Quadrimestrale di cultura civile

Mario Botta: “L’edilizia nella città
deve tornare a essere collettiva”

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Milano è l’esempio più eclatante di una città divenuta nel tempo sempre meno ospitale. Ma è una stortura che riguarda tutte le grandi città. «Oggi non importa cosa si costruisca, i fondi di investimento spesso lavorano per lasciare il vuoto nelle nostre città, sono contenti quando i nuovi appartamenti non sono abitati, per loro resta comunque un business: il fatto che, domani, si riesca a vendere al doppio o al triplo quell’appartamento permette di aspettare che il valore cresca». Il mercato immobiliare, pilotato dalla finanza, ha preso il sopravvento e così siamo arrivati alle città solo per i ricchi, i molti ricchi. «Non si può lavorare solo per i ricchi, né solo per i poveri, naturalmente: occorre trovare un mix che faccia vivere insieme un po’ tutti. La città deve essere inclusiva; un luogo per tutti»

Mario Botta, uno dei maggiori architetti viventi, è molto critico con la piega che il suo bellissimo mestiere ha preso negli ultimi anni. Il vicedirettore di Repubblica Angelo Rinaldi, in un dialogo fra loro all’ultimo Meeting per l’Amicizia fra i popoli a Rimini, ha ricordato un’intervista in cui Botta definiva l’architettura di oggi come «la realizzazione del business che la regge. Una volta era una disciplina al servizio dell’uomo, depositaria di un atteggiamento umano: era pensata per mangiare, per lavorare, per dormire, per produrre. Oggi è diventata uno standard per soddisfare il solo bisogno di produrre un plusvalore che va al di là della funzione».

E ancora, parlando all’Ordine degli architetti di Roma, ha detto: «È un paradosso: oggi non importa cosa si costruisca, i fondi di investimento spesso lavorano per lasciare il vuoto nelle nostre città, sono contenti quando i nuovi appartamenti non sono abitati, per loro resta comunque un business: il fatto che, domani, si riesca a vendere al doppio o al triplo quell’appartamento permette di aspettare che il valore cresca. La nostra generazione ha avuto la sfortuna di vedere le migliori architetture della storia, in questo momento, sradicate dalla loro funzione primaria. Si è aperta una distanza tra il valore del costruire, che diamo noi all’architettura, e il valore del mercato immobiliare. In origine l’architettura era legata al valore: una chiesa costruita da Antoni Gaudí costituiva un valore aggiunto. Invece il fondo di investimento, che comanda oggi, ti spinge di fatto verso la massima banalità».

Nato a Mendrisio, nel Canton Ticino, Botta conosce molto bene la realtà italiana, in cui spesso lavora, ma i suoi cantieri sono aperti a tutte le latitudini del mondo. Da giovane ha collaborato con Carlo Scarpa, Louis Kahn, Le Corbusier: esperienze che hanno avuto un impatto determinante sullo sviluppo del suo stile, basato su forme geometriche pulite e una grande attenzione al contesto culturale e al paesaggio in cui sorge un edificio. La sua architettura ha qualcosa di neo-romanico, le strutture primarie hanno a che fare con luce, terra, acqua e aria, e mirano alla massima semplicità. 

Ha una particolare sensibilità per quelli che chiama “spazi sacri”: sta terminando la moschea di Yinchuan in Cina, ha disegnato una sinagoga a Tel Aviv e numerose chiese costruite in Svizzera, Italia, Francia, America, Ucraina: da quella di San Giovanni Battista a Mogno, in Val Maggia – una delle sue creazioni più iconiche – alla cattedrale di Evry in Francia, alla parrocchia dedicata a Giovanni XXIII a Seriate, alle porte di Bergamo. «Se fosse per me – ha detto al settimanale L’Espresso – oggi costruirei solo edifici per il sacro».

Architetto, oggi c’è troppo “business” nel suo mestiere? Le inchieste sull’edilizia milanese non sono un bel segnale.

Il mondo intero è diventato business. Anche fare una chiesa, fare una casa, fare una fabbrica, è tutto “business”, e questo è un tradimento delle vere ragioni per cui l’uomo costruisce: per ripararsi dalle intemperie, ma anche per rendere il mondo più civile, più abitabile, più bello, più poetico. Tutti questi elementi stanno svanendo.

Una città come Milano è diventata per molti inaccessibile, visti i prezzi.

