Il problema delle tasse Eccoci di nuovo qui, e sono onorato, perché so che siamo tutti qui per le stesse ragioni: l’amore per il nostro Paese e la preoccupazione per il nostro futuro. Molti americani hanno questa preoccupazione stasera. Si preoccupano di come stanno andando le cose oggi nel nostro Paese. Alcuni temono che esso sia all’inizio di un declino. Lo abbiamo già sentito questo malessere. Naturalmente la questione Iraq occupa gran parte di queste preoccupazioni. Non solo sta diventando difficile, ma il nostro sforzo viene attaccato su tutti i fronti, da quelli che qui da noi lo utilizzano per basse ragioni di politica, alle critiche che ci arrivano da tutto il mondo. Persino mentre godiamo dei benefici di una delle migliori situazioni economiche che abbiamo mai avuto, la gente sembra incerta e solleva preoccupazioni circa la competizione globale o la crescente disparità economica tra i nostri cittadini. Queste sono sfide, ma il modo in cui intendiamo reagire a esse è più importante delle sfide stesse. Alcuni vogliono, laddove è possibile, che ci ritiriamo da un mondo così pieno di problemi, sperando che così essi possano sparire. Alcuni ci spingono verso politiche di commercio protezionistiche. Altri vedono una soluzione nell’aumento delle tasse e nella redistribuzione dei redditi tra i nostri cittadini. È tutto sbagliato: queste sono politiche difensive, disfattiste che hanno dato prova di aver fallito, e non sono ciò di cui ha bisogno l’America. Ma parliamo prima di tutto delle questioni interne: molti a Washington sono affetti da un’idea sbagliata della nostra economia e confondono il benessere del nostro governo con la ricchezza della nazione. Anche Adam Smith sottolineò lo stesso problema ai suoi tempi, quando molti governi confondevano il patrimonio del re con la ricchezza del Paese. Le tasse sono necessarie, ma non rendono più ricco il Paese: esse spostano semplicemente il denaro dal settore privato allo Stato. Ma le tasse sono anche un peso per la produzione, perché scoraggiano le persone dal lavorare, risparmiare, investire e correre dei rischi. Alcuni economisti hanno calcolato che oggi ogni dollaro in più raccolto dallo Stato con l’aumento dell’aliquota di tassazione del reddito rende il settore privato più povero di due dollari. Questo per me significa una sola e semplice cosa: le aliquote delle imposte devono essere le più basse possibili. Non è nulla di ideologico, né è una grande intuizione: è l’aritmetica del buon senso. Ecco perché l’economia vede un boom quando le tasse vengono tagliate. Quando ci furono i tagli alle imposte con il governo Kennedy negli anni Sessanta, l’economia ebbe un boom. Quando Reagan abbassò le tasse nel 1981, passammo da una situazione di malessere economico a una nuova alba americana. E quando George Bush diminuì le tasse nel 2001, riuscì a portare l’economia in declino che aveva ereditato a una fase di espansione economica, nonostante l’11 settembre, la bolla del Nasdaq e gli scandali aziendali. Naturalmente, i democratici vogliono alzare le tasse e dicono di volerle alzare solo ai ricchi. Un consiglio a chi fa parte della classe media: statene alla larga. Non sarebbe grandioso se, invece di preoccuparci tanto su come dividere la torta, lavorassimo tutti insieme per rendere la torta più grande? Per quel che riguarda la globalizzazione, noi non la temiamo, perché funziona a nostro favore. Noi innoviamo di più e investiamo meglio in innovazione di chiunque altro al mondo. Lo stesso vale per i servizi, che stanno sempre più trascinando la nostra economia. Il libero commercio e le economie di mercato hanno contribuito alla libertà e alla prosperità più di quanto potesse mai sognarsi un programmatore centrale, e noi siamo l’esempio migliore al mondo di questo. Perché vogliamo togliere i dollari dall’investimento nella crescita e investirli nel governo? I conti pubblici Direi che il flusso di cassa per il governo sta andando già molto bene. Nell’ultimo anno, l’attuale struttura delle imposte ha generato livelli record di entrate per Washington. È giunta l’ora di considerare seriamente cosa stiamo ottenendo per il nostro “investimento” nel governo. Da diversi anni, molte funzioni del governo federale sono decadute a uno stato penoso di cattiva gestione e mancanza di responsabilità. Ho pubblicato un rapporto di 68 pagine sugli sprechi, le duplicazioni e l’incapacità del governo di portare avanti alcune delle proprie responsabilità di base. Questo è avvenuto prima dell’11 settembre e ha attirato poca attenzione. Ora, le mancanze del governo hanno colpito la nostra sicurezza nazionale e ricevono quindi molta più attenzione. La crescita della presenza dello Stato non risolve questi problemi, semmai li causa. Ogni livello di nuova burocrazia che si crea sviluppa un livello di burocrazia sottostante, che a sua volta ne crea un altro. Presto nessuno sarà più responsabile del sistema. Il nuovo capo di un dipartimento, o di un ente, arriva da fuori dopo una prolungata lotta per essere confermato e vuole spendere i suoi anni a Washington per fare grande politica e risolvere i problemi nazionali, non certo per combattere con i propri burocrati. Quindi tutto è lasciato a se stesso e i risultati si vedono presto: dipartimenti che non riescono a superare