto la soglia di povertà3  e il Kenya resta nella posizione 146 su 188 Paesi rispetto all’Indice di Sviluppo Umano di UNDP,4 un dato di cui sono espressione gli enormi slum di Nairobi, come Kibera, dove si concentrano 500mila persone, o le aree rurali aride (Arid and Semi-Arid Lands, ASAL) nel Nord e nell’Est, colpite periodicamente da siccità.
In particolare il Kenya deve affrontare una sfida determinante per il futuro, il lavoro. Si considerino questi dati: l’attuale popolazione, 48 milioni di abitanti, di cui il 40% minori di 14 anni,5 raddoppierà entro il 20506; solo 2 milioni di persone lavorano nell’economia formale (cioè con un regolare contratto di lavoro e prestazioni sociali); un milione di giovani ogni anno aspira a entrare nel mercato del lavoro, ma di questi l’86% non hanno nessun tipo di formazione orientata al lavoro (né professionale né universitaria).7 In particolare, secondo l’ultimo Sondaggio Economico del 2016,8 nell’ultimo anno l’economia ha creato, principalmente intorno a Nairobi, 20.000 posti regolari in più rispetto all’anno precedente (quando ne furono creati 106.300). Le compagnie private ne hanno creato il 71% (90.880), il settore informale 713.000, l’84,7% degli 841.600 totalizzati complessivamente nel 2015. Un dato chiave del Sondaggio è la recente evoluzione del Kenya verso mestieri moderni nei settori della tecnologia e della manifattura anziché nell’agricoltura, che oggi rappresenta il 30% del PIL e impiega il 70% della popolazione lavorativa. L’edilizia rimane il settore più robusto crescendo a un tasso di 13,6%, seguita dai servizi finanziari che sono cresciuti dell’8,7% e dall’agricoltura, aumentata del 5,6%. Il numero di imprese registrate a Nairobi è di 64.000 ed è in crescita. Sinteticamente questi numeri evidenziano una domanda di lavoratori in aumento ma non a sufficienza per coprire l’offerta dei lavoratori, e una mancanza di competenze richieste dal mercato del lavoro.
Questa situazione, comune a molti Stati africani, desta una profonda preoccupazione sia nelle istituzioni nazionali, sia nella comunità internazionale. Il summit svoltosi a novembre ad Abidjan (Costa d’Avorio) tra i Paesi dell’Unione Europea e dell’Unione Africana è stato focalizzato sugli investimenti per favorire un impiego ai giovani, evidenziando l’importanza di ridurre il gap di competenze richieste dal mercato del lavoro.9 Il nuovo sistema educativo del Kenya, che progressivamente si implementerà nei prossimi anni, va in questa direzione, in particolare per la valorizzazione degli istituti di formazione professionale, che finora erano considerati una scelta di ripiego per i giovani.
Segnaliamo ora alcune esperienze virtuose, “buone pratiche” nel settore della formazione, lavoro e imprenditorialità, a partire dall’esperienza realizzata dalla ONG AVSI in Kenya con una rete di organizzazioni della società civile.  
Presso la scuola di formazione professionale St. Kizito (nata da un progetto di AVSI nel 1993, con finanziamenti della Cooperazione italiana e dell’UE) si è avviata nel 2017 la prima edizione di dual training (sistema duale secondo il modello tedesco) del corso di auto-meccanica in collaborazione con Simba Colt, una grande impresa che importa automezzi (BMW, Mitsubishi, Renault) e ha una diffusa rete commerciale e di servizi a Nairobi. Il St. Kizito ha adattato il curriculum alle esigenze di competenze richieste da Simba Colt. I 30 studenti del corso trascorrono metà tempo presso la scuola (in cui c’è anche un laboratorio di meccanica) e l’altra metà presso i garage dell’impresa. I primi risultati sono promettenti: tutti gli studenti hanno passato positivamente gli esami del ministero dell’Industria e Simba Colt ha già chiesto ad alcuni studenti di fermarsi a lavorare al termine degli studi. A partire da questa esperienza, St. Kizito ha avviato la collaborazione di dual training con altre 2 imprese. Da notare inoltre che il 91% degli studenti del St. Kizito trova lavora nel proprio settore di studio.
Dalla scuola di formazione professionale St. Kizito, e in particolare da alcuni volontari italiani, è nata Italian Design Furniture, un’impresa privata che produce mobili artigianali di alta qualità, acquistati da ambasciatori, membri del Parlamento e del Governo, ricchi kenyani. Questa impresa dà lavoro a 70 persone, mantiene la produzione a St. Kizito e ha uno show-room a Muthaiga, il quartiere delle residenze degli ambasciatori a Nairobi. Tra Italian Design Furniture e il St. Kizito si è avviata anche una collaborazione nel dual training. Sempre dall’esperienza del St. Kizito, si segnala Theresia Muchiri, che grazie a un corso di elettronica, ha avviato una propria azienda (Terrytonix Satellite), leader nella fornitura di impianti elettrici di sicurezza per la difesa delle case dei benestanti a Nairobi.
