Trimestrale di cultura civile

La polarizzazione politica allontana la società civile

  • GIU 2024
  • Amy Sapenoff Hamm

Condividi

La caotica fase storica che stiamo vivendo, con l’oggettivo depotenziamento degli imperi, non appanna certo l’attesa per l’appuntamento elettorale di novembre. Troppo importante l’esito, sia “dentro” l’America, sia sui fronti internazionali. Tuttavia, gli USA chiamati al voto appaiono come una realtà apatica, con elettori sempre più distaccati. Le cause di tale antipatia verso il “sistema” sono molteplici. Una cosa è evidente: le elezioni presidenziali sono divenute sempre meno rappresentative, perché i cittadini non le avvertono come un’occasione di effettivo coinvolgimento degli Stati e dei comuni. E ciò significa un deficit di partecipazione effettiva della società civile. Come si è arrivati a questo punto? Da dove è possibile riprendere il cammino secondo lo spirito che aveva animato i padri fondatori? Domande incalzanti che non possono riguardare solo quella superpotenza.

Il Pew Charitable Trust, uno degli istituti di sondaggio più rispettati d’America, ha monitorato per decenni le simpatie degli elettori americani verso i partiti. Recenti sondaggi hanno rivelato un profondo e crescente divario tra gli elettori. Non molto tempo fa, i politologi americani sostenevano che i rappresentanti eletti, e in particolare i membri del Congresso, si stavano spostando verso gli estremi dei rispettivi partiti, ma che il cittadino medio era ancora piuttosto moderato. Questa idea si è poi rivelata falsa. I dati confermano che il democratico e il repubblicano medio si sono spostati rispettivamente più a sinistra e a destra. Un numero crescente di sostenitori identifica il partito avversario come “pericoloso” e “una minaccia per la nazione”. Cosa ha causato questa tendenza? È una conseguenza dei problemi istituzionali della vita politica americana o ha piuttosto a che fare con la mancanza di persone all’interno del sistema che siano impegnate e dotate di senso civico? Sebbene la vera risposta sia indubbiamente legata a entrambe le cause, le carenze strutturali del sistema elettorale americano hanno sicuramente favorito la polarizzazione e hanno contribuito a una complessiva apatia e antipatia degli elettori.

Ogni quattro anni, gli americani si recano alle urne per eleggere un presidente. Partecipano a un sistema elettorale che viene ampiamente criticato perché arcaico, inefficiente e troppo complicato. I padri fondatori hanno concepito la Costituzione per garantire un ruolo agli Stati nel determinare la direzione delle politiche nazionali, in quanto gli Stati dovrebbero essere più vicini alla popolazione e più consapevoli degli interessi e dei bisogni locali. La struttura e l’unicità del disegno federale erano pensati sia per evitare che il governo nazionale diventasse troppo potente, sia per evitare la potenziale “tirannia della maggioranza” del popolo. James Madison, padre della Costituzione, pensava che il modello repubblicano di governo, basato sul sistema federale, servisse da filtro, consentendo a coloro che erano stati eletti di aggregare le preoccupazioni dei cittadini e quindi di agire in conformità con la politica che meglio racchiudeva il bene comune. Ma il sistema oggi non funziona come Madison lo aveva concepito; le elezioni sono meno rappresentative e, nel tempo, hanno favorito una crescente polarizzazione.

Dove fallisce il sistema?

Le elezioni presidenziali si svolgono in due fasi: le elezioni di nomina, o “primarie”, e le elezioni generali. Le primarie sono elezioni interne al partito in cui entrambi i partiti principali, i democratici e i repubblicani, presentano i candidati che correranno alle elezioni generali. Si svolgono in ogni Stato, nel Distretto di Columbia e nei territori americani. Il vincitore di ogni Stato riceve un certo numero di delegati, proporzionali alla popolazione dello Stato stesso. I delegati partecipano poi alla convention nazionale del partito, dove viene nominato ufficialmente il loro candidato attraverso una votazione per appello nominale. Questo processo dura da gennaio ad agosto dell’anno elettorale.

