Quadrimestrale di cultura civile

Il ruolo dell’Italia per una crescita sostenibile

di Massimo Gaiani / Direttore Generale per la Mondializzazione e le Questioni Globali, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

L’Africa è negli ultimi anni oggetto di crescente attenzione internazionale ed è al centro della politica estera italiana. Non potrebbe essere altrimenti, considerato il doppio filo che ci lega al continente africano sul piano politico, di sicurezza ed economico.
Affrontiamo sfide comuni connesse, tra le altre, ai cambiamenti climatici, ai fenomeni migratori, al moltiplicarsi di traffici illeciti e criminalità, alle minacce dell’estremismo violento e del terrorismo.
Sul piano economico e dello sviluppo sostenibile, Italia e Africa – o meglio Europa e Africa – presentano forti caratteri di complementarietà e hanno bisogno l’una dell’altra per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Agenda 2030.
L’Italia, che in un territorio povero di materie prime ha sviluppato la seconda manifattura d’Europa, con un know-how formidabile disseminato in un tessuto di PMI invidiato in tutto il mondo, deve fare i conti con le criticità tipiche delle economie occidentali e con alcuni fattori specifici, tra cui spicca un lento ma costante invecchiamento della popolazione. L’Africa subsahariana, un prisma di realtà diverse e complesse, vanta non solo immense risorse naturali ma anche la più veloce crescita demografica al mondo, con il 60% della popolazione che ha meno di 24 anni e un tasso di urbanizzazione impressionante, anche rispetto all’Asia.
Prima di soffermarmi sulla crescita economica africana e sul ruolo di istruzione e imprenditoria locale, vorrei valorizzare la cifra del complessivo rilancio dell’impegno italiano verso l’Africa. Dall’inizio del 2015 si sono intensificate le visite in Africa del capo dello Stato, dei presidenti del Consiglio e dei ministri degli Esteri italiani e solo nel 2017 ben 5 capi di Stato africani hanno visitato l’Italia. Abbiamo deciso l’apertura di tre nuove Ambasciate nel Sahel (Niger, Guinea Conakry e Burkina Faso), area di crescente importanza per l’Italia e l’Europa. Nel maggio del 2016, con la prima Conferenza Italia-Africa ospitata alla Farnesina con delegazioni a livello di ministri o viceministri di oltre 40 Paesi africani, abbiamo creato la cornice istituzionale per un partenariato strategico con il continente, su un piano paritario, che supera la tradizionale dimensione “donatore-beneficiario”. Dopo un evento di medio termine, nel 2017, dedicato alle città dell’Africa, il 21 giugno prossimo ospiteremo, sempre alla Farnesina, la II edizione della Conferenza Italia-Africa, per un approfondimento a livello ministeriale sui temi della crescita economica, di pace e sicurezza  e sullo sviluppo umano, con i connessi riflessi sulla mobilità. Abbiamo stanziato per l’Africa nuove, crescenti risorse in termini di cooperazione allo sviluppo – su 22 Paesi prioritari per la Cooperazione italiana, 11 sono in Africa –, sul tema delle migrazioni, con il Fondo Africa, e per iniziative di stabilizzazione politica e di sicurezza.
Sul piano multilaterale, abbiamo dedicato all’Africa l’outreach del Vertice G7 di Taormina e soprattutto di Africa si è discusso nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel nostro mandato di membro non permanente, nel 2017. In Europa, oltre a farci carico dei soccorsi in mare ai migranti, abbiamo ispirato e promosso, a Bruxelles, l’apertura verso un approccio olistico alle migrazioni, con l’adozione del Migration Compact e la creazione del Fondo Fiduciario della Valletta, dando impulso anche al Piano Europeo di Investimenti Esterni, mirato a mobilizzare oltre 40 miliardi di euro per progetti di sviluppo nel continente.
Venendo allo sviluppo economico dell’Africa, siamo di fronte a un quadro in profonda evoluzione. Nei primi 15 anni del nuovo millennio gran parte del continente è cresciuto a tassi medi del 5% all’anno, complice il “super-ciclo” delle materie prime, che ha dispiegato effetti positivi in molti settori. Nel 2015 vari Paesi africani, come Nigeria, Sudafrica e Angola, hanno subito il forte impatto del calo nei corsi delle materie prime, solo in parte recuperato, e del ribilanciamento dell’import cinese; altri come Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Senegal, Tanzania, Ruanda, che non hanno puntato solo sulle commodities, hanno mostrato più resistenza. Questo passaggio da un boom economico generalizzato a uno scenario di “crescita a più velocità”, ci dimostra quanto siano cruciali le sfide della diversificazione, la transizione alla “economia della conoscenza”, per una maggior integrazione nelle catene globali del valore. L’Africa ha bisogno di flussi massicci di investimenti, interni ed esteri e in molti settori, a partire da infrastrutture, energia, salute, agricoltura e agro-industria, per creare ogni anno i 15 milioni di posti di lavoro necessari ad assorbire la crescita demografica del continente, a fronte dei 3 milioni di posti annui creati attualmente. La mobilitazione di questi flussi dipende in buona parte dagli stessi governi africani, che devono intervenire in modo strutturale sulla governance, sulla modernizzazione dei sistemi fiscali, anche per generare investimenti pubblici, sullo sviluppo di quadri regolatori e di business climate favorevoli agli investimenti privati e sull’integrazione economica regionale, che ha giocato un ruolo fondamentale anche per l’Europa. Su quest’ultimo fronte, un passo decisivo è stato compiuto al Vertice dell’Unione Africana del 21 marzo 2018, in cui è stato adottato il primo Accordo continentale di libero scambio (AfCFTA), che prevede l’eliminazione di barriere al commercio in un mercato complessivo di oltre un miliardo di persone e con un PIL di 2.500 miliardi di dollari.
