Trimestrale di cultura civile

Cambogia: passato e futuro

  • GIU 2024
  • Alberto Caccaro

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Il Paese del Sud Est Asiatico sta provando a ripartire dopo l’esperienza terribile dell’auto-genocidio: due milioni di morti. Dopo la fine del terrore, della stagione dei processi, delle poche condanne, ma ad handicap. Con la scelta di praticare il metodo della dimenticanza e liquidare tutto sull’altare del capro espiatorio: pochi carnefici e via. Un Paese che è stato vittima di interessi concentrici di grandi potenze, e non solo dell’area. Ora, nel tentativo di mettere definitivamente una pietra sopra a quel che è stato, di non pensarci più, in quel luogo con ancora le ferite aperte si fanno strada l’impunità, la spregiudicatezza, la malinconia. E dove, a prevalere, è un diffuso individualismo che si alimenta del mercato che stabilisce il decalogo della convivenza. La chance di un cambiamento possibile è nei giovani e la Cambogia è una realtà giovane. E quindi è fondamentale l’investire sull’educazione. La scuola è il processo sociale più adeguato per ricominciare. Racconto dalla prima linea.

Il contesto immediato e le ferite ancora aperte

Quando, nel settembre del 2022, il tribunale voluto dall’ONU e dal governo cambogiano per giudicare i crimini commessi dai Khmer rossi in Cambogia alla fine degli anni Settanta ha chiuso i suoi battenti, ha lasciato poco al Paese. Costato complessivamente più di 330 milioni di dollari, non si può dire che il tribunale abbia reso giustizia alle vittime dell’auto-genocidio cambogiano. A fronte di circa due milioni di morti, infatti, in sedici anni di lavoro, di sedute e di audizioni, il tribunale ha emesso solo tre condanne al carcere a vita: la prima, a carico di Kaing Guek Eav, meglio noto come Duch, capo del famigerato centro di torture S-21 dove hanno ucciso circa 17mila persone, morto nel 2020; la seconda e la terza a carico rispettivamente di Nuon Chea, il “fratello numero due” (il “fratello numero uno” era Pol Pot), morto nel 2019 all’età di 93 anni e di Khieu Samphan, ex capo di Stato della Kampuchea Democratica, oggi ultranovantenne. La motivazione delle condanne, genocidio e crimini contro l’umanità. Se da una parte queste tre sentenze sono state un traguardo importante, dopo così tanti anni di lavoro e di soldi spesi, la posta in gioco rimane ancora capire cosa davvero è successo in quegli anni e perché, e poi la possibilità di una giustizia almeno umana a favore delle vittime. Craig Etcheson, sulle pagine del Phnom Penh Post, anni fa si chiedeva: “Cosa è dovuto a una donna che ha visto con i propri occhi figli e marito venire uccisi? There is no possible way society can make that woman ‘whole’ again. Her life and dignity have been irretrievably diminished”.

Il contesto remoto e la pluralità delle figure coinvolte

Il Documentation Center of Cambodia (DC-C), che ha avuto il compito di raccogliere e archiviare tutto il materiale disponibile sui Khmer rossi, ha censito in questi anni di ricerca 19440 fosse comuni sparse sul territorio nazionale e 185 centri di detenzione e tortura. Quei verdetti di cui sopra non restituiscono le vittime ai sopravvissuti e non risanano le rovine che questi ultimi si portano dentro. Chhang Youk, direttore del DC-C, sostiene che i responsabili avrebbero dovuto essere condannati a due milioni di anni di prigione, tante furono le vittime del genocidio che si è consumato. Il tribunale in questi anni ha potuto giudicare solo quanto accaduto dal giorno dell’ingresso dei Khmer Rossi in Phnom Penh, il 17 aprile 1975, fino a un giorno prima dell’ingresso delle truppe vietnamite e alla successiva caduta del regime di Pol Pot, il 6 gennaio 1979. Quindi, e per ragioni politiche, non ha potuto occuparsi di quanto avvenuto decenni prima e dopo quel periodo. Nulla dell’influenza della guerra tra Vietnam e USA sulla vicina Cambogia (dal 1969 al 1973, quando Nixon senza il consenso del Congresso, autorizzò il bombardamento della Cambogia causando non meno di 150.000 vittime), nulla del sostegno della Cina al regime filo-maoista di Pol Pot prima, durante e dopo la sua caduta (negli anni Ottanta, ormai confinati al nord del Paese, i Khmer rossi costavano alla Cina 100 milioni di dollari all’anno), nulla dell’invasione vietnamita durata fino al crollo del Muro di Berlino e nulla delle trame occulte che hanno coinvolto la Cambogia nelle logiche della Guerra fredda. Non a caso Khieu Samphan e compagni si sono spesso difesi sostenendo che Pol Pot e i Khmer Rossi furono l’esito della situazione geo-politica di quel tempo. Fu il tentativo di “salvare” la Cambogia da una possibile annessione al Vietnam e dai giochi di potere dei due blocchi, USA e URSS, con la loro spartizione del mondo in aree di influenza.

