Quadrimestrale di cultura civile

Perché l’Europa deve e può fare di più

di Gianni Pittella / Ex deputato europeo e capogruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento dell’UE; eletto al Senato per il PD nelle elezioni 2018

Dopo la caduta del muro di Berlino, l’Europa ha tolto il suo sguardo dall’Africa per concentrare principalmente l’attenzione sull’integrazione nello spazio europeo dei Paesi dell’Est. Purtroppo abbiamo dovuto aspettare le tragedie dei migranti nel Mediterraneo e le profonde divisioni che i flussi migratori africani (assieme a quelli mediorientali) hanno generato tra gli Stati membri e all’interno delle istituzioni europee per accorgerci di nuovo dell’esistenza del continente africano. Le immagini terrificanti di migranti venduti come schiavi in Libia, assieme alle violenze e alle torture di cui sono vittime uomini, donne e bambini che rischiano la vita per raggiungere l’Europa, segnano un punto di non ritorno nelle relazioni tra i due continenti, costringendo l’Unione Europea e i suoi componenti a modificare i rapporti con il continente africano.
È una convinzione profonda che ho forgiato in questi anni trascorsi alla guida del gruppo dei Socialisti e Democratici europei e durante i quali ho fatto dell’Africa una priorità assoluta della nostra politica estera. Mai come oggi i destini dei due continenti, separati da appena 14 chilometri nello stretto di Gibraltar, sono sembrati così legati. Da almeno un ventennio, l’Africa è protagonista di una crescita economica senza precedenti – certo ancora fragile e diseguale – che fa gola a tanti Paesi, tra cui la Cina che ha saputo approfittare delle nostre disattenzioni per colmare il vuoto politico ed economico lasciato dall’Europa in un continente che oggi accoglie il 30% delle risorse naturali mondiali.
Ma l’Africa è anche una realtà alle prese con problemi strutturali – tra cui la povertà estrema, i conflitti, le violazioni dei diritti civili e umani, il mancato accesso ai servizi di base, la profonda debolezza dei sistemi educativi, il cambiamento climatico, la corruzione e l’evasione fiscale, lo sfruttamento illegale delle materie prime – che ne ostacolano lo sviluppo e il benessere dei suoi cittadini.
L’urgenza di contrastare quelle che vengono comunemente definite le cause profonde dei movimenti migratori irregolari africani (e non solo verso l’Europa) è dettata dal fatto che da qui al 2050 la popolazione africana supererà i due miliardi di abitanti, per raggiungere quota quattro miliardi nel 2100 (40% della popolazione mondiale), in grande maggioranza giovani. Questa sfida demografica chiama direttamente in causa non solo gli Stati africani che devono per primi rispondere alle sfide colossali che attendono i loro cittadini, ma anche l’insieme della comunità internazionale.
Con 21 miliardi di euro di aiuti allo sviluppo erogati nel 2016, l’UE è il primo donatore internazionale dell’Africa. Assieme ai suoi Stati membri, che assorbono oltre il 40% delle esportazioni africane e forniscono il 33% delle sue importazioni, rappresenta il 33% di tutti gli investimenti stranieri realizzati sul continente africano. Inoltre l’Europa è la regione che accoglie il maggior numero di migranti africani nel mondo al di fuori della stessa Africa.
Ma il ruolo dell’UE in Africa non si misura con la sola quantità. La coerenza e la qualità degli aiuti e degli investimenti destinati ai Paesi partner africani dell’Unione sono determinanti per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) sottoscritti dalla comunità internazionale a New York nel 2015. Non sono parole campate per aria, ma scritte nero su bianco non solo negli SDGs, ma anche nel Trattato di Lisbona, in cui viene ribadito che “l’Unione deve tener conto degli obiettivi della cooperazione allo sviluppo nell’attuazione delle politiche che possono avere incidenze sui Paesi in via di sviluppo” (articolo 208) e che “per favorire la complementarità e l’efficacia delle azioni, l’Unione e gli Stati membri coordinano le rispettive politiche in materia di cooperazione allo sviluppo e si concertano sui rispettivi programmi di aiuto” (articolo 210). Purtroppo le politiche commerciali portate avanti negli Accordi di partenariato economico (EPAs) oppure le più recenti politiche migratorie dell’UE sulla gestione esterna delle frontiere in Africa, solo per citare due esempi, rischiano di privilegiare interessi che vanno in senso opposto agli impegni presi dalla stessa UE e dai suoi Stati membri per la realizzazione dell’Agenda 2030. Per non parlare delle conseguenze disastrose generate nel Sahel dalla guerra condotta in Libia da alcuni Stati membri, in nome del petrolio più che della libertà.
Il nuovo Consenso europeo per lo sviluppo adottato nel giugno scorso dalle tre istituzioni europee (Commissione, Parlamento e Consiglio, che rappresenta gli Stati membri) offre un quadro comune nel quale sono definite le linee strategiche dell’Unione in materia di cooperazione internazionale per i prossimi anni. Esso si applica all’insieme delle istituzioni UE e a tutti gli Stati membri che si impegnano a cooperare in modo più stretto per conseguire gli SDGs, anche attraverso nuove fonti di finanziamento che chiamano in causa il settore privato. In una risoluzione adottata nel 2017 sulla coerenza delle politiche di sviluppo dell’UE, il Parlamento europeo ha ricordato che uno degli obiettivi del Consenso è quello di “superare l’attuale quadro europeo di sviluppo che non dispone di meccanismi efficaci per prevenire e rimediare alle incoerenze derivanti dalle politiche condotte dall’Unione Europea”. E dalle divergenze che possono prevalere a Bruxelles tra gli interessi promossi dagli Stati membri e quelli difesi dal Parlamento o dalla Commissione.
