L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha recentemente pubblicato un atlante – dal titolo Rural Africa in motion: Dynamics and drivers of migration South of the Sahara – che illustra la complessità dei flussi migratori che caratterizzano l’Africa subsahariana. La pubblicazione, risultato di una fruttuosa collaborazione fra la FAO, l’istituto di ricerca agronomica Cirad e il centro sudafricano GovInn, riflette sul ruolo che le zone rurali dei Paesi africani esercitano e continueranno a esercitare sulla determinazione dei flussi migratori nel continente e nel resto del mondo.
Se da un lato l’atlante si colloca in un periodo storico in cui le sfide associate al tema dei rifugiati monopolizzano, a ragione, il dibattito pubblico sulle migrazioni internazionali, dall’altro cerca di porre l’accento anche sugli effetti potenzialmente virtuosi innescati dai movimenti migratori in termini di sviluppo e trasformazione strutturale delle zone rurali.
In un simile scenario, la FAO sta dedicando particolare attenzione a questi temi, sia durante la Giornata Mondiale delle Migrazioni del 2017, sia con il prossimo Rapporto Annuale sullo Stato dell’Agricoltura – lo State of Food and Agriculture 2018 Report, ancora in preparazione –, sia con altre iniziative minori.
La migrazione come motore di sviluppo
La migrazione è un fenomeno antico come l’uomo, strettamente legato al costante processo di cambiamento che caratterizza ogni società. Nella storia dell’umanità, i movimenti di persone all’interno delle regioni, degli Stati e attraverso gli Stati e i continenti hanno sempre rappresentato una componente fondamentale del processo di sviluppo e di trasformazione strutturale. Il passaggio progressivo da società rurali a modelli centrati sul ruolo delle città è stato costantemente alimentato da processi di migrazione, e tali processi hanno subito una drastica accelerazione globale durante gli ultimi due secoli.
In alcune circostanze, tuttavia, migrare è tutt’altro che il risultato di una libera scelta. A fare notizia oggi sono le persone in fuga da villaggi, regioni o Paesi afflitti da guerre, povertà, insicurezza alimentare, o da situazioni climatiche e ambientali sfavorevoli. Altre volte, l’emigrazione che le famiglie rurali sperimentano è una scelta consapevole di gestione del rischio, attraverso la quale si diversificano le attività economiche e le fonti di reddito delle famiglie, nella speranza di superare difficoltà o accedere a stili di vita altrimenti preclusi.
È fin troppo facile ricordare quanto l’emigrazione sia presente nella storia recente del nostro Paese, quando si migrava dalle campagne del Mezzogiorno per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord; o quando dal Nord e dal Sud si migrava in cerca di occupazione nelle Americhe. Queste scelte hanno costituito una prospettiva di sviluppo per tante famiglie che, attraverso le rimesse e i rientri, ha favorito la crescita e il progresso dei luoghi di origine. Ciò che è cambiato negli ultimi decenni è la dimensione potenziale dei flussi di popolazione, che è divenuta maggiore, e la capacità di attrattività dei luoghi di destinazione, che si è gradualmente ridotta. In tutto il mondo le fabbriche in cerca di manodopera de-specializzata, pronte ad accogliere contadini provenienti da campagne sovraffollate, sono sempre meno; così come le terre libere da mettere a coltura. In molte circostanze la destinazione di chi lascia oggi campagne remote e sovraffollate è una periferia urbana povera e inospitale, popolata di attività economiche informali.
Il continente africano ha già una lunga storia migratoria. Basti pensare che nel 2015, secondo le stime fornite dall’UNDESA, 33 milioni di africani vivevano in un Paese diverso da quello d’origine. Queste stime aggregate nascondono, tuttavia, importanti differenze regionali: mentre le popolazioni nordafricane tendono a intraprendere migrazioni intercontinentali (circa il 90 per cento di emigranti dalla regione si è mosso verso i confini europei), i migranti provenienti dal sud del Sahara si muovono principalmente all’interno del continente. I numeri e le dinamiche menzionate sono probabilmente molto più consistenti, se si considera che i dati a disposizione non includono né tutti i migranti intra-africani che si muovono senza lasciare traccia nei registri ufficiali, né i flussi di migrazione circolare. Inoltre, i numeri disponibili – dove la presenza di dati consente analisi attendibili – suggeriscono che i flussi migratori interni sono molto importanti, in particolare quelli da una zona all’altra di uno stesso Paese. Si valuta che questi flussi siano ben più frequenti in gran parte dei Paesi dell’Africa subsahariana, e fino a sei volte più elevati dei flussi di migrazione internazionale.