La ritrosia ad assumersi fino in fondo la responsabilità

Forse ha ragione Hun Sen, al potere da quarant’anni e primo ministro fino allo scorso anno, il quale, rispetto a quanto accaduto, ha più volte espresso una raccomandazione semplice quanto pragmatica: “dig a hole and bury the past and look to the future”1. Ricordare un dolore o un torto subìti significa riportare al presente e perpetuare quella sofferenza che getterebbe tutti ancora nella paura e nella paralisi. A questo si aggiunge il fatto che, sovente, la memoria storica viene ridotta a capro espiatorio, in questo caso Pol Pot e i Khmer Rossi. Invece che propiziare un futuro migliore, essa diventa strumentale alla retorica politica e a servizio dello status quo. “È facile, ma inutile, condannare Pol Pot”, dice Philip Short, autore della più documentata e completa biografia del leader dei Khmer Rossi che, alla fine, è diventato un capro espiatorio utile ad assolvere il Paese. “L’olocausto che ha consumato la Cambogia ha richiesto la complicità di una tale porzione della popolazione che viene da chiedersi come si sarebbero comportate le vittime se le parti fossero state invertite […]. Il problema principale è il fatto che la società cambogiana ha permesso e continua a permettere alla gente di voltare le spalle […] a crudeltà allucinanti senza rendersi in apparenza conto dell’enormità dei loro gesti…”2.

C’è forse troppa carne al fuoco e poche risorse per dipanare le questioni, per questo le ferite sono tutte ancora aperte, mute. Nondimeno il dramma non è solo cambogiano: “Quando osserviamo cosa accadde in Cambogia, non stiamo guardando una esotica storia di orrori, ma scrutiamo nel buio, nei posti più sozzi della nostra stessa anima”3. Francesi, americani, russi, vietnamiti, thailandesi, cinesi, l’allora monarca cambogiano Norodom Sihanouk e tutto il popolo, dovrebbero avere il coraggio della verità. Noi tutti, a casa nostra, dovremmo avere il coraggio della verità. Diversamente queste poche e inutili condanne rimarranno solo capri espiatori utili ad assolvere molti altri colpevoli. “L’equazione ‘niente guerra in Vietnam, niente khmer rossi’ è troppo semplicistica – scrive ancora Short – ma riflette un’innegabile verità. Il ruolo dell’America in Indocina negli anni Sessanta e Settanta fu strumentale nel portare Pol Pot al potere e l’appoggio americano alla resistenza anti-vietnamita negli anni Ottanta lo aiutò a restarvi [...]”4. Faceva bene Samphan a chiedere con sfrontatezza la presenza in aula dell’ex-re: Sihanouk, lui stesso vittima delle mire americane nel sud-est asiatico, spinto dal desiderio di vendetta e di vedere restaurata la monarchia, si era alleato due volte con Pol Pot, nel 1970, e dieci anni dopo, quando ormai i khmer rossi erano noti a tutti.

