Quadrimestrale di cultura civile

Dialogo e consapevolezza culturale

di Salvatore Abbruzzese / Docente di Sociologia generale all’Università degli Studi di Trento

Il problema identitario Il problema dell’identità culturale è stato posto in Italia, e nell’intera Europa, con particolare pregnanza dal sempre più rilevante fenomeno dell’immigrazione. Diversi testimoni e molti indicatori presentano le nuove ondate immigratorie come un fenomeno irreversibile: troppi gli elementi che ancora concorrono ad alimentarle e abbastanza lontano è il punto di crescita che permetterà condizioni minime di dignità umana e di opportunità di sviluppo nei Paesi di partenza, consentendo di limitare il numero di quanti scelgono di emigrare. Esistono diversi tipi di immigrazioni per etnia, ceto e culture d’origine, ma anche per strategie di presenza. Occorre saper differenziare le dinamiche di un’immigrazione propulsiva come quella cinese, capace di organizzarsi e svilupparsi in modo assolutamente autoreferenziale, la cui richiesta verte sulla possibilità di operare nel mercato con regole più ampie rispetto a quelle esistenti, da quelle delle immigrazioni mediterranee e dei Paesi dell’Est, in cerca di inserimento occupazionale nel mercato del lavoro nazionale e da quelle momentanee, rappresentate, almeno in parte, dai popoli dell’Africa sub-sahariana, presenti in Italia spesso in modo transitorio e per brevi periodi. Accanto alla pluralità dei fenomeni immigratori e delle domande peculiari a ciascuno di essi, è necessario aggiungere i danni procurati dalle scarse risposte istituzionali. I percorsi di adattamento si sono spesso risolti in modo perverso, generando asimmetrie e conflittualità tali da provocare sia la decomposizione delle realtà locali, con la nascita di “isole etniche”, sia generando tensioni e conflitti nel territorio ridisegnato dalle nuove mappe residenziali. La sociologia è la disciplina che più di ogni altra ha il dovere di fornire criteri di analisi e metodologie di intervento. Oltre un secolo e mezzo di studio sui gruppi sociali, sul loro rapporto con le istituzioni e le loro dinamiche interne, le consentono di descrivere e analizzare il fenomeno immigratorio così da offrire a tutti un quadro più chiaro sui problemi emergenti e sui possibili interventi. Il dibattito tra integrazionisti e identitari, infatti, avviene spesso in modo assolutamente indipendente dall’analisi dei processi in corso. Per scegliere forme e tempi di accoglienza, occorre certamente chiedersi a quali condizioni e con quali possibilità concrete è possibile accogliere singoli soggetti e nuclei famigliari, offrendo loro un mercato del lavoro legale che possa occuparli e un mercato della casa che possa riceverli; non di meno, è importante anche chiedersi a quali condizioni l’immigrazione può effettivamente configurare un confronto tra culture e perché questo dovrebbe essere non solo auspicabile, ma necessario. Un’analisi riduttiva e insostenibile Troppo spesso si parla della società multiculturale come di una specie di contenitore di popoli, culture e tradizioni. Una società divisa per segmenti etnici giustapposti, l’uno accanto all’altro, non solo costringe a un regime di contrattazione permanente ed è sempre a rischio di destabilizzazione, ma soprattutto si configura come un semplice aggregato di micro-società, ciascuna con la propria cultura, il proprio calendario e la propria lingua. A rigore, una società multiculturale in senso stretto è semplicemente inverosimile, né si è mai verificata nel corso della storia. Tutti gli esempi di intreccio e dialogo tra culture prodottisi nel passato non sono mai avvenuti in altrettante “terre di nessuno”, bensì all’interno di spazi culturali e politici definiti da regole istituzionalmente rigide che garantivano una cornice giuridica, ma anche culturale, fondata su principi condivisi. La mancata visibilità della società italiana sotto il profilo culturale costituisce uno dei principali ostacoli affinché le regole abbiano capacità di vincolare, anche oltre i controlli e le possibilità di sanzione. Una tale mancanza di consistenza culturale è la diretta conseguenza del giudizio di irrilevanza sostanziale verso tutti i tratti che definiscono la cultura nazionale, dalla lingua alla storia, dai valori etici agli universi simbolici. Questo giudizio deriva da un’analisi che vede nelle culture solo letture della realtà equivalenti fra loro e che, proprio in conseguenza della loro variabilità a seconda delle aree geografiche e delle diverse epoche, rivelerebbero il loro intrinseco relativismo. Il