Dopo che i due partiti hanno scelto i loro candidati, essi si impegnano nella campagna elettorale e si sfidano nelle elezioni generali. Il giorno delle elezioni, all’inizio di novembre, i cittadini si recano alle urne per esprimere un voto indiretto per il loro candidato preferito. Infatti, votano per un Grande Elettore che, a sua volta, appoggerà il vincitore del voto popolare in ogni Stato per determinare il vincitore ufficiale nel Collegio dei Grandi Elettori (o Collegio Elettorale). Dunque, dove fallisce il sistema? In primo luogo, il federalismo fa sì che le primarie si svolgano in modo diverso da Stato a Stato, compresi i criteri di selezione dei votanti e i metodi di voto. Gli Stati scelgono il proprio metodo per eleggere i candidati (primarie aperte, primarie chiuse, primarie a copertura totale, caucus, convention di partito) così come altri fattori che influiscono sulla partecipazione alle urne, come la registrazione degli elettori il giorno stesso, il voto anticipato, il voto per corrispondenza, ecc. Inoltre, gli elettori indipendenti possono avere voce in capitolo in alcune primarie, ma potrebbero essere totalmente privi di diritti in altre. Una delle conseguenze più importanti del federalismo nelle elezioni americane è il fatto che le legislature statali sono responsabili della creazione dei propri distretti elettorali, che vengono utilizzati per determinare i rappresentanti per le legislature statali e per quelle nazionali. Questo comporta spesso una pratica nota come “gerrymandering”, in cui il partito di maggioranza nella legislatura statale disegna le linee distrettuali per garantire “seggi sicuri” ai propri candidati. Storicamente, il gerrymandering è stato usato anche per sopprimere gli elettori di minoranza. Dei 435 distretti congressuali negli Stati Uniti, solo 60 sono effettivamente competitivi.

Le differenze nel modo in cui gli Stati conducono le primarie contribuiscono, inoltre, alla selezione di candidati più ideologicamente di parte. I partiti politici a livello nazionale cercano candidati moderati che possano attrarre gli elettori indipendenti nelle elezioni generali, ma sono i membri del partito a livello statale a scegliere effettivamente i candidati. Gli Stati con primarie aperte permettono ai non iscritti ai partiti di partecipare, dando meno peso ai partiti nazionali. La fedeltà al partito non è più una cartina di tornasole per il successo di un candidato. Ad esempio, nelle elezioni del 2016, Trump ha avuto molto più successo nelle primarie aperte rispetto a quelle chiuse; non si sa bene perché. Trump ha galvanizzato nuovi elettori tendenzialmente repubblicani, che in precedenza, sentendosi esclusi, tendevano a non votare? Ha attratto i non repubblicani che poi hanno partecipato alle primarie repubblicane aperte? Indipendentemente da ciò, la Riunione Nazionale del Partito Repubblicano ha avuto poco margine di manovra per influenzare la nomina di Trump. Anche nelle elezioni tradizionali, i sostenitori più accaniti giocano un ruolo maggiore nella scelta del candidato di partito, rendendo meno probabile che la scelta cada su un candidato moderato.

Il sistema delle primarie favorisce anche il frontloading, ovvero la corsa degli Stati a tenere le primarie all’inizio dell’anno elettorale. L’Iowa, il primo caucus, e il New Hampshire, la prima primaria, rappresentano una frazione dell’elettorato totale ma, in realtà, hanno un’influenza sproporzionata nella scelta dei candidati. I primi vincitori non solo ottengono un vantaggio nel conteggio dei delegati, ma guadagnano anche nuovi donatori per la raccolta di fondi, una maggiore attenzione da parte dei media e uno slancio importante nella campagna elettorale.

Per gli Stati che ospitano le primarie o i caucus, successivamente, la nomination è spesso già decisa. Sia Biden che Trump si sono assicurati un numero sufficiente di delegati per vincere la nomination già martedì 12 marzo 2024. Le decine di Stati e territori che non avevano ancora tenuto le elezioni a quella data, non hanno più alcun ruolo nella scelta del candidato. Inoltre, le elezioni primarie attirano solo circa il 20% degli aventi diritto al voto. Il ricorso sempre più frequente a primarie chiuse premia i membri più impegnati nel partito che diventano gli unici responsabili della scelta del candidato. Una maggiore affluenza alle urne probabilmente tempererebbe le scelte complessive dei candidati, ma gli elettori non sono propensi a presentarsi alle urne quando ritengono che il loro voto non conti.

