Quadrimestrale di cultura civile

L’impegno europeo per un’agenda comune e globale

di Antonio Tajani / Presidente del Parlamento Europeo

Per molti anni, l’Europa non ha guardato all’Africa con l’attenzione dovuta. Senza maturare una reale consapevolezza del suo primario interesse strategico, l’Unione Europea si è mossa in ordine sparso, perseguendo interessi e agende diverse. I problemi dell’Africa sono anche i problemi dell’Europa. Tuttavia, al di là dei buoni propositi, la storia dei rapporti UE-Africa è stata un percorso lastricato di opportunità mancate e scarsi risultati. Oltre alla prossimità geografica, con l’Africa condividiamo legami profondi, interessi e sfide comuni.
Desertificazione, carestie, pandemie, terrorismo, disoccupazione, malgoverno, alimentano l’instabilità e contribuiscono a un’immigrazione fuori controllo. Entro il 2050, la popolazione africana raddoppierà, superando i 2,5 miliardi. Senza una forte azione per contrastare tali emergenze, le nuove generazioni si sposteranno verso l’Europa in cerca di speranza e futuro. È urgente offrire prospettive concrete ai giovani africani, affinché restino e contribuiscano a risollevare la loro terra.
I nostri cittadini vogliono un’Unione più forte e coesa nella gestione dei flussi migratori e della sicurezza. Ci chiedono di difendere i nostri valori, tutelando la dignità delle persone e accogliendo i rifugiati, restando fermi, al contempo, nel respingere chi non ha diritto a venire in Europa. Non vogliamo più assistere impotenti a flussi migratori incontrollati, a migliaia di morti disseminati in mare o nel deserto, a mercanti di esseri umani, alla disperazione di chi nel XXI secolo non riesce a nutrire e curare i propri figli.
Nell’immediato, dobbiamo rafforzare i controlli alle frontiere, gestire meglio le richieste di asilo, nonché i respingimenti e i rimpatri.
Nel Mediterraneo centrale, l’Unione deve investire risorse analoghe a quelle impiegate per controllare la cosiddetta rotta dei Balcani. Questi fondi vanno spesi in Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Niger, Ciad e Mali. Su tale fronte, il Gruppo del “G5 Sahel” offre un ottimo esempio di cooperazione regionale che l’Unione deve continuare a rafforzare.
Questi fondi vanno spesi per rafforzare la formazione delle guardie di frontiera e delle forze di sicurezza. Possono servire a creare centri d’accoglienza posti sotto l’egida dell’Onu, con protezione umanitaria, alimenti, medicinali, assistenza ai bambini; e dove sia assicurata la gestione delle domande di asilo.
Dispiegare ingenti mezzi alle frontiere interne è solo propaganda. Servono, piuttosto, fondi adeguati per l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex) e per la nuova Guardia costiera e di frontiera UE, che necessita di uomini e mezzi adeguati. Gli stessi sistemi satellitare europei, Galileo e Copernico, così come lo sviluppo in comune di nuove tecnologie per la sicurezza, devono essere impiegati in questo senso. È indispensabile, inoltre, armonizzare le procedure d’asilo e rimpatrio, che devono essere efficaci e rapide.
Due mesi fa, il Parlamento ha votato a larga maggioranza il mandato per una profonda riforma del regolamento di Dublino, al fine di renderlo più equo, solidale ed efficace. Ora spetta al Consiglio agire e prendere posizione.
Il problema va affrontato alla radice. Senza prospettive di benessere e stabilità, a lasciare la loro terra non saranno più decine di migliaia, ma milioni. L’ONU stima che, già nel breve termine, oltre mezzo milione di persone l’anno cercheranno un destino migliore in Europa.
Sostenere l’Africa non è solo un atto di responsabilità, è un chiaro mutuo interesse, economico e politico. Diversi Paesi africani hanno già imboccato la giusta direzione: nel 2016 cinque economie dell’Africa figurano nella top ten di chi cresce più al mondo, con tassi superiori al 7%.