loro ancoraggio a storie e contesti sociali specifici ne precluderebbe la potenziale universalità. In questa prospettiva ogni cultura, dato che va oltre gli strumenti linguistici e le tecniche, significherebbe sempre e comunque una deviazione dalla riflessione razionale, una pura azione affettiva ed emozionale risultante da legami con luoghi e simboli, appresi e fatti propri nel corso del processo di socializzazione. Ogni cultura non si riduce, tuttavia, a esprimere ciò che la realtà per essa è, ma produce anche una gerarchia di priorità e propone valori di riferimento che, proprio perché provenienti da una lettura relativa del reale, sono anch’essi relativi. Quindi, i soggetti non avrebbero ragioni per aderire alle specifiche letture del mondo se non quelle del puro legame emozionale, al quale ricorrerebbero in deroga a qualsiasi riflessione razionale: solo questo intorpidimento logico sembrerebbe poter spiegare l’adesione a universi simbolici e a principi guida così singolari e soprattutto così opposti tra loro. Lo stesso pluralismo di letture, positive e normative, della realtà è pertanto la prova della loro indifferenza a ogni processo di verifica empirica e quindi della loro sostanziale irrazionalità. Da tutto ciò consegue che l’adesione a una cultura, in quanto una delle tante visioni del mondo, dovrebbe logicamente essere vissuta come relativa; la coscienza della sua parzialità dovrebbe indurre i soggetti a metterla in disparte ogni qualvolta vadano all’esterno del proprio gruppo sociale. Tuttavia, la progressiva ascesa dei valori post-materialisti - quelli cioè che antepongono alla conquista dei beni materiali il conseguimento di obiettivi non materiali, come la qualità della vita - lascia emergere la crescente tendenza a vivere in modo consapevole, quando non addirittura ostentativo, queste stesse culture relative. L’estrema variabilità di quest’ultime sembra essere assolutamente ininfluente ai fini della forza con la quale i soggetti le fanno proprie, le mantengono e le trasmettono da una generazione all’altra. Cultura come lettura adeguata della realtà L’analisi riduttiva appena esposta, che vede le diverse culture come il risultato di un’acquisizione passiva e l’oggetto di una trasmissione inconsapevole, è in realtà profondamente insostenibile. Esistono ambiti nei quali gli ostacoli culturali sono francamente inesistenti. La costante capacità di arrivare a transazioni e accordi in campo produttivo, commerciale e scientifico, testimonia come siano possibili intese e progetti comuni, al di là delle specificità culturali. L’intero ambito dell’agire pratico non pone affatto problemi insormontabili: la percezione del proprio interesse risulta essere un passaporto universale, sufficiente per realizzare qualsiasi scambio. Ammettere che la capacità di dialogo valga solo per gli accordi commerciali e politici vuol dire ammettere una vera e propria esistenza a due livelli. I soggetti finirebbero con il vivere in una sorta di realtà duale: coerente e razionale ogni qual volta perseguono dei fini e mirano ai propri interessi, emozionale e relativa ogni volta che sostengono e difendono i valori che si riconducono alla propria cultura. Essi sarebbero attori sociali logici nella realizzazione dei loro interessi materiali, mentre si comporterebbero illogicamente, privilegiando le emozioni alla ragione, nello scegliere tra fini dell’esistenza, oppure tra criteri di giudizio e di valutazione normativa delle azioni. Ora, un simile soggetto sociale, razionale negli interessi e irrazionale nei valori, cosciente nel definire obiettivi e strategie ed emotivamente compromesso nell’aderire alla cultura e ai valori del proprio popolo, è assolutamente improponibile, in quanto presupporrebbe una scissione dell’unità della persona. Nei fatti, tutti vivremmo una sorta di vita a due velocità, dove gli interessi materiali e gli obiettivi analizzabili in termini di costi/benefici sarebbero gli unici atti umani realmente razionali, mentre l’universo culturale, simbolico e normativo, avendo ragioni e dinamiche proprie, non sarebbe affatto in grado di confrontarsi con la realtà. Per tale strada, qualsiasi dialogo culturale sarebbe impossibile, se non a condizione di accettare la relatività, quindi l’irrilevanza, di ogni elemento che lo caratterizza. L’analisi dei processi storici dimostra come le culture si trasformino e i modi di concepire la realtà e la propria esistenza siano profondamente influenzabili dai periodi storici. Si pensi al senso di precarietà che può coinvolgere intere popolazioni per periodi