Il terzo partito “guastatore”

In secondo luogo, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, così come le legislature statali, si basano su distretti uninominali e su elezioni “winner-takes-all”, che hanno consolidato il sistema bipartitico, determinando elezioni meno competitive e una minore scelta di candidati. Il sistema bipartitico scoraggia il compromesso e la costruzione di coalizioni tipici dei modelli democratici europei. Nel tempo, un sistema a due partiti genera candidati più polarizzati. Gli elettori sosterranno a malincuore il candidato del proprio partito, anche se egli è troppo estremo rispetto alle loro posizioni. Inoltre, il sistema rende quasi impossibile per il candidato di un terzo partito avere un impatto significativo sulle elezioni. L’unico vero ruolo che un terzo partito può svolgere è quello di “guastatore”, sottraendo elettori al partito principale a cui è più vicino, spesso facendo vincere il partito avversario. L’impatto del Partito Verde nelle elezioni del 2000 è un buon esempio di questo particolare fenomeno. Al Gore, il candidato democratico, avrebbe certamente vinto in Florida – e avrebbe quindi avuto il voto del collegio elettorale – se Ralph Nader, il candidato del Partito Verde, non avesse partecipato. Le terze parti potrebbero forse svolgere un ruolo nel moderare gli estremismi nei partiti promuovendo partnership trasversali.

Infine, il Collegio Elettorale genera anche un senso di esclusione. La maggior parte degli Stati è solidamente rossa o blu e quindi non competitiva, poiché anche i voti elettorali sono distribuiti in modo che il vincitore “prenda tutto” (con l’eccezione del Maine e del Nebraska). Ci sono solo pochi Stati “battleground” o “swing”. I candidati presidenziali, non a caso, concentrano la loro attenzione e le risorse della loro campagna elettorale su questi Stati, ignorando anche gli Stati più popolosi. Inoltre, come nelle elezioni del 2016, un candidato può vincere il voto popolare nazionale, ma perdere il voto dei Grandi Elettori, abbassando ancora una volta il senso di efficacia dei votanti. Sebbene molti siano favorevoli all’abolizione del Collegio Elettorale e all’utilizzo del voto popolare diretto, chi critica questa idea pensa che questo focalizzerebbe i candidati sui centri urbani e limiterebbe la voce che i votanti rurali e suburbani hanno potenzialmente nel Collegio Elettorale.

Oltre ai citati problemi strutturali del sistema elettorale americano, ci sono alcune tendenze recenti che rappresentano una ulteriore sfida. L’enorme quantità di tempo e di risorse necessarie per la campagna elettorale limita le scelte degli elettori e apre la porta ai contributi da parte di società e gruppi finanziati da individui facoltosi, molti dei quali non vengono resi noti agli elettori. Tra l’elezione di nomina e l’elezione generale, i candidati spenderanno oltre 1 miliardo di dollari ciascuno. I tentativi di limitare le spese per le campagne elettorali da parte di gruppi esterni sono stati bloccati dalla Corte Suprema.

Il ruolo e l’influenza dei media

Anche il ruolo dei media è cambiato nel tempo. Negli anni Sessanta sono emerse nuove forme di giornalismo d’inchiesta che hanno avuto origine dal Watergate e dalla guerra del Vietnam. La copertura mediatica dei funzionari, delle politiche e delle decisioni del governo è diventata sempre più negativa, contribuendo a un calo generale della fiducia degli americani nei confronti dei politici. Questo atteggiamento ha continuato a dominare i media e ha influenzato anche il modo in cui le campagne elettorali si svolgono. Mancando la percezione di una reale efficacia politica, gli americani reagiscono maggiormente alla pubblicità politica sensazionale e negativa, che tende ancora una volta alla polarizzazione e ad allontanarsi dal consenso e dalla costruzione di coalizioni. L’informazione mediatica sulle elezioni è spesso descritta come un giornalismo “da corsa”, in cui i risultati dei sondaggi sono più trattati delle questioni sostanziali, lasciando molti americani all’oscuro delle sfumature nelle scelte politiche e generando campagne incentrate sulla personalità del candidato, dove la celebrità conta più delle idee.