Questo non è colpa degli architetti, però. Il problema della gestione della città è una delle questioni cardine del futuro. Le nostre città hanno goduto, nella loro configurazione anche politica, sociale, artistica, di uno sviluppo relativamente lento, fino ai nostri tempi. Adesso è in corso un’accelerazione: pensi solo al problema del traffico e alle difficoltà che ha creato. La città però per me resta il modello migliore della vita sociale: siamo andati sulla Luna, ma non abbiamo inventato un altro modo di vivere collettivamente. La città ha funzionato, nei territori più diversi, ci può essere il lago, il mare, il fiume, la montagna... È un modello che ha saputo affrontare anche la diversità orografica del territorio. Adesso però le città devono darsi una regolata per ospitare e sostenere i flussi distributivi e funzionali che le animano.

Dunque lei considera anche la città, nel suo complesso, una realizzazione architettonica che risponde a bisogni umani precisi? Universali, verrebbe da dire, osservando lo sviluppo di enormi metropoli in Oriente o in Sudamerica.

Certamente. E anche il verde ne è parte, la città non è un regno tutto minerale: ci sono le superfici inerti per far correre rapidamente i pedoni e le automobili, senza troppi ostacoli, ma la città ospita da sempre anche una vita vegetale che risponde al bisogno dei suoi abitanti di un respiro immediato: abbiamo necessità di un rapporto di prossimità con la natura, senza dover andare per forza nei boschi attorno.

Quindi ripensare, governare la città non è solo un problema tecnico (semafori, rotonde, piste ciclabili, parcheggi...) o organizzativo, ma è un compito politico, nel senso più alto del termine.

Politico e urbanistico, sì. L’urbanistica però oggi ha perso la capacità di rispondere alle attese degli abitanti, che sono legittime, ma vanno ordinate.

Forse la città deve anche ricordarsi che deve essere inclusiva: lo è per natura, ha sempre accolto gente che arrivava da ogni dove, oggi però la speculazione rischia di farne un ghetto dei ricchi e dei potenti.

Milano, appunto, è l’esempio migliore.

Crede che città più piccole potranno essere un’alternativa, o è ancora la metropoli ad attirare le masse?

Forse, è vero, una dimensione più piccola sarebbe più ragionevole, abbiamo visto cosa sono diventate metropoli “scoppiate” come Los Angeles: anche la vita urbana ha un limite di sopportabilità. Ma aldilà di casi come quello, una città anche grande che funziona bene è una ricchezza per tutti. L’errore di Milano è quello di rischiare, oggi, di ghettizzare la ricchezza. La ricchezza è un dato personale, è cresciuta in questi decenni attraverso lo sviluppo del fare, che il capoluogo lombardo ben rappresenta, ma non si può riservare la città solo ai ricchi: diventerebbe, per loro stessi, una prigione.

Allontanandosi un po’ dalla mistica del “libero mercato” in voga in questi anni, lei crede che bisognerebbe tornare a forme di edilizia popolare? Pensare a quartieri nuovi a prezzi calmierati?

Sì. L’edilizia nella città per sua natura deve essere collettiva, non si può lavorare solo per i ricchi, né solo per i poveri, naturalmente: occorre trovare un mix che faccia vivere insieme un po’ tutti. Come lei ha detto, la città deve essere inclusiva; deve essere un luogo per tutti.

C’è una città che le piace più di altre?

Venezia. Perché ha evitato tutti questi problemi di cui abbiamo parlato. Venezia è una città che per sua natura non può crescere oltre misura, è un esempio già collaudato nella storia di come sia necessario porre un limite ai flussi che la alimentano per mantenere una “corretta bellezza”. La città deve essere bella come una bella donna, la si deve poter ammirare: la vita è fatta anche di momenti di pausa e di godimento estetico.

Venezia è un’invenzione di grande fantasia, al limite dell’assurdo: è una città paradossale, oggi.

È invecchiata un po’ male, vittima di questo “overtourism” che minaccia molte città storiche.

Mario Botta ha insegnato al Politecnico federale di Losanna, alla Yale School of Architecture e all’Accademia di Architettura di Mendrisio. Tra le sue opere più note, il Museo d’Arte di Lugano, il Museo d’Arte Moderna di San Francisco, il Mart di Rovereto; il restauro del Teatro alla Scala di Milano e i due quartieri generali per Tata in India.
Carlo Dignola è giornalista, scrittore e fotografo

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