Le estremità occidentali e orientali del continente sono generalmente le più dinamiche; vi si contano, al 2015, circa 5,7 e 3,6 milioni di migranti, rispettivamente. Circa la metà dei migranti del Kenya e del Senegal, per esempio, si spostano all’interno delle frontiere nazionali; questa quota raggiunge l’80 per cento nel caso della Nigeria e dell’Uganda. Complessivamente, si stima che il numero di persone che si spostano all’interno dei loro Paesi è sei volte superiore al numero dei migranti internazionali. La migrazione internazionale, pertanto, non è che la punta di un iceberg.
Le sfide poste dal boom demografico e dal cambiamento climatico
L’Africa subsahariana è stata l’ultima regione del mondo a intraprendere il processo di transizione demografica; transizione che, al contrario di quanto accaduto in Asia, sta evolvendo più gradualmente del previsto. Con l’eccezione di qualche Paese a sud e ovest nel continente, infatti, il tasso di fecondità continua a diminuire a passo lento e irregolare, con una conseguente crescita costante della popolazione africana.
La scala del fenomeno è senza precedenti. La popolazione a sud del Sahara è aumentata di 645 milioni fra il 1975 e il 2015, con una crescita simile a quella osservata in Paesi come l’India e la Cina. Nei prossimi 40 anni (dal 2015 al 2055) ci si aspetta una crescita 2,2 volte più ingente. Per completare il panorama globale, nello stesso arco temporale, è previsto un calo nella popolazione europea e cinese, e un aumento limitato al 28 per cento di quella indiana. A caratterizzare l’Africa subsahariana è anche il ruolo persistente esercitato dalle popolazioni rurali. Mentre nel resto del mondo il processo di urbanizzazione procede velocemente e, dai primi anni 2000, gli abitanti delle zone urbane superano, seppur di poco, quelli delle zone rurali, l’Africa rimane principalmente rurale a causa di un processo di urbanizzazione iniziato relativamente di recente. Nel 2015 ancora il 62 per cento della popolazione africana abitava in una zona rurale. A causa della crescita della popolazione e della lentezza del processo di urbanizzazione, la densità demografica nelle aree rurali continua ad aumentare, con circa 380 milioni di abitanti addizionali stimati in queste aree entro il 2050.
Che questo processo abbia un effetto forte sulle spinte migratorie presenti e future è chiaro. Una conseguenza diretta di questo incredibile boom demografico e del cambiamento dell’età media della società è l’aumento della forza lavoro della regione, della quale è stimato un incremento di 813 milioni entro il 2050. Con l’aumento delle persone in età lavorativa, la sfida più grande che il continente si troverà ad affrontare nei prossimi decenni sarà quella di generare opportunità sufficienti ad assorbire la crescente offerta di lavoratori. Anche qui, la scala del fenomeno impressiona: nel 2015, la coorte annuale di giovani entranti nell’età lavorativa è stata di 20 milioni, ma ci si aspetta che questo valore raggiunga i 30 milioni nel 2030, con un totale influsso di nuova forza lavoro nel continente di circa 378 milioni di persone. La pressione crescente alla quale sono sottoposte le zone rurali obbligherà sempre più le famiglie a utilizzare tutte le strategie possibili, inclusa ogni forma di mobilità e migrazione, più o meno temporanea, per realizzare condizioni economiche più favorevoli. Il costo umano ed economico elevato delle migrazioni internazionali, d’altra parte, rende più frequenti gli spostamenti interni o verso Paesi limitrofi.
