Quadrimestrale di cultura civile

La lotta per sanare la piaga delle mutilazioni genitali femminili

di Anna Pozzi / Giornalista

Sono ancora oltre duecento milioni le vittime, in almeno trenta Paesi. Non solo africani, asiatici o mediorientali, ma anche negli Stati Uniti, dove ce ne sono più di 500mila, o in Europa, dove se ne contano altrettante. Milioni di donne e bambine che hanno subìto una delle più orribili violenze: quella delle mutilazioni genitali femminili (Mgf). La maggior parte ha meno di 15 anni ed entro il 2030, se si confermano i trend attuali, 86 milioni di ragazze nate tra il 2010 e il 2015 sono a rischio.
Quello delle mutilazioni genitali femminili è un fenomeno ancora molto diffuso nel mondo, per quanto si moltiplichino le campagne di sensibilizzazione e contrasto. Alcuni risultati si vedono: quindici i Paesi, ad esempio, in cui queste pratiche sono state ufficialmente abolite.
Sono i dati resi noti lo scorso 6 febbraio, nella “Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili”. La Somalia è il Paese dove il fenomeno è più diffuso: interessa praticamente tutte le donne (98%); seguono Guinea Conakri (96%), Gibuti (93%), Egitto (91%), Eritrea, Mali (89%), Sierra Leone e Sudan (88%). In Gambia, Burkina Faso, Etiopia, Mauritania e Liberia riguarda tra il 60 e l’80% delle donne, che sono state sottoposte – quasi sempre attraverso pratiche tradizionali in condizioni igienico-sanitarie deprecabili – a mutilazioni più o meno gravi delle loro parti intime: dall’escissione (ablazione della clitoride) all’asportazione, parziale o totale, dei genitali esterni.
“Le Mgf rappresentano tante cose – sostiene il direttore generale di Unicef, Henrietta H. Fore –: un atto violento che causa infezioni, malattie, complicazioni durante il parto e anche la morte; una pratica crudele che infligge danni emotivi duraturi nel tempo, perpetrati su una delle componenti più vulnerabili della società, le ragazze nella fascia di età compresa tra l’infanzia e i 15 anni; una violazione dei diritti umani che riflette e protrae il basso status sociale di ragazze e donne in troppi luoghi; un ostacolo al benessere delle comunità e delle economie”.
Ma, se sono complesse le conseguenze, lo sono anche le cause. Le mutilazioni genitali femminili, infatti, vengono praticate per varie motivazioni, che spesso si intrecciano tra di loro: credenze religiose, per cui molti pensano che sia una prescrizione del Corano; motivi igienici o estetici; concezioni sanitarie, per cui una donna mutilata sarebbe più fertile e il bambino più sano; ragioni culturali e sociologiche in base alle quali questa forma di “iniziazione” permetterebbe alla ragazza di diventare adulta e di aspirare a un migliore matrimonio.
Molto spesso queste pratiche hanno conseguenze devastanti; “Anche quando vengono praticate nelle forme meno invasive – spiegano gli operatori dell’organizzazione Terre des Hommes, che ogni anno pubblica il dossier InDifesa –, le mutilazioni genitali possono provocare gravi danni, nel breve e nel lungo periodo, alla salute delle bambine. L’uso di lamette e forbici non sterili possono provocare infezioni o sepsi, anche letali. Inoltre non sono rari i casi di bambine che muoiono per dissanguamento a seguito del “taglio”. Le conseguenze per la salute possono essere importanti anche nel lungo periodo: dolori durante i rapporti sessuali, cisti, difficoltà durante la gravidanza e il parto, fino al rischio di morte per la mamma e il nascituro”.
Le Nazioni Unite, in particolare attraverso due Agenzie – Unicef e Unfpa (United Nation Population Fund) – hanno promosso molte campagne che hanno portato, secondo la direttrice di Unfpa, Natalia Kanem, “oltre 25 milioni di persone in circa 18mila comunità in quindici Paesi a ripudiare pubblicamente questa pratica. A livello globale, la diffusione è calata di circa un quarto dal Duemila”. “Nessuno – insiste Kanem –, né le ragazze, né le famiglie, né le comunità, trae vantaggi economici o sociali in contesti segnati da profonde disuguaglianze sociali in cui questo tipo di violenza viene accettata”.