Il potere del passato…

Da dove cominciare allora a fare i conti con il passato? Chi vuole davvero farli, senza causare altro dolore e inutili conflitti? La spiritualità buddista sostiene e insegna che il ricordo del passato con il suo dolore genera altro dolore. Meglio il presente: “Fai in modo che in ciò che vedi ci sia soltanto ciò che vedi, in ciò che odi solo ciò che odi, in ciò che percepisci solo ciò che percepisci [...]”5. Ma il passato torna con il suo potere, fatto di ricordi, paure, fantasmi. Migliaia di giovani, impareggiabile risorsa umana di questo bellissimo Paese, vuole futuro. Vuole un lavoro e costruirsi un avvenire migliore. Il Paese è completamente proiettato in avanti e non vuole voltarsi indietro; “non solo il governo attuale, dominato dagli ex-khmer rossi i quali non hanno alcun interesse a rivangare il passato, ma l’intera nazione è stranamente riluttante ad andare in profondità. Per farlo, occorrerebbe un grado di introspezione per il quale non sono preparati e che, d’istinto, preferiscono evitare”6. Ricordo con affetto e gratitudine il mio primo insegnante di lingua cambogiana. Non parlava volentieri di quel periodo, ma una domanda lo tormentava: “perché cambogiani contro cambogiani, questo mi fa vivere nella paura che possa accadere di nuovo, come se il male fosse ancora tra noi…”.

Vi sono infatti segni abbastanza evidenti di una ferita ancora aperta, di un conto non ancora saldato con la storia, con la verità e la propria coscienza. Parlarne è difficile. Suscita spesso diffidenza, riluttanza, sospetto, ma ciò che è rimosso torna, la notte, e fa precipitare in un oblio che svuota di senso la vita.

Il primo segno di questo retaggio minaccioso è la diffusa impunità. “Che l’attuale sistema sia completamente corrotto, che quanto è rimasto della ricchezza nazionale della nazione venga saccheggiato da chi è al potere, che centinaia di milioni di dollari scremati dai contratti esteri finiscano nei loro conti, che esista una cultura dell’impunità, applicata non solo alle mogli dei ministri che sfigurano con l’acido i corpi delle amichette dei loro mariti, ma a ogni livello della società, viene considerato deplorevole, ma inevitabile”7. Troppi recenti delitti sono rimasti impuniti, giornalisti, attivisti per i diritti umani, sindacalisti, sono stati uccisi sotto gli occhi di tutti e nessuno ha mai indagato. Quest’impunità genera paura, sfiducia nelle istituzioni, specialmente i tribunali, le forze preposte all’ordine pubblico, i militari. Questi ultimi si sono trovati coinvolti in casi di human-trafficking, business della droga e nella compravendita di migliaia di ettari di terra, sottratti all’interesse pubblico e, in molti casi, ai legittimi proprietari. L’attuale governo, per quanto oligarchico e a successione famigliare, è di certo preferibile agli orrori dell’epoca di Pol Pot. Ma l’atteggiamento mentale autoritario resta in sostanza lo stesso.

Il secondo segno è una certa spregiudicatezza negli affari, nel lavoro e nello studio, forse incoraggiata dall’impunità descritta sopra. L’attitudine al guadagno facile, il cinismo negli affari, l’opportunismo negli studi, espone l’intera società all’anarchia e a un progressivo oblio della verità delle cose. Nei più diversi ambiti del vivere civile si assiste a una arbitrarietà dei costumi e la gente è sempre più convinta che l’unica tutela derivi non dal diritto, ma dal denaro di cui uno dispone. Che diventa l’unica ragione per cui qualcuno o qualcosa vale. Si assiste al diffondersi di una logica individualista. Si fatica a creare alleanze, consorzi, gruppi per la difesa del bene comune. Ci pensa poi il massiccio e disinvolto uso della violenza a scoraggiare chiunque voglia esprimere un’opinione. Troppe guerre, nel passato, hanno reso queste modalità parte del paesaggio.

Ma la nota più negativa è la sostanziale malinconia dell’anima cambogiana, già post-moderna, senza mai essere stata moderna. “Ciascuno è rifugio a sé stesso”, recita un famoso adagio buddista. E questo genera nell’anima delle persone una distanza non fisica, ma del cuore. Silenzi, difficoltà a condividere le scelte, alcolismo, depressione, paura, indifferenza, emarginazione, soprattutto nel caso di malattie psichiche che non possono essere trattate solo con terapie farmacologiche ma esigerebbero luoghi e consultori specializzati. La Cambogia deve far fronte a situazioni mai incontrate prima. Il mercato del lavoro e la vita moderna spesso impongono di vivere lontani dai propri cari. Le famiglie si rompono facilmente e paradigmi ancestrali ancora vincolano a pratiche di cura tradizionali, ma del tutto inadeguate a gestire queste nuove patologie. È vero quello che scrive Herta Muller, Premio Nobel per la Letteratura nel 2009, a sua volta vittima e testimone di una storia di deportazione: “Di notte, da sessant’anni, cerco di ricordarmi gli oggetti del Lager. Sono il contenuto della mia valigia notturna. Dal mio ritorno a casa, la notte insonne è una valigia di pelle nera. E questa valigia è nella mia fronte”8.