più o meno lunghi, modificando profondamente la visione condivisa e convissuta della realtà e dei rapporti sociali1; oppure ai diversi processi culturali che permettono l’affermarsi di valori guida come il primato dell’individualismo2, il rifiuto delle militanze politiche e normative3, o addirittura lo stesso relativismo culturale, inteso come tratto unificante l’antropologia accademica con la cultura diffusa4. Le culture variano consistentemente nell’interazione culturale, acquisendo non solo nuove tecniche, ma anche modificando i linguaggi e le visioni del mondo: gran parte della trasformazione di molte culture appare proprio nel corso dei processi di contaminazione con altre. Le culture variano anche consistentemente in relazione ai nuovi risultati della scienza: gran parte del declino dei miti avviene con l’espandersi delle scienze fisico- sperimentali5. Ovviamente, non c’è solo la scienza a scuotere le culture: nuove concezioni del mondo che si impongono su base carismatica possono incidere altrettanto profondamente nel sancire il declino di un intero universo culturale preesistente6. È abbastanza inverosimile credere che tali trasformazioni avvengano con degli attori sociali silenziosi e frastornati dai processi di socializzazione, buoni solo a reiterare all’infinito un determinato universo simbolico e normativo, in modo assolutamente indipendente dall’esperienza7. È improbabile che le trasformazioni culturali che hanno caratterizzato la storia delle culture, a Occidente come a Oriente, si siano prodotte a insaputa dei soggetti e che questi si siano comunque trasformati senza mai averne avuto consapevolezza. È, infine, assolutamente impossibile che adesioni radicali a delle culture inedite - dalle utopie politiche alle religioni di salvezza - si siano prodotte per pura contiguità spaziale, avendo per protagonisti soggetti inconsapevoli. In realtà, non esistono due sfere dell’agire, delle quali la prima usa la ragione, mentre la seconda la rifiuta. Certamente non è possibile che valori e visioni del mondo, cioè le culture, siano verificabili secondo i principi del vero/falso o di un’analisi dei costi/benefici, ma ciò non significa che vengano fatte proprie senza ragioni. In realtà, il soggetto sostiene razionalmente i propri valori e il suo intero universo culturale non ha alcunché di relativo, ma è vissuto e sostenuto da un’analisi costantemente razionale. La ragione non va in vacanza quando si tratta di scegliere tra universi simbolici, e i soggetti sono perfettamente in grado di distinguere i valori che orientano la loro esistenza e le esperienze concrete che intervengono a rinforzarli. Infatti, le gerarchie tra valori cambiano, così come le diverse culture si trasformano al loro interno, procedendo con gli stessi strumenti di coerenza interna e di verifica con la realtà, anche se con ben diversi gradi di precisione concettuale. Culture e valori, prima o poi, sono verificati dai soggetti nella loro capacità di orientarli nelle nuove circostanze storiche e, come tali, diventano oggetto di una scelta consapevole. Ogni gesto di adesione e di fedeltà ai prodotti materiali e ideali della propria cultura è un gesto razionale e il soggetto è perfettamente in grado di distinguere l’elemento puramente emozionale dai valori forti che sostengono la scelta, che scaturiscono dall’incrocio dei presupposti culturali con le esperienze concrete provenienti dalla propria esistenza. Le stesse passioni ed emozioni non sarebbero mai così profondamente sostenute, se non ricevessero il consenso dalla ragione e il soggetto non smette di ragionare quando sceglie di sostenere, alimentare e trasmettere ai propri figli i valori ai quali è stato educato. Prendere sul serio una tale lettura della realtà costituisce il criterio fondamentale e inalienabile per qualsiasi dialogo multiculturale, per il quale nulla è più nefasto dell’incrocio tra due concezioni diverse di cultura: la prima identitaria e la seconda relativista. La tolleranza che si instaura è apparente, perchè vengono confrontati e scambiati prodotti sociali dotati di valore profondamente diverso. Là dove per i primi la propria cultura è una lettura adeguata della realtà, verificata attraverso la propria esperienza, per i secondi essa non è che un insieme di propensioni, passioni e gusti comunque relativi ai contesti e mutevoli con il tempo. Per gli identitari costituisce un’eredità che non si vuole abbandonare, mentre per i relativisti essa diviene un insieme di congetture e valori da tenere in disparte, per potersi orientare alla luce dell’analisi