una verifica, il sistema informatico che non funziona, l’intelligence che perde colpi, ecc. Tuttavia, in entrambi i partiti vi è chi continua a cercare di federalizzare o regolare a livello nazionale sempre più aspetti della società americana, da sempre trattati a livello statale e locale. Dobbiamo ricordarci che gli stati servono da laboratori politici per l’innovazione e la competizione: ecco come siamo arrivati alla riforma del welfare. Il nostro sistema tiene conto delle diversità del nostro grande Paese. Il nostro atteggiamento dovrebbe essere: lasciamo fare al governo federale quello che dovrebbe fare, in modo competente. In tal caso, potremo anche dargli qualcos’altro da fare. Il governo potrebbe iniziare garantendo sicurezza ai confini nazionali: una nazione sovrana che non sa fare questo non è una nazione sovrana. Solo secondariamente questa è una questione d’immigrazione: è principalmente una questione di sicurezza nazionale. Venti anni fa ci è stato detto che se avessimo prodotto una soluzione globale, avremmo risolto il problema dell’immigrazione illegale. Dodici milioni di clandestini dopo, ci viene ridetta la stessa cosa. Non credo che la maggioranza degli americani sia tanto preoccupata dei 12 milioni che sono già qui, quanto dei prossimi 12 milioni e degli altri 12 milioni che li seguiranno. Credo che stiano pensando: «Dimostrateci che siete in grado di difendere i confini e allora le persone di buona volontà penseranno a risolvere il resto dei problemi, proteggendo tutti quelli che rispetteranno le regole». Il futuro delle nuove generazioni Parlando di riforme e della nostra economia, non c’è niente di più urgente del destino che attende i nostri programmi Social Security e Medicare. La buona notizia è che viviamo più a lungo, però non abbiamo abbastanza giovani lavoratori che possano finanziare questi programmi con le loro tasse. Dicono che questi programmi stiano andando in bancarotta. Non andranno in bancarotta. Anche se questi programmi succhiassero ogni centesimo delle entrate del governo, la gente di Washington imporrà le tasse necessarie per coprire la spesa. Di questo passo il governo federale si avvia a diventare nient’altro che un agente di trasferimento, che trasferisce il benessere da una generazione all’altra. E questo provocherà la distruzione della nostra economia. A volte credo di essere rimasto l’ultimo a credere ancora che porre dei condizionamenti sia una buona idea. La professionalizzazione della politica toglie il coraggio: il desiderio di mantenere il proprio impiego e di non dispiacere a nessuno cancella tutto il resto, anche se danneggia il Paese. Così il problema dello stabilire chi ha diritto alle prestazione è continuamente rimandato, e la premessa pare essere che la nostra generazione è troppo avara per aiutare la prossima generazione. Credo che sia vero il contrario: se, per esempio, i nonni ritengono che un loro piccolo sacrificio possa aiutare i loro nipoti quando questi si sposeranno, per comprare una casa o avere dei figli, risponderanno positivamente a una richiesta credibile di questo sacrificio, cioè se credono che il loro sacrificio non andrà a finire in qualche buco nero del governo. Citerò il mio amico Tom Coburn, senatore dell’Oklahoma: anche se si tratta di una conversazione privata, non credo che se ne avrà a male. Mi ha detto: «Si parla molto di questioni morali, ma la questione morale più grande per la nostra generazione è che stiamo mandando in bancarotta la prossima generazione. La gente dice di voler cambiare la situazione. Ecco, potremmo cambiare per davvero la situazione delle generazioni future». Un dialogo per le riforme Dato il piccolo scarto di numeri sia alla Camera che al Senato, occorrono larghe intese per avere qualche possibilità di una reale riforma in queste aree. E ci sono molte persone responsabili che sono disposte a far sì che tali riforme avvengano. Ma il livello d’intesa necessario per un progresso reale potrà essere ottenuto solo quando i politici si renderanno conto che questa è la richiesta del popolo americano. Ecco perché i leader delle riforme, e speriamo anche il nostro prossimo presidente, riceveranno un mandato per rivolgersi direttamente al popolo americano con verità e chiarezza. In questi giorni a Washington si discute tantissimo sulla necessità del dialogo: dovremmo parlare di più con i nemici della nostra nazione, dovremmo parlare di “verità al potere”. Tuttavia, chi parla guarda di solito nella direzione sbagliata e, invece di parlare tra di loro, i leader dovrebbero parlare di più con il popolo americano. Il messaggio sarebbe semplice: «Amici miei, siamo entrati in una nuova era. Verremo messi alla prova in molti modi ed è possibile che rimarremo sotto attacco per lungo tempo. È ora di fare un bilancio ed essere onesti con noi stessi. Dobbiamo fare meglio tantissime cose. Ecco quello che è necessario fare ed ecco il perché. So che ora che vi è stato chiesto, farete tutto quanto è necessario per il bene del nostro Paese e per le future generazioni. Come avete sempre fatto». Quando gli americani risponderanno a questo invito, e so che accadrà, avremo le larghe intese di cui abbiamo bisogno.
Estratto dal discorso tenutosi alla cena annuale del Lincoln Club of Orange County il 04/05/2007.