Quadrimestrale di cultura civile

L'impegno dei musulmani contro una pratica intollerabile

di Cissé Djuguiba Abdallah / Imam della Grande Mosquée du Plateau di Abidjan

Cissé Djuguiba Abdallah è imam della Grande Mosquée du Plateau di Abidjan. È direttore generale della radio nazionale islamica Al Bayane, nonché presidente fondatore della Fondazione Djigui La Grande Espérance. È membro del Consiglio Superiore degli Imam in Costa d’Avorio e si occupa dei rapporti con le altre confessioni religiose e con i diversi enti e istituzioni della Repubblica della Costa d’Avorio.

Le mutilazioni genitali femminili sono una piaga ancora molto diffusa. Ci può descrivere la situazione in Costa d’Avorio?
Sono qualcosa di umanamente orribile, intollerabile, e costituiscono un grave attentato alla salute delle donne. Qui in Costa d’Avorio abbiamo cominciato nel 1995 la nostra lotta e il nostro impegno, fino a ottenere nel 1998 l’approvazione di una legge che vieta questa pratica, Ma abbiamo dovuto riconoscere che la pratica continuava. Soprattutto, era difficile parlarne perché si doveva infrangere un tabù molto radicato nei costumi e nelle tradizioni. Abbiamo svolto una grande opera di sensibilizzazione e di informazione nelle scuole, nelle università, nei villaggi, coinvolgendo molti medici e le facoltà di medicina. Abbiamo lavorato insieme a “Non c’è pace senza giustizia”, una Ong italiana, e al Comitato Interafricano. Finalmente, nel 2014, l’Onu ha approvato una direttiva che vieta le mutilazioni genitali femminili. Ma c’è ancora molto lavoro da fare per debellare questa pratica e per arrivare alla tolleranza zero.

Come imam, esercitando quindi una certa autorevolezza sul piano religioso, quale ruolo può svolgere in questa prospettiva?
Tutti noi che abbiamo una funzione religiosa dobbiamo impegnarci in una grande opera educativa e informativa. E devo riconoscere che è stato svolto un grande lavoro da parte di religiosi di varie confessioni. La moralizzazione della società è un dovere che non deve rimanere confinato all’interno delle mura dei luoghi di culto, in quanto la Terra intera è un luogo di culto. Si può venire a capo di questa problematica solo mettendo in campo un impegno coordinato e trasversale, in cui medici e religiosi portano il loro contributo e altre organizzazioni umanitarie si impegnano e partecipano a livello ideale, scientifico e finanziario.

Se si guarda la diffusione geografica di questa pratica, si deve riconoscere che è molto presente nei Paesi dell’Africa subsahariana a maggioranza musulmana. C’è dunque un problema all’interno dell’islam?
Sappiamo che essa è diffusa, nelle forme più varie, anche in vari Paesi d’Europa, in Indonesia, in Malesia e altrove. E comunque è noto che si tratta di una usanza pre-islamica, che si fa risalire all’epoca dei faraoni, quindi parliamo di migliaia di anni fa, molto prima della nascita dell’islam. Anche laddove si ricorre all’anestesia, le tragiche conseguenze che ne derivano sono note rispetto al momento del parto, ossia quando la donna deve partorire. Quale religione può accettare che la donna sia sottomessa a un dramma simile? Abbiamo discusso con persone religiose che praticavano le mutilazioni, le quali prima hanno detto “non eravamo a conoscenza di queste conseguenze”, poi hanno deciso di astenersi dalla pratica, abbandonando chi le pagava per questo, e sono diventate a loro volta attivisti che sensibilizzano la gente. La vera lotta è questa, è la lotta contro l’ignoranza.