Nella zona rurale di Meru, attorno al Mount Kenya (la seconda montagna più alta d’Africa dopo il Kilimangiaro), nel villaggio di Mutuati – famoso per la produzione di mirar (o khat), una droga leggera molto consumata in Somalia – con la distribuzione nel 2010 di 5 vacche da latte ad alcune famiglie povere (nella zona è molto alto l’indice di malnutrizione dato che il settore agricolo non è rivolto alla produzione alimentare), si è costituita una cooperativa con 600 produttori di latte. Si tratta dell’unità economica più grande della zona, nel 2017 ha avviato la produzione di yogurt e dà lavoro a 28 persone. I fattori di successo sono stati i corsi di alfabetizzazione per adulti analfabeti della zona e l’accompagnamento delle persone che hanno portato alla crescita della consapevolezza delle proprie capacità e a una assunzione di responsabilità. Nel 2017, in un villaggio sempre nella contea di Meru, si sono realizzati corsi su business skills a favore di 416 agricoltori: a oggi già 300 persone si sono messe assieme per avviare una nuova cooperativa nella filiera lattiero-casearia.
Nello slum di Kibera, a Nairobi, uno dei più grandi d’Africa, a partire da corsi di “alfabetizzazione finanziaria” di base, si sono avviate attività economiche informali, come il piccolo commercio o servizi di catering, che permettono alle persone (soprattutto donne) di guadagnare il necessario per sopravvivere e mantenere i figli.
Nel corso del 2017, AVSI ha avviato alcune collaborazioni con imprese multinazionali e nazionali nel settore della Corporate Social Responsability, che hanno portato a innovativi processi di sviluppo locale e formazione di capacità. Si segnalano: installazione di sistemi fotovoltaici e laboratori informatici in 11 scuole e formazione di insegnanti nel campo profughi e nella comunità ospitante di Dadaab con ENI; formazione in ambito nutrizionale e sanitario con formatori di Nestlé e di una assicurazione kenyana a insegnanti e studenti di alcune scuole dello slum di Kibera.
Da queste esperienze si possono trarre alcune indicazioni per i programmi e le politiche del Kenya e della regione, per le istituzioni pubbliche nazionali e sovranazionali.
– Proseguimento nella valorizzazione del sistema di formazione professionale e della partnership delle imprese, specificamente: avvio di nuove scuole di formazione e rafforzamento di quelle già esistenti con particolare attenzione al settore non profit (in modo da aggiungere risorse a quelle che già provengono da ONG internazionali e nazionali); revisione del curriculum per adattarlo all’evoluzione del mercato del lavoro; regolamentazione che faciliti il sistema di dual training e internship (per esempio estensione dell’assicurazione della scuola o delle imprese agli stagisti).
– Sistema fiscale che faciliti investimenti delle imprese multinazionali e nazionali verso il settore non profit in modo da facilitare investimenti in Corporate Social Responsability, incluso volontariato d’azienda ed erogazione di borse di studio per studenti.
– Rafforzamento del sistema statistico nazionale o investimenti in ricerche in modo da monitorare il mercato del lavoro e facilitare l’adeguamento del curriculum alle competenze richieste.
– Promozione di iniziative e programmi per adulti di alfabetizzazione e corsi brevi di formazione tecnico-professionale; assistenza tecnica e promozione del credito per avvio e rafforzamento di  micro e piccole imprese, in settori sia tradizionali sia innovativi (ICT, green economy). Particolare attenzione a supportare i soggetti non profit che giá operano in questo settore, soprattutto quelli che permettono di raggiungere aree rurali o urbane marginali (last mile actors).

 

 

1  Si veda World Bank: http://databank.worldbank.org/data

2  Si veda http://amisom-au.org/kenya-kdf/

3  Kenya census, 2009.

4  Dato 2016. Si veda UNDP: http://hdr.undp.org/en/composite/HDI

5  Dato 2016. Si veda World Bank: http://databank.worldbank.org/data

6  United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2017). World Population Prospects: The 2017 Revision. New York: United Nations.

7 Ministry of Education, Science and Technology (MoEST) – National Plan of Education (2015).

8  Kenyan National Bureau of Statistics, 2016.

9  Si veda la dichiarazione finale: Investing in Youth for Accelerated Inclusive Growth and Sustainable Development (African Union – European Union Summit, 29-30 November 2017, Abidjan).

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