Quadrimestrale di cultura civile

Il caos libico, mina vagante nel Mediterraneo

di Riccardo Redaelli / Ordinario di Geopolitica e di Storia e istituzioni dell’Asia, Università Cattolica del Sacro Cuore

A Tripoli e in tutta la Libia, come ogni 17 febbraio, si è festeggiato l’anniversario della fine del regime di Gheddafi. Ma in realtà non vi è molto da celebrare: se in pochi rimpiangono il periodo della dittatura, quasi tutti non nascondono la delusione e lo sconforto per le catastrofiche condizioni in cui le rivalità e l’insipienza politica della nuova élite di potere hanno precipitato il Paese. L’impasse politica fra il debolissimo governo di unione nazionale di Fayez al-Sarraj – sostenuto dall’ONU, dall’Italia e, svogliatamente, da alcuni altri Paesi occidentali – e il generale Khalifa Haftar – che controlla la Cirenaica e si è autoproclamato protettore della Libia dal caos e dal terrorismo – paralizza da troppo tempo ogni decisione politica e ogni progetto di ricostruzione economica. Ne approfittano i gruppi criminali, i trafficanti di migranti e le milizie che beneficiano della mancata normalizzazione.
Lo scorso dicembre, Haftar ha acuito ulteriormente la tensione affermando di ritenere formalmente decaduto il patto promosso dall’ONU nel dicembre 2015, conosciuto come Libyan Political Agreement (LPA), frutto di un faticoso e lungo compromesso politico che aveva permesso la nascita del nuovo governo di accordo nazionale di al-Sarraj (in verità mai capace di rafforzare il proprio consenso nel Paese). Di fatto, il generale si propone come unica autorità nazionale legittima, capace di porsi al di sopra delle fazioni e delle contrapposte milizie.
Ma la realtà è ben diversa: il generale non è – come afferma – il comandante delle Forze armate nazionali (LNA), che in Libia di fatto non esistono. Pur predicando contro le milizie, egli ha raccolto attorno a sé un’armata patchwork, che unisce eserciti tribali ai resti delle vecchie forze armate di Gheddafi e finanche a gruppi salafiti. Un insieme più debole e meno unito di quanto si pensi normalmente. Il fine che lo muove non è tanto combattere jihadisti e gruppi criminali, quanto assicurarsi che il proprio potere personale non venga intaccato da alcun governo civile. A meno che quest’ultimo sia un fantoccio nelle sue mani, come avviene per l’attuale parlamento di Tobruq. Non è però accettabile che un intero Stato dipenda dagli umori di un’unica persona. Haftar ha dimostrato continuamente di non essere la soluzione al problema Libia, ma anzi un elemento che la rende più complicata.
Nonostante ciò, continua ad avere il sostegno di vari attori regionali e internazionali: un po’ per comodità, poiché si illudono che nel marasma libico il capo delle forze armate nazionali possa essere l’uomo forte che “sistema le cose”. E un po’ per i propri interessi: l’Egitto per aumentare la sua influenza sulla Cirenaica; gli emiri del Golfo perché sono ossessionati dai Fratelli Musulmani e sostengono tutti quelli che li avversano; i russi, tatticamente, perché funzionale alla loro strategia globale nel Medio Oriente; francesi e inglesi perché in Libia hanno sempre giocato su più tavoli, spesso in modo ambiguo.
Nei fatti, il punto di forza della strategia di Haftar risiede forse più nella fragilità del governo di al-Sarraj e nella incapacità di quest’ultimo di gestire il potere. Non che sia facile farlo, visto che il passato regime aveva smantellato ogni forma di amministrazione organizzata, ma certo l’averlo scelto come primo ministro ha finito per rivelarsi un errore.
In questa situazione di caos e paralisi, la comunità internazionale fatica a formulare nuovi piani per dare maggiore stabilità al Paese. Alla guida dei negoziati, in qualità di inviato speciale ONU, è il noto intellettuale Ghassam Salamé che sembra avere un (relativo) maggior successo nel districarsi fra la miriade di attori, milizie, leader e aspiranti leader rispetto ai suoi deludenti predecessori.
L’impasse politica non aiuta ovviamente a ridurre le tensioni e l’insicurezza nel Paese. Sia pure duramente colpita dalla sconfitta a Sirte nel 2017 e indebolita dal collasso del califfato nel Levante, ISIS rimane un attore capace di colpire in Libia e di attrarre il sostegno – a volte puramente tattico – degli scontenti e di chi vuole sabotare il processo politico di pacificazione. Vi sono inoltre altri gruppi jihadisti, di fatto una galassia dai confini incerti: dai movimenti maggiormente legati alla realtà qa’edista (come sappiamo, in contrasto con quella di ISIS) ai gruppi legati ad Ansar al-Shari’a, altra formazione indebolitasi negli anni ma non scomparsa. Lo dimostrano i continui attentati che colpiscono le principali città libiche, e soprattutto Bengasi, “liberata” la scorsa estate dalle LNA di Haftar, ma ancora lontana da una vera pacificazione.