Il bisogno di un futuro

La direzione verso la quale ci siamo mossi fin dall’inizio è stata quella di un lavoro, religioso e culturale, per dare voce a ciò che in ogni società rimane sovente inespresso. Le istituzioni, per noi la scuola in particolare, sono il nostro campo di azione. Attraverso la convivenza e lo studio possiamo offrire non solo strutture, ma anche un vocabolario adeguato a esprimere questi problemi perché non cadano nell’oblio.

La Cambogia ha una popolazione giovane, potenzialmente capace, ma vive la tentazione di lasciare al mercato di stabilire il decalogo della convivenza civile. A noi è parso che la scuola fosse il processo sociale più adeguato per ricominciare. Da qui una prima scuola superiore nella provincia di Prey Veng, poi una seconda e una terza nella provincia di Tbong Khmom e infine una quarta nella provincia di Kompong Cham.

Ci sono stati compagni in questo viaggio alcuni autori che hanno fatto da sponda ai nostri sogni: Chaim Potok e il suo Asher Lev, George Orwell e don Luigi Giussani. Cominciamo da Asher Lev che non c’entra niente con la Cambogia. Nasce, appunto, dal genio letterario di Chaim Potok, dall’altra parte del mondo. Nel romanzo Il mio nome è Asher Lev (ed. Garzanti), Asher è un ebreo osservante che dipinge con una creatività che rompe tutti i confini. Uno dei suoi soggetti preferiti è la Crocifissione: “Io, un ebreo osservante che lavora su una Crocifissione perché nella sua tradizione religiosa non esiste alcun modello estetico al quale far risalire un quadro di angoscia e di tormento estremi” (p. 280). Lotta per potersi esprimere perché suo padre e la tradizione religiosa che incarna gli vietano di darsi alla pittura e a un simile soggetto. Dipinge una prima Crocifissione, ma non è soddisfatto: “Il quadro non diceva completamente ciò che avrei voluto dire; non rifletteva completamente l’angoscia e il tormento che avevo voluto metterci. Dentro di me, una voce ammonitrice parlò tacitamente di frode. Avevo portato nel mondo qualcosa di incompleto” (p. 278). “Lasciarlo incompleto avrebbe fatto di me una puttana […] Avrebbe reso sempre più difficile disegnare con quell’in più di dolore, nello sforzo creativo, che sempre costituisce la differenza fra integrità e inganno. Non volevo essere una puttana nei confronti della mia propria esistenza” (p. 279). Ci riprova con una seconda tela, medesimo soggetto, ma mentre nella prima, la figura della madre appare sullo sfondo rispetto alla croce, nella seconda la madre è sulla croce: “Per tutto il dolore che hai sofferto, mamma. […] Per il Padrone dell’Universo il cui mondo di sofferenza io non capisco” (p. 280). Di questa seconda tela, chiamata Crocifissione di Brooklyn II, Asher è soddisfatto.

Quello che vorremmo custodire è l’onestà intellettuale di questo giovane pittore. Il suo genio creativo non tace, non mente, resiste a qualsiasi compromesso e violenza, per esprimersi a ogni costo, spesso rompendo le righe. Teme di portare “nel mondo qualcosa di incompleto”. La scuola, in Cambogia come altrove, deve occuparsi di questo sacro timore per assicurare a ciascuno studente profondità d’animo, autonomia di pensiero e il coraggio di non mentire a se stessi. “Tutto è nelle mani del cielo, tranne il timore del cielo”, dice il Rebbe ad Asher, per questo ce ne stiamo occupando noi.