Per questo non bisogna abbassare la guardia, come raccomandano tutti coloro che operano per contrastare questa orribile pratica. “Sebbene negli ultimi anni alcuni Paesi abbiano finalmente messo al bando le mutilazioni genitali femminili – sostiene uno di questi organismi, Save the Children – ancora troppe donne, e in particolare bambine e ragazze giovanissime, sono condannate a portare con sé per sempre le gravissime conseguenze fisiche e psicologiche di una prassi discriminatoria, che viola chiaramente i loro diritti umani fondamentali e distrugge irreversibilmente il loro futuro”. “È pertanto quanto mai urgente e fondamentale – sostiene Daniela Fatarella, vicedirettore della sezione Italia – che, da un lato, la comunità internazionale moltiplichi gli sforzi per far sì che questa pratica venga espressamente vietata in ogni angolo del mondo e, dall’altro, che venga rafforzato il lavoro di formazione e sensibilizzazione sul campo per contrastare il fenomeno”.
Fenomeno che non può essere ridotto a una mera questione sanitaria. Perché si tratta di una gravissima violazione dei diritti delle donne e delle ragazze. Per questa ragione, anche la medicalizzazione di questa pratica – attraverso interventi in strutture sanitarie e con strumenti e medicinali appropriati – è ugualmente inaccettabile. È quanto sostiene anche la campagna “28 too many” che è presente in ventotto Paesi africani dove le Mgf sono maggiormente diffuse.  “La medicalizzazione delle Mgf si riferisce a situazioni in cui vengono affrontati solo i rischi per la salute, al fine di ridurli al minimo. Le altre questioni che riguardano la pratica sono ignorate o minimizzate, in particolare il fatto che si tratta di una forma di grave violenza contro le ragazze e le donne, una violazione dei loro diritti umani che ha implicazioni fisiche, emotive e sessuali”.
In Egitto, ad esempio, si è passati dal 55% di donne “mutilate” da personale qualificato nel 1995 al 78,4% attuale. Il risultato finale, però, non cambia: sempre mutilate sono.
Per quanto riguarda il nostro Paese, a esserne maggiormente colpite sono bambine e donne migranti, che subiscono questa pratica quando fanno ritorno nei loro Paesi d’origine, ma talvolta anche in Italia. Uno studio dell’Università di Milano-Bicocca stima che sarebbero tra le 61 e le 80mila quelle sottoposte durante l’infanzia a Mgf. Si tratterebbe in particolare di donne somale (83,5%), nigeriane (79,4%), burkinabé (71,6%), egiziane (60,6%) ed eritree (52,1%). In Italia, le pratiche di mutilazione genitale femminile sono ovviamente illegali e rientrano nell’ambito delle violazioni dei diritti fondamentali all’integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine. Le misure necessarie per prevenire, contrastare e reprimere questo fenomeno sono regolate dalla legge del 9 gennaio 2006.
Per combattere questo fenomeno, non solo sul piano legislativo ma anche sociale e culturale, si sono attivate diverse organizzazioni. Tra queste, Amref che ha avviato un progetto in collaborazione con la Asl di Roma 1/Samifo e il Centro di riferimento regionale per il contrasto alle Mgf-Ospedale San Camillo-Forlanini. In particolare, sono state promosse attività di sensibilizzazione e prevenzione sul territorio di Roma grazie soprattutto al coinvolgimento delle comunità migranti. Amref opera da sessant’anni anche in Paesi come Tanzania, Kenya, Etiopia, Uganda, Malawi e Senegal dove porta avanti progetti educativi e di contrasto di tutte le varie forme di violazione dei diritti, specialmente delle bambine.
E sempre in un’ottica di “ponte” tra Paesi di provenienza e di destinazione, Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) ha lanciato, proprio in occasione della Giornata mondiale del 6 febbraio 2018, il video One voice, che rientra in un progetto più generale e a lungo termine, avviato già nel 1981, per “costruire ponti tra Africa ed Europa per contrastare le Mgf”.
Perché in questo – come in molti altri ambiti – creare reti in un mondo sempre più interdipendente aiuta a essere più efficaci anche nel raggiungere i migliori obiettivi.

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