Questi problemi si intrecciano con il modo in cui gli americani percepiscono le informazioni e le notizie, che hanno ulteriormente modificato il clima politico. I social media, più adatti a trasmettere notizie frammentate e meno capaci di occuparsi di analisi sostanziali, sono sempre di più la principale fonte di informazione politica, soprattutto per i giovani. Questo apre anche la strada a campagne più incentrate sulla personalità che sui temi. Gli algoritmi creano delle vere e proprie bolle di idee, cosicché molti potenziali elettori non sono mai esposti a opinioni opposte alle proprie e le persone vengono spinte sempre di più verso ulteriori estremizzazioni.

Tutti questi fattori culminano in un sistema in cui i cittadini sperimentano la tensione di un mondo sempre più polarizzato e soffrono per l’impossibilità di scegliere e di avere elezioni veramente competitive. Gli elettori più moderati o indipendenti sentono di essere politicamente “senza fissa dimora” e si chiedono fino a che punto il loro voto conti. Come corollario, l’atteggiamento degli americani nei confronti del governo è diventato più cinico e pessimista. Gli indici di gradimento per ogni ramo del governo, indipendentemente dal partito, sono diminuiti precipitosamente nel corso degli ultimi cicli elettorali. Gli atteggiamenti di paura e l’acrimonia tra i due partiti sono diventati più pronunciati, con il risultato di un blocco e di una situazione di stallo al Congresso e di una totale mancanza di fiducia nei confronti della classe politica da parte dell’elettorato.

Ricostruire la società civile

Sullo sfondo di queste preoccupazioni c’è una questione più ampia. Se i fondatori si sono impegnati così tanto per creare un sistema federale che preservasse un forte coinvolgimento degli Stati e dei comuni, perché gli americani attribuiscono così tanta importanza all’esito delle elezioni nazionali, in particolare quando se ne sentono così tanto estranei? La copertura mediatica delle questioni nazionali alimenta il risentimento, anche quando tali tematiche non toccano la vita quotidiana degli ascoltatori.

Una possibile strada da percorrere è che gli americani reinvestano nelle comunità locali. Recenti studi sulla polarizzazione sottolineano come una delle sue cause sia il fatto che i politici di carriera tendono a non trasferirsi a Washington DC, ma piuttosto a fare i pendolari dal loro Stato o distretto di origine. Una volta i politici di schieramenti opposti erano soliti passare del tempo insieme perché i loro figli giocavano nella stessa squadra di calcio o perché appartenevano alla stessa Chiesa. In altre parole, condividere semplici momenti di vita insieme aiutava a creare rapporti più distesi e a ridurre la demonizzazione dell’avversario politico. Lo stesso vale a livello locale. Poiché gli americani sono meno impegnati in gruppi associazionistici, club e organizzazioni civiche, perdono la possibilità di stringere relazioni con persone demograficamente e politicamente diverse da loro, lasciando le persone più isolate nelle loro bolle. Gruppi come la AND Campaign di Justin Giboney, esistono per promuovere l’impegno civico, in particolare tra i cristiani delle aree urbane, come modo per sostenere una migliore rappresentanza e una politica più proficua. Possono fungere da catalizzatore per gli sforzi della base di ricostruire la società civile.

Altre possibilità di cambiamento sono più strutturali. Ad esempio, si potrebbe fare molto all’interno del sistema per cercare di ricostruire un centro politico. Ci sono diversi esempi di politici che stanno cercando di occupare questo spazio, come Joe Manchin della West Virginia e Susan Collins del Maine. Ciò richiederebbe candidati con obiettivi nettamente moderati e incentrati sugli elettori, che si concentrino sul rafforzamento della classe media, sminuendo le politiche identitarie e le posizioni sociali estremiste su entrambi i lati dello spettro politico. Gruppi come No Labels stanno cercando di coltivare una base di candidati che corrisponda a queste caratteristiche. Un terzo partito di successo nel lungo periodo potrebbe contribuire a creare piattaforme che favoriscano politiche più moderate e meno di parte, sostenendo al contempo ideali chiari e orientati al bene comune.