È tuttavia evidente che l’istruzione, la formazione professionale, il trasferimento di conoscenza e tecnologie, lo sviluppo di un’imprenditoria diffusa, il complessivo empowerment di giovani e donne sono fattori imprescindibili per lo sviluppo sostenibile dell’Africa, fattori senza i quali anche generose iniezioni di capitali avrebbero effetti solo parziali e di breve durata. Il potenziale del “capitale umano” di cui l’Africa è dotata deve esprimersi al pari di quello delle sue risorse naturali.
L’Italia è in prima linea e ha assunto un ruolo guida per mobilizzare l’impegno della comunità internazionale su questo fronte. È su impulso della presidenza italiana che i leader del G7 a Taormina si sono impegnati a lavorare, nel partenariato con l’Africa, per fornire ai giovani del continente, oltre a infrastrutture e risorse finanziarie, le capacità e le competenze di cui hanno bisogno, per un futuro sicuro, prospero e sostenibile. Nella presidenza del G7 l’Italia ha realizzato tra le altre il “Taormina Progress Report on Education: Investing in Education for mutual prosperity, peace and development” e in coerenza con questo impegno, proprio sull’Africa, l’Italia ha annunciato, alla conferenza di inizio febbraio a Dakar sulla “Global Partnership for Education” (GPE), mirata al rafforzamento dei programmi nazionali per l’istruzione, di incrementare il proprio contributo alla GPE portandolo a 12 milioni di euro in tre anni.
Il nostro impegno diretto nel campo dell’istruzione, della formazione e dello sviluppo dell’imprenditoria africana si sviluppa lungo le direttrici della diplomazia economica, con il dialogo e il sostegno alle imprese italiane interessate all’Africa, oltre che tramite la cooperazione allo sviluppo, anch’essa sempre più incentrata sul mondo dell’impresa.
I nostri grandi gruppi sono in assoluto tra i principali investitori in Africa. Nel 2016 l’Italia è stato il terzo Paese investitore nel continente, con 11,6 miliardi di dollari, pari al 7,9% del totale investito e inferiore solo a Cina ed Emirati Arabi. Spiccano in particolare ENI, Enel Green Power, Salini Impregilo e CNH Industrial, che dedicano una parte consistente dei propri investimenti proprio alla formazione di personale locale specializzato, con corsi realizzati in loco o in Italia.
Assistiamo anche a un crescente, reciproco interesse, tra le nostre piccole e medie imprese e operatori economici africani. Il nostro modello di PMI, che ha origini antiche, in un fitto tessuto di artigiani e botteghe diventati imprese, non può certo essere replicato in toto, ma è di grande ispirazione anche per molte realtà africane, nei settori dell’agricoltura, della piccola industria e della valorizzazione del patrimonio naturale e culturale. La costruzione di contatti e relazioni di lungo periodo tra le comunità imprenditoriali italiane e africane è un pilastro importante del rapporto Italia-Africa. Le imprese italiane sono particolarmente apprezzate in Africa (e altrove), per l’approccio collaborativo, paritario, che adottano con gli interlocutori dei Paesi in cui operano, cui trasferiscono spontaneamente esperienza e know-how.
La diplomazia economica del governo, e della Farnesina in particolare, promuove e sostiene questo dialogo tra realtà imprenditoriali. Negli ultimi anni abbiamo organizzato, alla Farnesina e in Africa, con la collaborazione dell’ICE e di Assafrica di Confindustria, numerose “country presentation” e “Business Forum” dedicati ai Paesi africani. Nello stesso contesto si sono organizzate “missioni di sistema” in Africa di imprenditori insieme a esponenti di governo: cito a titolo di esempio quelle realizzate dall’allora viceministro dello Sviluppo Economico Calenda in Ghana ed Etiopia, dall’allora ministro degli Esteri Gentiloni in Costa d’Avorio e Nigeria, o più di recente, del viceministro Giro in Camerun. Le nostre imprese, con lo stimolo e il sostegno di MAECI e ICE,  partecipano anche, con sempre maggiore interesse, alle Fiere africane.