Tuttavia, sul piano militare e di sicurezza, ancor più della presenza di milizie jihadiste, ciò che preoccupa gli osservatori interni e internazionali è la mancata composizione delle dispute fra i tanti gruppi armati attivi nel Paese e la continua scomposizione e ricomposizione delle alleanze. Le potenti milizie di Misurata, che sono state la spina dorsale della rivoluzione, appaiono oggi pencolanti fra chi pare disponibile a un possibile accordo con Haftar e chi invece chiude a ogni compromesso. Lo scorso dicembre, l’assassinio – mai chiarito – dell’abile sindaco di Misurata, Mohammed Eshtewi, ha rinfocolato le tensioni locali, che vanno aumentando anche a Sirte. Questa area, strategica militarmente ed economicamente per la sua importanza petrolifera, ha visto l’anno passato la sconfitta di ISIS, dopo mesi di sanguinosa lotta da parte delle milizie islamiste di Misurata, mentre le forze di Haftar sono rimaste ambiguamente in disparte. Ma ora entrambe si fronteggiano pericolosamente, nel tentativo di rafforzarsi.
Migliora invece, sia pure in modo contraddittorio, la situazione economica e finanziaria, fino a pochi mesi fa considerata catastrofica. Nonostante i continui attacchi e le minacce agli impianti di produzione e ai terminal di evacuazione degli idrocarburi, all’inizio del 2018 la produzione libica è tornata a circa un milione di b/d, permettendo l’afflusso di quella valuta pregiata di cui il Paese ha disperato bisogno. Una crescita evidente se si considera che le rendite petrolifere sono quasi triplicate nel 2017: circa 14 miliardi di dollari rispetto ai 4,8 miliardi del 2016. Fatto ancora più importante, la ripresa delle esportazioni ha visto il sostanziale mantenimento della centralità della National Oil Company (NOC) di Tripoli. Essa è infatti riuscita a impedire l’affermazione della compagnia parallela creatasi in Cirenaica, che ha cercato a lungo di accreditarsi come venditore alternativo presso i mercati internazionali. Il mantenimento dell’unità nelle vendite di idrocarburi ha permesso alla Banca Centrale di gestire le fasi peggiori di volatilità degli scorsi anni, allentando in questi mesi la stretta nelle transazioni finanziarie in valuta pregiata, che aveva fatto crollare il dinar libico e spinto l’inflazione oltre il 30%. Una decisione brutale ma resasi necessaria dinanzi allo spettro di un collasso delle riserve finanziarie. Gheddafi aveva lasciato imponenti riserve in valuta pregiata, stimate in almeno 140 miliardi di dollari: gli anni di caos e di anarchia, caratterizzati da una corruzione endemica e dal saccheggio sistematico delle ricchezze della Libia, avevano pericolosamente svuotato queste importanti risorse, minando la stabilità finanziaria del Paese. Ma è evidente come la congiuntura economica e la produzione petrolifera rimangano strettamente interrelate agli scenari di sicurezza e di accordo politico: il riesplodere del conflitto farebbe precipitare nuovamente la situazione.
In questo contesto così instabile e scivoloso, la prudenza internazionale nel gestire il file libico rischia facilmente di essere scambiata per disinteresse. Con due pericolosi effetti collaterali: da un lato si indebolisce lo sforzo di quanti cercano una faticosissima composizione delle mille fazioni e mille ambizioni personali in cui è deflagrato il mosaico politico post Gheddafi. Dall’altro, si lascia troppo spazio alle iniziative unilaterali e alle ambizioni di singoli Paesi, che vedono nella situazione attuale di precarietà un’occasione per rafforzare il proprio ruolo o per raggiungere obiettivi geopolitici puramente egoistici.
Lo scenario siriano di queste settimane mostra bene come il mancato accordo fra la pluralità di forze che hanno determinato la caduta del califfato jihadista di al-Baghdadi produca solo ulteriori conflitti e instabilità. È illusorio pensare che il fallimento nel raggiungere un compromesso politico possa lasciare questa regione in un’artificiale condizione di “stabile instabilità”. Perché ogni iato geopolitico e strategico spinge inevitabilmente all’azione chi quei vuoti vuole cercare di coprire.
Nel 2018, obiettivo primario in Libia è tenere nuove elezioni politiche generali. Progetto al momento quanto mai velleitario e che rischia di bissare il disastroso esito delle elezioni politiche del 2014, allorchè la partecipazione popolare al voto fu minima, tanto che il nuovo parlamento non venne mai riconosciuto dal vecchio e dovette “emigrare” da Tripoli a Tobruq.
Prima di pensare a organizzare una nuova consultazione elettorale è fondamentale che il sistema internazionale si attivi per ridurre l’instabilità politica e militare che condiziona ancora parte del Paese; soprattutto, occorre raggiungere un compromesso fra le parti che garantisca che le votazioni non vengano falsate da questo o quel concorrente. Certo, la svagatezza internazionale di questi mesi non induce all’ottimismo, tanto più se Haftar continuerà con la sua politica di non riconoscimento del governo al-Sarraj, per riproporre la ormai stantia immagine di uomo d’ordine che lavora per la nazione. Quando è in realtà la sua ambizione personale a rappresentare un problema ulteriore nel mosaico libico.
 

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