Quadrimestrale di cultura civile

Cambiare paradigma per realizzare una vera partnership

di Giampaolo Silvestri / Segretario generale AVSI

“Per molti politici e per buona parte dell’opinione pubblica, l’Africa rimane un incidente di percorso, qualcosa di cui si è periodicamente costretti a occuparsi per risolvere un problema o per evitare problemi maggiori. Considerando le proiezioni demografiche, i flussi migratori, il fenomeno del terrorismo internazionale, le guerre in corso, dovrebbe invece venire considerata un interlocutore primario per un’Italia lungimirante”. Ne è convinto Giampaolo Silvestri, segretario generale di Avsi, una ONG da molti anni impegnata con progetti e volontari in vari Paesi del continente.
“È necessario anzitutto cambiare le coordinate del rapporto con l’Africa. È finita l’epoca del colonialismo e degli aiuti allo sviluppo intesi in senso unidirezionale – il Paese ricco che aiuta il Paese povero –. Gli Stati africani chiedono una partnership effettiva, come è risultato evidente anche nel vertice internazionale tenutosi nel novembre scorso ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Non dobbiamo anzitutto dimenticare che bisogna ragionare in una prospettiva europea, quella ‘soltanto’ italiana è, infatti, inadeguata alla vastità e complessità dei temi in gioco. L’Europa può offrire risorse, tecnologie, expertise, ma anche gli africani possono mettere in campo molto. Peraltro si deve tenere conto della pluralità di situazioni esistente in quel continente: accanto a Paesi che dimostrano grande capacità di sviluppo (Ghana, Nigeria, Uganda, Ruanda, Mozambico, solo per citarne alcuni), ce ne sono altri dove ci si deve misurare con una grande instabilità come Congo, Somalia e Sud Sudan.

Cosa serve prioritariamente per cambiare prospettiva?
Bisogna anzitutto modificare le categorie di pensiero, serve un cambio di paradigma. È necessario il concorso di tutti gli attori locali: lo Stato, la società civile, le imprese, ognuno deve poter fare la sua parte. Inoltre, non si deve commettere l’errore di applicare meccanicamente i nostri modelli alle realtà africane. Ancora: non dobbiamo considerare lo sviluppo dell’Africa in termini lineari, analoghi a quelli che hanno segnato la storia europea. In alcune situazioni si è passati dall’aratro trainato dai buoi al drone, saltando il trattore e altri passaggi intermedi della meccanizzazione. Oppure si è passati dall’assenza di comunicazione o dal telegrafo al cellulare senza transitare dalla rete telefonica fissa, o dal contante al trasferimento del denaro tramite il cellulare.

Quali sono le strategie di una politica di cooperazione efficace, capace di generare sviluppo? Cosa ha funzionato e cosa è mancato finora?
Non funzionano i progetti calati dall’alto, lo statalismo basato sui finanziamenti diretti ai governi. Funzionano le iniziative che partono dal basso, mettono al centro la persona, investono sulla crescita umana e professionale, favoriscono il coinvolgimento di tutti e hanno un orizzonte di lungo periodo, anche quando si agisce in condizioni di emergenza. Non si possono pretendere risultati efficaci e duraturi in poco tempo.
Oggi una quota significativa dei finanziamenti dell’Unione Europea per la cooperazione viene spesa per sostenere i bilanci degli Stati africani, e questo significa finanziare le strutture statali – specialmente in sanità ed educazione – che però non sono in grado di rispondere a tutta la domanda presente in quegli ambiti, e in particolare a quella che viene dagli strati più poveri della popolazione, che invece beneficiano dell’intervento di ONG, missionari, altri soggetti privati. Inoltre la forma del budget support è più facilmente permeabile al rischio di fenomeni di corruzione.