Negli ultimi anni abbiamo collaborato sempre di più con il mondo accademico e gli imprenditori  interessati all’Africa. Ne è un esempio innovativo e interessante la collaborazione avviata con la Fondazione E4Impact, lanciata nel 2010 dall’Università Cattolica di Milano e cui partecipano oggi aziende quali Securfin, Mapei, Salini-Impregilo, ENI e Bracco. Il principale obiettivo della Fondazione è di sostenere la formazione di una nuova generazione di imprenditori in Africa, attraverso progetti di partnership con le università del continente, per la realizzazione di corsi Master riconosciuti anche dal nostro Paese: è stato così creato il Global MBA in Impact Entrepreneurship. Finora l’iniziativa ha formato circa 500 giovani imprenditori, che a loro volta hanno creato circa 7500 nuovi posti di lavoro, sviluppando competenze e fornendo servizi di cui hanno beneficiato nel complesso 180.000 individui delle comunità africane coinvolte nei progetti, lanciati tramite E4Impact, in Kenya, Uganda, Ghana, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Etiopia e Senegal.
La Fondazione riceve il sostegno della Farnesina, sia attraverso la presentazione delle proprie attività al Corpo diplomatico africano, sia mediante il coinvolgimento della nostra rete diplomatica. Si tratta di un esempio di come l’azione del Sistema Italia possa coniugare i tre momenti della formazione, della creazione di opportunità di business per le nostre imprese e della crescita dell’imprenditoria in Africa.
Alla formazione professionale è dedicata anche una parte rilevante dei nostri interventi di cooperazione in Africa, in partenariato con i ministeri africani responsabili dei programmi di sviluppo statali. Attività di formazione mirate, che vedono protagoniste molte ONG italiane operanti sul territorio, ma che si articolano anche in una forte collaborazione con l’UNIDO, Agenzia ONU per lo sviluppo industriale, di cui siamo fra i principali contributori.
La nostra Cooperazione allo sviluppo sostiene con forza, in Africa, lo sviluppo dei settori agricolo, agroalimentare, tessile, e la gestione delle risorse idriche. Allo sviluppo dei servizi di base, cerchiamo di associare interventi per irrobustire il tessuto industriale africano.
In Etiopia, ad esempio, contribuiamo alla messa in opera di quattro parchi agroindustriali integrati, cluster di aziende raggruppate per condividere infrastrutture e servizi. Insieme all’UNIDO e alla Fondazione Giacomo Brodolini sosteniamo nel Paese l’iniziativa “Productive work for youth and women through MSMEs (Medium and Small Enterprises) promotion in Ethiopia”, facilitando l’accesso al credito di micro e piccole imprese. Nel progetto “Upgrading of the Ethiopian Leather and Leather Products Industry”, con l’assistenza tecnica di UNIDO, sosteniamo il settore della pelletteria, puntiamo alla creazione di un distretto industriale. Ad Addis Abeba, sono stati creati 4 cluster, composti da 377 unità produttive, per un totale di circa 3.800 artigiani.
Nel Sahel, la Cooperazione sostiene lo sviluppo di piccole e medie imprese locali attraverso l’assistenza tecnica per lo sviluppo del settore privato, anche per combattere le cause profonde delle migrazioni irregolari. In Niger, in gennaio, è stato avviato il Progetto IDEE (Iniziative per lo Sviluppo delle Imprese), finanziato dalla Cooperazione italiana e cofinanziato dall’OIM, per circa 3 milioni di euro, che mira ad accrescere le opportunità di occupazione giovanile del Paese, attraverso il rafforzamento delle competenze tecniche delle imprese locali e la creazione di attività imprenditoriali, come alternativa reale ai traffici illegali, fra cui le migrazioni irregolari.
Nel campo dell’istruzione, la Cooperazione Italiana persegue il suo impegno in favore degli obiettivi del movimento Education for All promosso dall’Unesco, e del quarto Obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 – “Garantire a tutti un’istruzione inclusiva e promuovere opportunità di apprendimento permanente eque e di qualità” –, obiettivo riferito a tutti i livelli dell’istruzione. La scuola, oltre a fornire un’istruzione adeguata, costituisce un mezzo per realizzare l’inclusione delle fasce sociali maggiormente svantaggiate e anche per supportare i processi di democratizzazione.
Vorrei concludere ricordando che sostenere l’istruzione, la formazione, l’empowerment di giovani e donne dell’Africa non è funzionale alla sola crescita economica sostenibile del continente. Quella dello “sviluppo umano” è una sfida di portata più ampia, legata a doppio filo anche alla pace e alla sicurezza, e che dev’essere affrontata con un approccio olistico, mirato all’eradicazione della povertà e a fornire risposte rapide e adeguate alle emergenze sanitarie e del clima, ponendo l’individuo al centro della strategia. Consapevoli dell’importanza di tale sfida, abbiamo deciso di dedicare alla dimensione dello sviluppo umano una parte consistente dei lavori della prossima Conferenza Italia-Africa (insieme alla crescita economica e alla sicurezza), per  approfondire al più alto livello il dialogo sul tema e individuare insieme ai partner africani il percorso migliore per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030.  
 

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