In Africa vi sono materie prime critiche indispensabili per la nostra industria: il 64% del cobalto proviene dal Congo, fondamentale per le batterie delle auto elettriche; il tantalo del Ruanda, che serve per i panelli solari; il platino del Sudafrica, necessario per limitare le emissioni nocive delle auto. Queste materie prime fanno gola ai nostri concorrenti, a cominciare dalla Cina, che punta a una posizione dominante per la propria industria.
C’è anche un problema di sostenibilità ambientale. Grazie al Partenariato sulle materie prime, che ho promosso nel 2012 quando ero Commissario all’Industria, è stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra servizi geologici UE e africani. Questa collaborazione ha dato i suoi frutti, portando innovazione e rispetto dell’ambiente.
Si possono citare molti altri buoni esempi del nostro lavoro con l’Africa. A cominciare dall’integrazione dei mercati, avviata sin dal 1975 con le convenzioni di Lomé, seguite dall’attuale accordo di Cotonou. Questi accordi hanno consentito libero accesso al mercato europeo al 99,5% dei prodotti africani.
Le discussioni sul post-Cotonou sono in corso. Malgrado questi sforzi e decine di miliardi investiti, la strada per assicurare condizioni di vita dignitose e più sicurezza alle popolazioni africane è ancora lunga.
Molte aree dell’Africa sono afflitte da conflitti, instabilità politica, terrorismo, malgoverno. Basti pensare alle situazioni di Repubblica Democratica del Congo (RDC), Somalia o Repubblica Centrafricana.
Secondo la Banca Mondiale, il PIL di tutti i Paesi africani nel 2015 supera di poco quello della Francia. Nonostante il drammatico record di mortalità infantile – pari al 38% di tutti i neonati morti nel mondo nel 2015 – la popolazione africana ha il più alto tasso di crescita.
Bastano alcuni dati per fotografare la gravità della situazione: 1/3 degli africani resta sotto la soglia di povertà; 1/6 è indigente e necessita di assistenza umanitaria; nelle zone rurali, il 60% degli abitanti vive con meno di 1 euro al giorno. Siamo lontani dagli obiettivi ONU per lo sviluppo sostenibile e la riduzione della povertà.
L’agricoltura e le materie prime, compresa l’energia, restano le fonti economiche principali, mentre il livello d’industrializzazione è estremamente basso. Meno del 30% degli africani utilizza i servizi di telefonia, solo il 15% ha Internet a casa. Appena una persona su 3 ha l’elettricità. Ai ritmi attuali, l’accesso universale all’energia elettrica avverrà solo nel 2080. E l’Africa subsahariana ha i tassi di analfabetismo più alti al mondo: un bambino su 5 non va a scuola, quasi il 60% degli adolescenti non frequenta corsi.
Non possiamo stupirci se i giovani africani pensano di non aver nulla da perdere. Se decidono di rischiare la vita per venire in Europa. Se si fanno sedurre da chi predica violenza in nome di Dio. Senza peraltro dimenticare che il dramma dell’immigrazione riguarda l’Africa stessa, poiché i flussi migratori più massicci sono, prima di tutto, di natura interna, con enormi gruppi di popolazione che si spostano da un Paese all’altro.
Molti problemi si potrebbero risolvere con maggiori investimenti in educazione, infrastrutture, industria e agricoltura moderne. Eppure l’Africa è, di gran lunga, il continente che attira meno investimenti: appena 80 miliardi l’anno, solo il 3% del PIL.
La Cina è il Paese i cui investimenti crescono di più in proporzione. A proposito della presenza cinese in Africa, va sottolineato che Pechino eroga un numero crescente di prestiti che contribuiscono, in maniera preoccupante, all’esplosione del debito africano: un circolo vizioso che rischia di compromettere lo sviluppo sostenibile del continente.
Il destino dell’Africa non può che essere nelle mani degli africani. Ma un’Europa amica deve fare la sua parte: dobbiamo lavorare insieme, da pari a pari, mettere a disposizione la nostra leadership nelle tecnologie, nella qualità, nel know-how industriale, nella formazione.
Invece di consolidare la nostra posizione di partner principale, stiamo perdendo terreno. Non solo la Cina, ma anche investitori emergenti, quali Turchia, India e Singapore, rafforzano la propria influenza.