“Mai come oggi – scrive don Giussani ne Il rischio educativo, p. 95 – l’ambiente inteso come clima mentale e modo di vita, ha avuto a disposizione strumenti di così dispotica invasione (e devastazione) delle coscienze”. Ecco, infatti, la società del Grande Fratello che Orwell descrive in 1984, romanzo scritto nel 1948, ma quanto mai calzante per descrivere la deriva antidemocratica della società cambogiana! Per evitare lo psico-reato, ovvero pensare diversamente dal partito, chi comanda comincia a creare una neolingua. “Non ti accorgi che il principale intento della neolingua – dice Syme a Winston – consiste proprio nel semplificare al massimo le possibilità del pensiero? Giunti che saremo alla fine, renderemo il delitto di pensiero, ovvero lo psico-reato, del tutto impossibile perché non ci saranno più parole per esprimerlo. […] Ogni anno ci saranno meno parole e la possibilità di pensare delle proposizioni sarà sempre più ridotta” (p. 56). In una società così descritta, l’educazione non amplifica, ma restringe, non promuove, ma fa retrocedere, non forma, ma crea analfabeti, persone che non sanno né leggere né leggersi. In poche parole, persone facili da controllare, meri consumatori, senza né profondità d’animo né autonomia di pensiero. Asher, invece, ha l’una e l’altra, per questo osa spingersi oltre i modelli estetici esibiti dalla tradizione perché, dice lui, “non volevo essere una puttana nei confronti della mia propria esistenza”. Bisogna quindi offrire la possibilità di pensare per capirsi, e per capire il mistero dell’Uomo.

“Il vero aspetto negativo nella scuola è quello di non far conoscere l’umano attraverso i valori che troppo spesso tanto inutilmente maneggia: mentre in ogni azione l’uomo rivela la sua indole, appare ridicolo che vanamente si percorrono a scuola, attraverso la studio delle varie manifestazioni degli uomini, alcuni millenni di civiltà senza saper ricostruire con sufficiente precisione la figura dell’uomo, il suo significato nella realtà”9. Si possono quindi percorrere millenni di storia senza che emerga, anzi evitando che emerga, la domanda di senso sul significato della vita, perché si arriverebbe presto a uno psico-reato, ovvero un giudizio, un pensiero, un sogno, non omologabili nel pre-definito del regime. Ha ragione David M. Ayres che conclude il suo libro Anatomy of a crisis. Education, Development, and the State in Cambodia, 1953-1998 (Silkworm Books, 2003), scrivendo che il futuro della Cambogia è ancora prigioniero del suo passato (p. 191) perché in questo passato, che non si può né indagare né capire: il sistema educativo nazionale “was a tool utilized, and often abused, in the interests of building a Cambodian nation-state geared to the entrenched positions of those in power” (p. 182). Meglio allora il nozionismo e le sintesi preconfezionate: “Chi controlla il passato – diceva uno slogan del partito – controlla anche il futuro”, con il rischio che “ogni anno ci saranno meno parole, e la possibilità di pensare delle proposizioni sarà sempre più ridotta”. Per questo abbiamo voluto una prima scuola superiore nella provincia di Prey Veng, poi una seconda e una terza nella provincia di Tbong Khmom e infine una quarta nella provincia di Kompong Cham. Da lì ricominciamo ogni giorno.

 

1. John D. Ciorciari (a cura di), The Khmer rouge tribunal, Documentation Center of Cambodia, Phnom Penh 2006, p. 39.

2. P. Short, Pol Pot. Anatomia di uno sterminio, Rizzoli 2005, pp. 29-30.

3. Ibidem, p. 31.

4. Ibidem, p. 586.

5. Udana 1,10; cfr. P. Filippani-Ronconi e E. Frola (a cura di), Canone Buddhista. Discorsi lunghi, UTET, Torino 1967, pp. 159-160.

6. P. Short, Pol Pot. Anatomia di uno sterminio, cit., p. 30.

7. Ibidem, p. 587.

8. H. Muller, L’altalena del respiro, Feltrinelli, Milano 2010, p. 28.

9. G. Gamaleri, Una scuola di “spostati”, in Milano Studenti, n. 2, 1960, p.13. citato in L. Giussani, Il rischio educativo, Jaca Book, Milano 1977, p. 77.

Padre Alberto Caccaro è missionario del Pime in Cambogia dal 2001 e scrittore. Attualmente è Vicario Generale della Prefettura apostolica di Kompong Cham.

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