delle conseguenze e seguendo solo questa. Il multiculturalismo di superficie si fonda su questo equivoco e la pace sociale che ne risulta non mette affatto al riparo dai futuri conflitti, ma si limita solamente a rinviarli. Solo prendendo sul serio le culture, cioè riconoscendo il lento lavoro di razionalizzazione che i soggetti compiono all’interno di ciascuna di esse, sono possibili un dialogo e un confronto reali. L’essenza di ogni rispetto sociale e la base di ogni riconoscimento culturale consistono nel prendere sul serio la propria cultura di origine. Il recupero del proprio patrimonio culturale Una società caratterizzata da un forte tasso di immigrazione può essere socialmente sostenibile e il pluralismo può non sfociare nella segmentazione, se le diverse culture presenti albergano in uno spazio comune socialmente identificabile attraverso la cultura che lo caratterizza. Pertanto, una società a presenza multiculturale non è affatto un semplice contenitore di popoli, culture e tradizioni, ma il suo esatto opposto. Non sono pertanto l’assenza o il relativismo di valori e stili di vita a favorire il dialogo, bensì la presenza di una cultura consapevolmente acquisita nelle sue ragioni costitutive e recuperata alle proprie ragioni d’esistenza e alle proprie capacità di produrre istituzioni e società civile, norme e legame sociale. È noto come l’impatto con le ondate immigratorie sia stato un’occasione per i Paesi ospitanti di potersi confrontare con le proprie culture, scoprendo ancora di averle. Ma ogni cultura può tanto più confrontarsi con le altre, quanto più è capace di scoprire il nesso tra i suoi valori, le sue concezioni del mondo da un lato e i suoi prodotti dall’altro, cioè i risultati che è stata capace di conseguire sia in termini di opere che di istituzioni. Al contrario, niente appare più deleterio per il dialogo tra culture che il progressivo evaporare di una di queste, e nulla produce un simile risultato più dell’analisi riduttiva delle culture come riferimenti contingenti e variabili, relativi al singolo periodo storico e alla specifica temperie culturale. Si arriva così al problema antropologico sostanziale, che è quello dell’uomo. A ben vedere, un soggetto che fa proprio un universo culturale, una lingua, una storia e una memoria storica in modo irriflesso, non è tanto un soggetto ipersocializzato, quanto un soggetto depotenziato. Infatti, se valori e interpretazioni della realtà sono acquisiti e tollerati in modo automatico e incosciente, significa che hanno un’importanza relativa nella vita del soggetto, sono cioè superficiali e contingenti. Il principale conflitto che si sviluppa in Italia, in conseguenza dell’attuale shock immigratorio, non sembra essere il risultato dello scontro tra tolleranza da un lato e fondamentalismo dall’altro, quanto piuttosto l’esito di un cortocircuito tra culture identitarie, capaci di veicolare un legame sociale da un lato e invisibilità culturali, di fatto indifferenti, dall’altro. Un simbolo religioso è insopportabile per chi appartiene a un’altra religione non solo quando, implicitamente, la mette in crisi, ma anche, e soprattutto, quando non veicola più una collettività che vi creda e ne faccia il riferimento della propria esistenza, riducendosi a un orpello inutile, lasciato solo per provocazione. Le ondate immigratorie e il dialogo multiculturale fanno emergere così l’esigenza del recupero di un patrimonio di principi e di fedi, tanto laiche quanto religiose, lasciato in stato di precario abbandono nella società della razionalità strumentale. Solo recuperando le ragioni dei propri valori e quelle della propria visione del mondo si può iniziare un vero dialogo. Dare le ragioni della propria fede è un principio incontrovertibile per i credenti, ma può esserlo anche per i laici, dato che è l’unico modo per permettere un autentico confronto tra culture diverse.

 

Note e indicazioni bibliografiche 1 Cfr. J. Delumeau, La peur en Occident, Fayard, Paris 1978. 2 Cfr. C. Lasch, La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano 1981; C. Lasch, L’io minimo, Feltrinelli, Milano 1996. 3 Cfr. G. Lipovetsky, Le crépuscule du devoir, Gallimard, Paris 1992. 4 Cfr. A. Finkielkraut, La défaite de la pensée, Gallimard, Paris 1987. 5 Cfr. M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1973. 6 Cfr. M. Weber, Economia e Società, Comunità, Milano 1980. 7 Simili ostinazioni si spiegano molto di più con delle tensioni storiche e politiche, quando non addirittura con dei veri e propri conflitti, le prime quanto i secondi comunque contingenti