Questo obiettivo è di cruciale importanza per sostenere due settori essenziali per il destino di un continente giovane come quello africano: l’educazione e l’imprenditoria. I dati ci dicono che le istituzioni UE dedicano poco più del 3% degli aiuti al settore educativo nei Paesi in via di sviluppo contro l’8,2% dei Paesi membri dell’OCSE/DAC nel 2015. Ma quello che preoccupa di più è il calo degli aiuti all’educazione sul continente africano, passati da 3,7 miliardi di euro nel 2010 a 2,7 miliardi nel 2016. Certo, attraverso il suo sostegno alla Global Partnership for Education (GPE), l’UE ha permesso a 64 milioni di bambini africani in più di accedere alle scuole elementari tra il 2002 e il 2014; ha anche facilitato l’accesso a 170.000 ragazze nei licei (2004-2013) e assegnato più di 5.000 borse di studio nell’ambito dei programmi Erasmus Mundo. Durante la mia presidenza, il gruppo S&D – attraverso un’intensa campagna di sensibilizzazione (progetto EDUCA) – ha poi spinto la Commissione UE a raddoppiare i suoi fondi umanitari destinati all’educazione dal 4 all’8%, consentendo a più di 5 milioni di ragazzi e ragazze di potersi istruire in aree di crisi. Ma non basta. Da qui al 2030, 170 milioni di bambini supplementari busseranno alle porte delle scuole per accedere a un insegnamento assimilabile agli standard internazionali di qualità. In Paesi come il Niger se ne contano ogni anno 500.000. Di questi, quanti riusciranno a farlo? E per coloro che finiranno il ciclo scolastico, quali saranno le chance di trovare un lavoro decente? Considerato all’avanguardia, il Kenya vede ogni anno 50.000 studenti lasciare i banchi dell’università per entrare in un mercato formale locale che offre complessivamente appena 90.000 impieghi.
Nelle numerose missioni che ho compiuto per conto degli S&D in Africa, ho visitato strutture scolastiche dove i maestri sono costretti a insegnare in classi di 100 alunni; ho toccato con mano le frustrazioni di giovani laureati costretti a sopravvivere di piccoli lavori o di donne a cui non è mai stata data l’opportunità di studiare.
Insieme all’educazione, il tema del lavoro è un’altra grande priorità dell’agenda africana degli S&D. Sappiamo che gli aiuti non bastano per combattere la povertà. Gli investimenti saranno determinanti per assorbire 122 milioni di giovani africani sul mercato del lavoro nel prossimo decennio. La battaglia che il Gruppo S&D ha portato avanti contro i “minerali del sangue” dimostra la necessità di costringere le multinazionali europee a rispettare i diritti umani e dei lavoratori. In Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, la produzione e l’estrazione di minerali quali il coltano o il cobalto – essenziali per produrre i cellulari o le batterie delle auto elettriche – da anni finanziano mercenari e gruppi militari che alimentano i conflitti, ma anche il lavoro minorile. Al termine di un lungo scontro che ci ha opposto alla lobby industriale, ad alcuni Stati membri del Consiglio UE, al Partito popolare europeo, siamo riusciti a convincere l’Unione ad adottare una nuova regolamentazione che impone una tracciabilità obbligatoria sui minerali importati da zone di conflitto.
Il caso dei “minerali insanguinati” impone all’UE la necessità di promuovere un business responsabile in Africa e lavori decenti per tutti. Per questo, abbiamo sostenuto sin dal principio il nuovo Piano di investimenti esterni dell’UE per l’Africa (PIE) lanciato dalla Commissione europea nel 2016 per stimolare gli investimenti pubblici e privati sul continente africano e creare nuovi posti di lavoro, specialmente per le donne e i giovani. Come ha ricordato la vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, “alle regioni fragili, che sono proprio quelle che ne hanno più bisogno, è destinato meno del 10% degli investimenti diretti esteri in Africa. Vogliamo che il nostro piano per gli investimenti esteri diventi il potente motore di una crescita più inclusiva e sostenibile, per creare energia verde e offrire nuove opportunità agli imprenditori, anche all’interno dell’Unione Europea, a vantaggio dei giovani e dell’emancipazione delle donne”.
Sulla carta, il piano prevede di favorire progetti sostenibili e le piccole e medie imprese nei Paesi più poveri, laddove il settore privato europeo non investe perché considerati troppo a rischio. Nella realtà, bisognerà fare in modo che i fondi previsti dal piano non vadano a favorire multinazionali europee supportate dai loro Stati membri. Il rischio è reale in quanto l’accesso ai fondi europei rimane molto problematico per le PMI africane, ma anche per quelle europee che desiderano investire in Africa.
Durante la seconda edizione della Settimana africana (Africa Week) organizzata dal Gruppo S&D al Parlamento europeo, ho accolto giovani imprenditori africani a capo di progetti digitali molto innovativi. Sono loro il futuro dell’Africa e a loro il Piano dovrebbe offrire un aiuto concreto, con il coinvolgimento di imprenditori digitali europei. I 4 miliardi di euro messi a disposizione dalla Commissione a titolo di fondi garanzia e assistenza tecnica a favore del settore privato potrebbero generare un effetto leva di 44 miliardi di euro, che andrebbe moltiplicato per due se gli Stati membri faranno la loro parte. Purtroppo, l’avarizia dimostrata dalle capitali europee nel mancato sostegno al recente Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per la lotta contro le cause profonde delle migrazioni irregolari in Africa, ci ricorda che la strada è ancora lunga. Una cosa è certa: le sfide del partenariato tra i nostri due continenti richiedono un impegno coerente e collettivo a livello di Unione. Da soli, non si va da nessuna parte.
 

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