Anche se il vostro impegno dura da molti anni, la percentuale di donne  vittime di mutilazioni sessuali in Costa d’Avorio ammonta ancora al 38%.
È un processo lento, ma è innegabile che le cose adesso vanno meglio che in passato. Certo, va riconosciuto che esistono modi per aggirare il divieto che vige in Costa d’Avorio: ad esempio, ci sono persone che si recano oltre frontiera, in Guinea, in Burkina, in Mali. Peraltro questa pratica transfrontaliera sta diminuendo, mentre aumenta e prende piede la pratica sulle neonate e le bambine piccole, purtroppo anche nelle zone urbane. Comunque, in generale si deve riconoscere che c’è una informazione maggiore, una mobilitazione sempre più estesa e che le giovani generazioni, in particolare, sono sempre più insofferenti verso chi le costringe ancora a percorrere questa strada disumana. Molte ragazze dicono: “No, a noi non accadrà mai una cosa simile, né la subiranno le nostre figlie, perché è una pratica nefasta e dannosa alla salute”. Credo che questo sia il risultato verso il quale stiamo tendendo con gradualità, ma in modo deciso. Ci si muove nell’ambito dell’informazione, della formazione e della sensibilizzazione. È quello che noi chiamiamo “approccio olistico”: andiamo in una regione, proponiamo dei problemi da affrontare - salute, analfabetismo, diritti umani – e si arriva a parlare anche delle mutilazioni. Certo, questo può richiedere anche sei mesi di lavoro. Si comincia a familiarizzare con la popolazione locale,  si diventa amici e si arriva a parlare di tutto. In questo clima, si propongono dei filmati e si offrono informazioni, accade così che donne che praticano l’escissione abbandonano la ‘professione’ e diventano attive nel combatterla, si impegnano per sensibilizzare altre donne. Questo approccio globale impegna diversi mesi, così c’è chi comincia a leggere, si impara a tenere pulito il villaggio, a gestire i conflitti. Questo approccio olistico nel tempo funziona e favorisce il cambio di atteggiamento che noi auspichiamo. È un metodo che aiuta a venire a capo delle resistenze, di tradizioni e costumi radicati da secoli e che quindi è difficile abbandonare.

Cosa l’ha fatta decidere verso un impegno così radicale? È accaduto qualcosa di decisivo nella sua vita che l’ha indotta a scendere in campo?
Vede, io sono stato educato nell’affetto all’interno della mia famiglia, e soffro quando vedo la gente soffrire. Mi sento una persona che deve ridare ciò che ha ricevuto.  Anche per questo sono  sempre stato impegnato socialmente su vari fronti: per contrastare la diffusione dell’Aids, a favore degli orfani e per sostenere la diffusione dell’istruzione. Col tempo ho capito che era necessario qualcosa di solido, destinato a durare nel tempo anche dopo e oltre la mia persona: gli imam passano, le strutture restano. Da questa convinzione è nata l’idea di costituire la Fondazione. Si occupa della lotta contro l’AIDS, della cura degli orfani, del contrasto alla violenza sulle donne, di educazione e formazione. Poi ci sono state molte esperienze con altre associazioni analoghe, viaggi all’estero, e la crescente consapevolezza che non siamo soli, che c’è tanta gente nel mondo, tanti attivisti, medici, ginecologi, ostetriche, insegnanti, impegnati a operare nella nostra stessa direzione. Da parte mia ho cominciato a parlarne anche durante la preghiera del venerdì in moschea, davanti a migliaia di fratelli, sottolinenando la necessità di una buona educazione e di una moralizzazione della società.

Può raccontare qualche episodio che testimoni i risultati ottenuti dal vostro lavoro?
Di storie così ce ne sono tante, ne ricordo una in particolare, relativa a un uomo, un insegnante, che aveva organizzato tutto per  sottoporre le sue figlie all’escissione a 900 chilometri di distanza da Abidjan. La notizia è giunta alle nostre orecchie e noi abbiamo cercato di incontrarlo per esporgli le nostre argomentazioni. Abbiamo dialogato a lungo, lui ha capito che stava sbagliando e ha cambiato idea.
Ci sono stati dei casi in cui gli assistenti sociali sono venuti a trovarci per sottoporci dei casi particolari: “Questa ragazza va a scuola, deve interrompere gli studi per sposarsi.  Cosa potete fare per noi?”. Ci informiamo, parliamo con i genitori, chiediamo loro di aspettare, cerchiamo di fargli capire che se i figli crescono diventeranno più capaci di offrire un contributo migliore alla formazione di una nuova famiglia e alla sua solidità. E questo approccio spesso ottiene dei risultati.
Racconto un altro esempio, relativo a due ragazze di origini ivoriane che vivono negli Stati Uniti e hanno la cittadinanza americana. Durante le vacanze i genitori hanno mandato le figlie dai nonni, qui in Costa d’Avorio, e un giorno sono venuti a sapere che di lì a poco le figlie sarebbero state sottoposte a escissione. Si sono rivolti all’ambasciata degli Stati Uniti che si preparava a intervenire anche con la forza, trattandosi di cittadine americane che dovevano essere tutelate nella loro integrità fisica. L’ambasciata è riuscita a sapere dove erano state portate le ragazzine, poi qualcuno ha consigliato di rivolgersi a un imam, e conoscendo l’esistenza della nostra Fondazione sono arrivati da noi. Abbiamo parlato con i nonni, li abbiamo convinti che per il bene delle ragazze dovevano rinunciare al loro progetto. Tutto si è risolto per il meglio grazie al dialogo, evitando il ricorso ad atti di forza. E questo è stato motivo di grande soddisfazione per noi.
    

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