Per questo, in occasione del vertice tra Unione africana e Unione Europea, tenuto sul finire dello scorso novembre ad Abidjan, in Costa d’Avorio, ho presentato a nome del Parlamento europeo un progetto per rilanciare e rafforzare questo partenariato.
Il piano d’investimenti per l’Africa di 3,4 miliardi di euro, è un importante passo nella giusta direzione. Ma è lungi dall’essere sufficiente. Gli sforzi del continente verso una base industriale sostenibile, un’agricoltura efficiente, fonti rinnovabili, infrastrutture adeguate per acqua, energia, mobilità, logistica o digitale, vanno sostenuti con un “piano Marshall”. Così come va rafforzata la governance e lo Stato di diritto, la lotta alla corruzione, l’emancipazione delle donne e l’istruzione.
Sulla base delle conclusioni del summit di Abidjan, dobbiamo lavorare affinché, nel prossimo bilancio pluriennale UE, il fondo d’investimenti per l’Africa sia dotato di almeno 40 miliardi. Grazie all’effetto leva e alle sinergie con la Banca Europea d’Investimento (BEI), si potrebbero mobilizzare investimenti pubblici e privati per circa 500 miliardi. Su questa base, possiamo portare avanti una forte diplomazia economica che promuova integrazione dei mercati, trasferimenti di tecnologia e di saper fare industriale, sostenibilità, formazione. L’obiettivo è creare un contesto favorevole allo sviluppo di una base manifatturiera, all’imprenditoria, al lavoro per i giovani. Per questo sono utili strumenti come l’Erasmus per giovani imprenditori, che va esteso all’Africa.
In parallelo, quote d’immigrati legali possono, da un lato, soddisfare la domanda in certi settori nella UE; dall’altro, apprendere un mestiere per poi creare imprese in Africa.
Serve anche una diplomazia accademica e culturale che consenta a un numero maggiore di africani di studiare da noi, rafforzando Erasmus plus e la cooperazione tra università su progetti di ricerca e mobilità. Al tempo stesso, dobbiamo sostenere e promuovere il ruolo delle donne africane, in quanto rappresentano la vera base dell’economia informale.
Il punto non è solo aumentare le risorse. Già oggi investiamo 33 miliardi dal bilancio UE, senza contare i contributi bilaterali degli Stati membri. Se la generosità dei nostri contribuenti non ha prodotto i risultati sperati, dobbiamo interrogarci sulla validità dell’attuale modello di cooperazione allo sviluppo.
I 40 miliardi proposti – 12 volte superiore all’attuale dotazione del Piano d’Investimenti – sono necessari per produrre un impatto in linea con gli obiettivi. È una massa critica sufficiente a fare da catalizzatore agli investimenti pubblici e privati europei.
Non è utopia. Se c’è la volontà politica, le risorse si trovano. In parte, utilizzando meglio i fondi già previsti per l’Africa; in parte, attraverso garanzie sul bilancio UE; infine, reperendo nuove risorse. Per questa ragione ho proposto l’aumento del prossimo bilancio, senza che questo gravi su cittadini o PMI. Al contrario, dobbiamo individuare risorse proprie, comunitarie. Da un lato, recuperando contributi da chi oggi le tasse non le paga; dall’altro, riducendo i prelievi a chi li versa. Penso ai paradisi fiscali, ai giganti del web, o alle transazioni finanziarie a carattere speculativo.
La volontà politica deve poggiare su un consenso ampio, solido, a livello internazionale. Se sommiamo i 54 Paesi africani ai 27 Paesi membri UE, stiamo già abbracciando un terzo dell’intero pianeta. Per questo, posizioni convergenti e concordi nel quadro del dialogo UE-Ua possono favorire la definizione di un’agenda comune, globale, anche in seno al network delle Nazioni Unite, del WTO e delle altre organizzazioni internazionali.
Negli ultimi mesi, il Parlamento europeo si è impegnato fermamente a svolgere un ruolo centrale per un nuovo Partenariato con l’Africa. La stella polare della nostra azione sono i giovani: la chiave per un continente più stabile, prospero e moderno.
   

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