I cittadini possono anche sostenere modifiche alle leggi elettorali o sul voto; possono richiedere agli Stati di utilizzare metodi non partitici per la riorganizzazione delle circoscrizioni, stabilire limiti di mandato, imporre tetti di spesa ai candidati e abbreviare il sistema delle primarie e dei caucus. Potrebbero essere tutti modi per contribuire a rinvigorire il senso di efficacia politica e coltivare un interesse maggiore per il voto e l’impegno civico. Questi cambiamenti, a differenza di una proposta come l’eliminazione del Collegio Elettorale, non richiederebbero una modifica della Costituzione e potrebbero essere realizzati sia a livello statale che attraverso una legge del Congresso.

Il preambolo della Costituzione degli Stati Uniti promette che “noi, il popolo” ci sforzeremo di diventare una “unione più perfetta”. I fondatori prevedevano che le elezioni avrebbero svolto un ruolo fondamentale in questo divenire, fungendo da tramite tra il popolo e chi viene eletto. Affinché le elezioni americane possano svolgere questo ruolo, sono necessarie riforme serie per affrontare l’intensa polarizzazione e la mancanza di partecipazione politica che caratterizzano il sistema attuale.

Elezioni più competitive e più rappresentative sono il miglior punto di partenza per consentire ai cittadini di partecipare nuovamente alla vita civile e rinnovare un impegno condiviso per il bene comune.

Amy Sapenoff Hamm presiede il dipartimento di Storia della St. Andrew’s Episcopal School di Potomac, Maryland. Insegna Storia americana, governo americano, politiche pubbliche, politica elettorale e presidenza americana moderna. Ha conseguito una laurea in Scienze politiche presso il Benedictine College e un master in Teoria politica presso la Catholic University of America.

Contenuti correlati


Oltre la rimozione

Cambogia: passato e futuro

GIU 2024 | Padre Alberto Caccaro

Il Paese del Sud Est Asiatico sta provando a ripartire dopo l’esperienza terribile dell’auto-genocidio: due milioni di morti. Dopo la fine del terrore, della stagione dei processi, delle poche condanne, ma ad handicap.


Sfide globali

L’assenza di dibattito nuoce al multilateralismo

GIU 2024 | Luigi Di Marco

La guerra mondiale a pezzi sta caratterizzando gli anni recenti della nostra storia, mettendo in crisi il multilateralismo basato su regole, la capacità e la determinazione degli Stati nel rispondere a una crisi climatico-ambientale sempre più incombente, che minaccia il futuro dell’umanità.


Oligarchie all’opera

La Trilateral dalla democrazia alla tecnocrazia

GIU 2024 | Gianluigi Da Rold

Ci sono ragioni culturali e storiche che spiegano la sempre minore popolarità della democrazia che sta emergendo in Occidente.


Politica fondativa

L’Europa: la forma di governo e la presenza internazionale

GIU 2024 | Stelio Mangiameli

Il dibattito continentale, pur lacunoso e assai incline alla problematicità, sembra però aver riconosciuto la pretesa dell’“impero debole” – se proprio si intende rintracciarvi elementi imperiali – di dar vita, anche rispetto all’economia e alla salvaguardia del mercato interno, alla creazione di un governo europeo.


Maremosso

Le nuove rotte della geopolitica marittima e il ruolo dell’Europa

GIU 2024 | Vincenzo Pisani

I numeri parlano chiaro: l’80 per cento delle merci naviga per mare. I blocchi avvenuti negli ultimi mesi negli otto snodi cruciali a causa di guerre e tensioni in serie preoccupano molto per l’impatto avuto sui prezzi. Una questione spinosa.


Fotografia invecchiata

La demografia di un mondo a due velocità

GIU 2024 | Gian Carlo Blangiardo

In un panorama di sostanziale rallentamento della velocità di incremento della popolazione a livello mondiale, si fa strada un progressivo e intenso “invecchiamento” degli abitanti della terra.


Interno cinese

La Cina di oggi: economia rallentata e disuguaglianze

GIU 2024 | Conversazione con Alessia Amighini a cura di Enzo Manes

L’economia di Pechino è fortemente condizionata da problemi strutturali e congiunturali. Il governo ha previsto per il 2024 una crescita del PIL del 5%. Come l’anno precedente. Ma il quadro generale è cambiato. In queste condizioni è molto difficile che l’annuncio trovi conferma nella realtà.