Quali sono le principali difficoltà che si devono affrontare nei rapporti con gli apparati statali africani?
Il problema di fondo è la debolezza delle classi dirigenti. È ancora minoritaria l’idea che si fa politica per costruire il bene comune, prevale la prospettiva di favorire l’ambito a cui si appartiene – il partito, il clan, la famiglia –. Serve un investimento forte nella formazione integrale delle classi dirigenti, non basta un programma sulla good governance. Sono percorsi lunghi e faticosi, ma è la strada più lungimirante da seguire.
Istruzione-educazione e aiuto alla crescita di una imprenditoria locale sono i due focus che Atlantide propone in questo numero come volani dello sviluppo per l’Africa. Qual è il contributo offerto in questi anni da AVSI in questi ambiti?
Questo è sempre stato il “core business” di AVSI, se vogliamo usare questa espressione. Tra le iniziative più emblematiche potrei citare il Luigi Giussani Institute for High Education, un centro di formazione per educatori che ha sede in Uganda ma che opera anche per altri Paesi e punta sulla crescita umana e professionale degli insegnanti di scuole pubbliche e private.
Un’altra realtà interessante è in atto in Sud Sudan dove, su richiesta del vescovo, abbiamo avviato la facoltà di educazione all’Università Cattolica di Giuba, nella prospettiva di dare un contributo alla formazione di una classe di insegnanti in un Paese giovane, che fa i conti con conflitti, carestia, instabilità politica ed economica.
Stanno svolgendo un lavoro molto innovativo e creativo le scuole di Kenya e Uganda, dove in vent’anni abbiamo avviato istituti a vari livelli, dagli asili alla formazione professionale. Con una novità rispetto al modello prevalente, che è basato sullo stile dei college – dove i giovani studiano e soggiornano – e delega la dinamica educativa alla scuola relegando a un ruolo secondario la famiglia. Noi abbiamo deciso di promuovere delle scuole secondarie che implicano un coinvolgimento significativo dei genitori nel processo educativo e generano un cambio di mentalità che richiede energie, capacità di coinvolgimento e di motivazione da parte delle famiglie: è un metodo che oggi viene molto apprezzato ma inizialmente aveva incontrato resistenze.
Nel campo dell’imprenditorialità abbiamo avviato progetti di architetture innovative in Costa d’Avorio, Mozambico e Uganda. Per il Mozambico posso citare la cooperativa Nova Energia che vende i piani di cottura migliorati che favoriscono la riduzione del consumo di carbone, con un conseguente risparmio economico per le famiglie e il contenimento delle emissioni tossiche.
In Uganda, attraverso il progetto Sky (SKilling Youth) finanziato dalla cooperazione olandese e che coinvolge 4.000 giovani, si lavora allo sviluppo dell’imprenditorialità nel settore agricolo. L’Uganda ha grandi risorse naturali e una popolazione molto giovane, che però in gran parte non vuole lavorare in agricoltura e vive con il mito della città. Abbiamo cercato di coniugare il supporto agli istituti di formazione con un rapporto con le imprese locali operanti in agricoltura: i giovani che escono dalle scuole superiori svolgono degli stage nelle aziende agricole e successivamente vengono aiutati ad avviare piccole imprese che diventano clienti o fornitrici delle aziende in cui hanno fatto lo stage e che sostanzialmente fanno da tutor.

Le migrazioni sono un fenomeno epocale e planetario, che da alcuni anni AVSI ha inserito come tema primario nelle sue campagne di sensibilizzazione e raccolta fondi. Come si articolano i vostri interventi?
Operiamo su livelli diversi, ben sapendo che non esiste una ricetta univoca per un tema così complesso e in continuo divenire: nei Paesi di emigrazione, nelle cosiddette terre di mezzo e in quelle di destinazione finale. Siamo consapevoli che è impossibile bloccare i flussi migratori, e che d’altra parte è decisivo intervenire alla fonte delle migrazioni. Le persone provenienti da Paesi poveri o in guerra continueranno ad arrivare e noi dobbiamo cercare risposte plurime e coordinate tra loro. Anche in questo campo serve una visione di lungo periodo, che superi la logica emergenziale finora prevalsa. Bisogna certamente lavorare per lo sviluppo dei Paesi di origine, ma in contemporanea si devono aprire canali che permettano di arrivare in Europa in maniera regolare, l’illegalità si genera anche perché non ci sono strade da percorrere per arrivare legalmente. Né va dimenticato che il flusso migratorio rappresenta una grave perdita di capitale umano per i Paesi di partenza, bisogna porsi il problema di arginare le partenze anche per questo motivo. Nelle cosiddette terre di mezzo – abbiamo svolto esperienze significative in Uganda, il Paese africano che ospita il maggior numero di rifugiati, un milione e mezzo, in gran parte provenienti dal Sud Sudan – le strade da praticare sono l’istruzione e la possibilità di insegnare un lavoro, affinché la permanenza provvisoria risulti utile e produttiva per i migranti, sia nell’ipotesi di un ritorno a casa, sia in quella di un insediamento definitivo nel Paese di destinazione, obiettivo peraltro molto difficile da raggiungere senza un impegno della comunità internazionale più deciso rispetto a quello finora messo in campo.
Il terzo livello è l’aiuto nei Paesi di insediamento definitivo, che deve favorire una integrazione reale che abbia al centro la formazione professionale e il lavoro. In Italia esistono molte iniziative significative sul territorio messe in atto dai vari attori della società civile, ma manca il framework, manca una strategia, le istituzioni sono in ritardo.
 

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