Lo scorso mese di agosto, per la quinta volta dal 2019, vescovi di quasi tutte le regioni italiane – compreso il cardinale e presidente della CEI monsignor Matteo Maria Zuppi – si sono trovati a Benevento per discutere i temi dello spopolamento e delle criticità delle aree interne e più fragili del Paese, un tema che sta particolarmente a cuore all’arcivescovo di Benevento monsignor Felice Accrocca, coordinatore di questi eventi. Con loro erano presenti anche i membri dell’Intergruppo parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree fragili” e i rappresentanti del Forum e del Cantiere nazionale Aree interne.
Ne è scaturita una lettera molto coraggiosa destinata al Governo e al Parlamento che ha preso spunto dal preoccupante aggiornamento del Piano strategico nazionale per le aree interne del Governo. Il testo infatti suggerisce l’abbandono di ampie zone dove si ritiene le comunità presenti incapaci di invertire la tendenza, e come unica possibilità decreta un “percorso di cronicizzato declino e invecchiamento socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.
I vescovi definiscono questo atteggiamento “suicidio assistito”. Ne abbiamo parlato con monsignor Accrocca.
Da quanto tempo voi vescovi siete attivi per la salvaguardia delle aree interne del Paese?
Nel 2019 la Metropolia beneventana pubblicò la lettera Mezzanotte del Mezzogiorno, indirizzata agli amministratori. In quello stesso anno nacque il “Forum per le aree interne” che non interessava in primo luogo i vescovi ma i politici, gli amministratori e quanti erano impegnati nell’attività sociale e amministrativa. Nel 2021 ci siamo resi conto che era anche un problema pastorale, perché diversa è la pastorale urbana o metropolitana rispetto a quella delle aree interne. Da allora iniziai a convocare i vescovi a Benevento: ci vediamo ogni anno per mettere a fuoco una pastorale idonea per i nostri territori.
Collaborate anche con l’Intergruppo parlamentare “Sviluppo Sud, Isole e Aree Fragili”, è vero?
Esattamente! Abbiamo consegnato loro ufficialmente la lettera Uno sguardo diverso, diretta al Governo e al Parlamento, lettera che ha trovato anche la convergenza del presidente dell’ANCI, Gaetano Manfredi.
Da parte della politica ci sono stati dei riscontri?
Ho notizia, appresa da Avvenire, della disponibilità del Ministro per gli affari europei, le politiche di coesione e il PNRR Tommaso Foti a discutere e fare un percorso con i vescovi. Il gruppo interparlamentare ha scritto una propria lettera al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Presidenti del Senato e della Camera, al Ministro Foti, nella quale si chiede di «avviare un’opportuna e utile interlocuzione con la CEI e lo stesso Intergruppo parlamentare, affinché possano essere trovate le più giuste e appropriate soluzioni per le aree interne».

Quest’anno al vostro convegno tenutosi ad agosto hanno partecipato vescovi di ben 11 regioni.
In passato siamo arrivati anche a 13 e 14. Ci sono vescovi del nord Italia che ormai vengono spesso, come il vescovo di Asti, il vescovo di Piacenza, il vescovo di Imola, il cardinale Zuppi – che oltre a essere presidente della CEI è arcivescovo di Bologna – due vescovi toscani; quest’anno, per la prima volta, erano presenti anche due vescovi marchigiani.
Insomma, tutta la penisola è coperta. La vostra lettera che lei ha citato chiama in causa il Piano strategico nazionale delle aree interne, un documento che aggiorna la strategia avviata nel 2014 per contrastare lo spopolamento introducendo una novità controversa: l’ipotesi di spopolamento irreversibile. Si tratterebbe di aree in cui il declino demografico accelerato, l’invecchiamento della popolazione e la perdita di servizi essenziali fanno ritenere improbabile una ripresa insediativa. Voi definite questa strategia come un abbandono terapeutico, un suicidio assistito.