Altri fattori che influenzano la mobilità dal continente africano sono legati al cambiamento climatico e all’intensificarsi degli eventi climatici estremi. La produzione agricola dell’area subsahariana è largamente dipendente dall’andamento climatico. Basti pensare che meno del 5 per cento delle superfici agricole della regione può contare su sistemi di irrigazione – sebbene l’acqua non sia necessariamente il fattore più limitante –, che una piccola quota della produzione utilizza fertilizzanti e mezzi tecnici adeguati, e che la fragilità delle istituzioni e dei mercati limita la capacità di adattamento al mutare delle condizioni naturali. Studi sull’impatto del cambiamento climatico indicano che le rese unitarie di alcuni dei principali prodotti di base – come il mais e gli altri cereali – potrebbero calare fino al 20 per cento entro il 2050. Potrebbero verificarsi nuove differenziazioni geografiche; per esempio, le zone più sensibili al cambiamento delle temperature medie – come le regioni meridionali del Senegal, del Mali e del Burkina Faso – potrebbero vedere ridursi le rese in misura maggiore rispetto alle regioni centro-settentrionali di questi stessi Paesi, essendo tradizionalmente più vulnerabili all’andamento delle precipitazioni. Questi cambiamenti avranno certamente un impatto sui flussi interni della popolazione.
Chi sono i migranti dall’Africa subsahariana?
Il profilo dei migranti provenienti da questa regione del mondo è altamente diversificato e variabile secondo il contesto e il Paese d’origine. Le motivazioni che spingono le persone a migrare riflettono la povertà, il clima politico e sociale, le condizioni ambientali, e una quantità di altri elementi che caratterizzano le modalità di organizzazione della vita e delle fonti di sostentamento delle famiglie.
La maggior parte dei migranti africani sono giovani, con un’età compresa fra i 15 e i 24 anni. Nel 2015 l’Africa ha riportato la più alta quota di migranti in questa fascia d’età sul totale dei migranti internazionali (34 per cento), rispetto agli altri continenti. Altrettanto si osserva anche per quanto riguarda le migrazioni interne. Inoltre, a migrare sono più spesso gli uomini (dal 60 per cento in est Africa all’80 per cento nell’Africa dell’ovest), probabilmente a causa dei vincoli culturali cui sono ancora sottoposte le donne in molti Paesi e gruppi sociali. Le popolazioni nelle zone rurali presentano spesso un livello medio di istruzione inferiore rispetto alle zone urbane, e i migranti non sembrano rappresentare un’eccezione. Tuttavia, la maggior parte dei migranti provenienti da zone rurali presenta un livello di istruzione leggermente più elevato rispetto alle medie locali. Il reddito delle famiglie che hanno almeno un migrante, nazionale ma soprattutto internazionale, è frequentemente un po’ più elevato della media. Ciò si deve alle rimesse, da un lato; ma d’altro canto anche al fatto che sono le famiglie relativamente più benestanti a poter sostenere i costi della migrazione, soprattutto di quella internazionale. Ciò non toglie che la ragione principale che spinge le persone a migrare resti la ricerca di condizioni economiche e lavorative più favorevoli.
Governare la migrazione con politiche adeguate
L’appello che emerge dall’Atlante della FAO e del Cirad, e che conclude il documento, è a cercare modalità coordinate e coerenti per governare il fenomeno migratorio. L’idea non è di contrastare questo fenomeno, o di considerarlo come qualcosa di negativo, ma piuttosto di accompagnarlo e di utilizzarne le potenzialità, impegnandosi perché esso avvenga con modalità che rispettino i diritti umani.
Le politiche per lo sviluppo rurale e per l’agricoltura, nel favorire opportunità di connessione con le catene del valore e i mercati del lavoro, possono facilitare la mobilità delle persone e la migrazione, più o meno temporanea, per esempio cercando di ridurre i costi di transazione generati dalla mobilità. Facilitare il trasferimento e l’utilizzo delle rimesse, favorire la creazione di reti informative e di sostegno fra i migranti nelle città, anche le più piccole, sono esempi di interventi che possono essere utili a far sì che mobilità e migrazione abbiano una ricaduta positiva sulle comunità che le esperiscono. Il coordinamento internazionale di questi sforzi è altrettanto importante quanto quello delle azioni a carattere locale.
Al tempo stesso, è importante che i governi, le istituzioni regionali e la comunità internazionale in generale, si adoperino per promuovere le opportunità occupazionali nelle zone rurali, in particolare per i più giovani, in modo che la migrazione sia il risultato di un processo di scelta, piuttosto che la risposta a una mera necessità di sopravvivenza.
Riferimenti bibliografici
S. Mercandalli & B. Losh, a cura di, Rural African in motion. Dynamics and drivers of migration south of the Sahara, FAO and CIRAD, Roma 2017, 60 p.
Evidence on internal and international migration patterns in selected African Countries, FAO, 2017.