Non solo russificazione

La Federazione Russa: cos’è, cosa pensa, dove guarda

GIU 2024 | Conversazione con Aldo Ferrari a cura di Enzo Manes

Il flusso continuo di analisi – dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dell’Armata russa – sottovaluta una questione fondamentale: quell’enorme spazio non è solo il Paese dei russi. Lo dice il presente che eredita una storia importante.


Globalizzazione 2.0

Finanziare il futuro al tempo delle “policrisi”

GIU 2024 | Andrea Montanino

L’efficace definizione di Edgar Morin fotografa il contesto attuale caratterizzato da molte situazioni di crisi che si intersecano tra loro. Uno scenario dove ciascuna crisi può determinarne un’altra.


Ideale comune

Un futuro per l’Europa

GIU 2024 | Ignazio Visco

L’Unione Europea è in una fase cruciale della sua storia. Quel che è stato fatto finora non è più sufficiente per reggere l’urto con le sfide globali di questo tempo così incerto.


Sbloccare il sistema

Il contributo europeo per un nuovo equilibrio mondiale

GIU 2024 | Enzo Moavero Milanesi

i vive a livello globale una situazione di preoccupante disequilibrio. Due i motivi: le guerre e l’evoluzione sociale ed economica nel mondo.


Equivoco continentale

L’Europa è un bluff?

GIU 2024 | Lucio Caracciolo

L’Europa è un bluff dal punto di vista geopolitico perché non è un soggetto geopolitico. E questo ha precise implicazioni nei rapporti con le superpotenze o imperi. Stati Uniti in testa.


Messaggi da Oltreoceano

Europa e Alleanza atlantica: il ruolo dell’America

GIU 2024 | Marta Dassù

La fotografia americana è quella di una realtà abbastanza forte dal punto di vista economico e assai debole per quanto riguarda la politica.


Quale costruzione

L’Europa e la sfida della post democrazia

GIU 2024 | Luciano Violante

Le numerose guerre planetarie dicono che è in corso uno scontro globale per disegnare il nuovo ordine mondiale. Laddove i Paesi democratici sono ormai largamente in minoranza. Questa situazione pone domande pressanti all’Europa oggi attraversata da grandi tensioni interne.


Prosperità e sostenibilità

Una Quinta Libertà: il Mercato Unico del XXI secolo

GIU 2024 | Enrico Letta

Dopo le quattro libertà relative alla circolazione di persone, beni, servizi e capitali urge l’introduzione di una quinta libertà per affrontare le sfide del XXI secolo.


Il patto sociale incrinato

Il nuovo volto della disuguaglianza

GIU 2024 | Conversazione con Branko Milanovic a cura di Silvia Becciu

A livello globale, negli ultimi venticinque anni, c’è stato un significativo decremento della disuguaglianza. Ma sta aumentando in ogni singolo Paese.


Crisi degli imperi e questione sociale

Riprendere in mano l’autogoverno delle società

GIU 2024 | Conversazione con Nadia Urbinati a cura di Enzo Manes

La frammentazione e il disordine globale. Le debolezze di Stati Uniti, Russia e Cina e il riassetto dei blocchi. Il possibile protagonismo dei Paesi del sud del mondo. Gli attori politici e sociali oggi nelle democrazie e nelle autocrazie. Quel che resta del popolo.


Mondi da ridisegnare

Inciampi globali per percorsi imprevedibili

GIU 2024 | Enzo Manes

Più che un nuovo ordine mondiale ci sono le condizioni per entrare nel buco nero di un nuovo disordine mondiale. E la crisi degli imperi diventa un ulteriore elemento destabilizzante.


Nuova Atlantide N.12 - Giugno 2024 | Nuovo disordine mondiale. Un imprevisto per cambiare la storia?

Editoriale. L’inevitabilità della storia è sempre inevitabile?

GIU 2024 | John Zucchi

Gli accadimenti storici sono sempre e comunque solo il risultato dell’azione di grandi forze impersonali? Tale convinzione negli anni si è indebolita.

Clicca qui!