Non siamo noi a definirlo così, lo dice il Governo. Un’assistenza per una morte dolce. Noi parliamo di esperienze di rigenerazione coerenti con le realtà locali, in grado di rilanciare le identità rispetto alla frammentazione in corso. Chiediamo di incoraggiare il contro-esodo con misure economiche gestibili e le imposte. Sarebbe necessaria una tassazione non dico agevolata, ma con aliquote diverse. Un bar di un paese dell’entroterra non può pagare le stesse tasse di un bar che si trova all’uscita della metropolitana in centro a Milano, e che alla mattina alle otto ha già fatturato centinaia di caffè mentre il bar di un paesino alla sera ne ha fatti una decina, quando va bene. Possono pagare la stessa aliquota? Ma se muore un piccolo bar o un piccolo negozio in un paese, muore anche il paese. E il problema è uguale al nord, al centro, al sud. Anche in Piemonte ci sono zone dove ci sono più caprioli e cinghiali che persone.
Ogni tanto si sentono proposte per risolvere il problema che dire bizzarre è poco, come quella di un sindaco che offre 100mila euro a chi va a vivere in un paese disabitato. Che ne pensa?
Proposte così estemporanee slegate da un progetto serio sono destinate a scomparire. La politica è poco abituata ad agire con processi a medio o lungo termine. Proprio per questo la questione non si è mai affrontata con serietà: chi governa teme sempre di lasciare i frutti a chi verrà dopo di lui, che potrebbe essere suo avversario. La politica è sottoposta alla tirannia dei sondaggi: si dice una cosa, si vede la reazione, si aggiusta il tiro se la sparata non è andata come si desiderava. L’Italia è un paese in perenne campagna elettorale, dove si promette tutto grazie anche alla soglia critica molto bassa degli elettori.
Nelle aree interne c’è poi la carenza di strutture sanitarie e scolastiche.
Se muore la scuola, come mostra il bel film di Riccardo Milani Un mondo a parte (2024), muore il paese. Ma anche se chiude un negozio muore il paese. Un negozio non mi dà solo un prodotto, mi dà qualità di vita e socialità. Per questo è necessaria la collaborazione di tutti: anche gli abitanti devono essere disposti a pagare un prezzo per questo. Non è possibile che chi abita nel piccolo centro vada poi a fare spesa al più vicino centro commerciale, perché più conveniente: così il piccolo negozio muore, ma il paese finisce per seguirlo. Un altro aspetto che la politica dovrebbe tenere in conto è la ripartizione delle risorse, finora ripartite con oggetto proporzionale rispetto alla popolazione.
Più persone = più risorse, meno persone = meno risorse?
Esatto. I territori interni che hanno meno popolazione e quindi meno risorse, hanno però più chilometri di strade da asfaltare, hanno condotte per l’acqua più lunghe, hanno un territorio meno facile da gestire: nella ripartizione delle risorse lo si dovrebbe considerare. Noi che siano nelle aree interne abbiamo più chilometri di strade della provincia di Napoli, che ha la concentrazione di popolazione più alta d’Europa…

Nella vostra lettera affermate che è necessario elaborare progetti che promuovano la coesione sociale, favoriscano “la restanza”, soprattutto perché i giovani costruiscano il proprio futuro nei luoghi dove sono nati, frutto di un processo dal basso fondato sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali. Lo si può definire un metodo sussidiario?
La strada è quella… Un giovane va sempre sostenuto, che voglia restare o anche partire; tra quelli che partono ce ne sono diversi che, dopo un certo periodo, sono desiderosi di tornare per investire il capitale di idee e esperienze accumulate. Quello che manca al Piano strategico è pensare in maniera omogenea, perché mandare a morire questi territori non sarebbe indolore per il resto d’Italia. Manca la visione che era propria di san Paolo, quando parlava della Chiesa utilizzando la metafora del corpo umano: se un membro sta male, tutto il corpo sta male. Con la morte di una parte del territorio, quanti disastri ambientali ne verrebbero per la parte restante? E che dire poi della perdita di parte di quell’immenso patrimonio artistico-architettonico che fa dell’Italia intera un museo a cielo aperto? Ogni paese, ogni borgo (anche il più piccolo, anche di poche case) di questa nostra splendida nazione può vantare infatti un castello, una torre, una chiesa, un piccolo agglomerato degno di nota.
