L’immigrazione islamica in Occidente Le sempre più frequenti rivendicazioni identitarie da parte degli immigrati islamici stanno dando vita in Europa a un diffuso allarme sociale. C’è, infatti, una richiesta di riconoscimento giuridico collettivo che non sempre è compatibile con il paradigma individualista del nostro sistema dei diritti. Si avverte, inoltre, di fronte al pensiero forte di queste comunità, la paura di tanti, anche intellettuali e dirigenti politici, che gli europei appaiano decisamente tiepidi, se non proprio freddi, nei confronti delle loro radici culturali, e dunque vulnerabili nelle proprie strategie identitarie, se non al prezzo di un ripristino del cristianesimo quale centro della vita pubblica. Questi timori sarebbero impensabili se dietro il fenomeno dell’immigrazione non ci fosse la realtà geopolitica dell’Islam contemporaneo, avvertito, a torto o a ragione, dopo la fine della Guerra fredda, come ostile e antagonista. Si potrebbe dire che il problema del rapporto tra Occidente e Islam ha un carattere “globale”, nel senso che riguarda, simultaneamente, sia questioni interne, con riferimento alla società multietnica e ai problemi dell’integrazione dei musulmani nelle società occidentali, che esterne, con riferimento alle relazioni internazionali. La crisi delle politiche dell’integrazione europea Innanzitutto, stanno venendo alla luce i limiti delle politiche d’integrazione finora perseguite in Europa. Gli attentati di Londra fecero emergere limiti e contraddizioni del modello multi-etnico inglese, che consente la formazione di veri e propri ghetti, in cui hanno successo strategie identitarie violentemente antagoniste rispetto alla società occidentale. D’altra parte, le rivolte nelle banlieue francesi fanno riflettere anche sulle incongruenze del modello assimilazionista francese, la cui filosofia repubblicana mostra un profilo nettamente etnocentrico. Occorre oggi fare i conti con il carattere dinamico del fenomeno islamico e soprattutto dell’Islam d’Occidente, fenomeno irriducibile all’interno delle strategie della multi-etnicità. Basti considerare quanto sta avvenendo tra i giovani islamici: gli immigrati di seconda e terza generazione tendono generalmente a far prevalere l’identità islamica su quella del Paese d’origine. Nell’Islam d’Occidente, infatti, la sharia assume un ruolo centrale nelle strategie identitarie: la legge coranica viene considerata al di sopra di quella civile, perchè punto d’incontro di musulmani provenienti da diverse realtà etniche e politiche. Naturalmente, della legge coranica vengono privilegiati gli aspetti imperativi, senza che intervenga alcuna contestualizzazione storica. Ciò favorisce la formazione di un mondo sociale parallelo ostile all’Occidente (si pensi a certe moschee dove si fa aperta propaganda jihadista o, addirittura, usate come piazza di reclutamento). Di fronte a questi mutamenti, persino i tradizionali concetti di “tolleranza” e di “libertà individuale” mostrano i propri limiti e il problema si pone in particolar modo con riferimento alla famiglia. Molte giovani donne islamiche hanno denunciato un peggioramento della loro condizione rispetto a quella delle madri. Le violenze sono in aumento, i maschi sono sempre più aggressivi. Si può dire che la questione femminile è il punto in cui viene alla luce tutta la complessità del rapporto odierno tra Occidente e Islam. I problemi più delicati si pongono allorchè si tratta di conciliare forme di pluralismo istituzionale e sociale tipiche dell’Occidente, che fanno riferimento tutte all’indiscussa supremazia della legge, e gruppi minoritari che ritengono la sharia legge inderogabile anche nei Paesi occidentali dove essi vivono. Lo Stato non può certo accettare che il diritto alla preservazione dell’identità culturale venga utilizzato per dar vita a una comunità autoreferenziale sul piano giuridico, nè può restare passivo di fronte a un fenomeno di rifiuto della legge del Paese ospitante che mira a radicalizzare la sfida dell’integralismo islamico all’Occidente. Al tempo stesso, però, non si può pensare di imporre con la forza il modello della famiglia occidentale in tutti i suoi aspetti a chi porta con sè una famiglia già “organizzata”; tanto più se si vuole evitare la chiusura a riccio dell’Islam d’Occidente in chiave antagonistica rispetto alle nostre società. Può aversi, invece, un approccio soft all’affermazione in ambito islamico della cultura occidentale dei diritti, attraverso la riscoperta della componente “illuministica” del welfare state - componente snobbata dai conservatori e disprezzata dai rivoluzionari. All’origine del welfare, tanto euro-continentale che anglo-americano, c’è la convinzione che l’innalzamento delle condizioni generali di vita comporti un aumento della capacità di far valere i propri diritti e una più forte coscienza critica. Le politiche di welfare, infatti, contribuiscono a “rimuovere” gli ostacoli (di cui parla l’articolo 3, II comma, della Costituzione italiana) al pieno dispiegarsi della personalità. In questo senso, esse oggi sono reinterpretabili come strumenti d’integrazione sociale ed etnico-culturale. Con riferimento all’Islam d’Occidente, occorre tenere presente che l’emancipazione della donna islamica non può essere solo il risultato di una tutela formale dei diritti fondamentali degli individui assicurata dallo Stato. Sono altresì necessarie misure sociali che permettano alla donna islamica d’Occidente di avere una qualche forma d’indipendenza economica, per potere reagire agli abusi che un assetto autoritario della famiglia consente di consumare ai suoi danni. Occorre offrire a queste donne una rete di protezione sociale e culturale che consenta loro di restare musulmane combattendo, nel medesimo tempo, il radicalismo che abbacina le giovani generazioni di musulmani. Che l’islamismo costituisca una minaccia per l’Occidente non ci pare, infatti, possa essere negato. Esso mette in discussione, in modo radicale, i valori su cui la nostra civiltà è fondata: la distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, la sacralità della coscienza individuale, il primato della persona sugli ordinamenti pubblici e religiosi, la secolarizzazione della politica. Ma esso costituisce una minaccia anche per il mondo islamico, che cerca, nella sua stragrande maggioranza, una via alla modernità e al costituzionalismo, senza dover rinunciare alla propria tradizione culturale. Si tratta di uno sforzo che nei Paesi islamici, e nelle “nostre” comunità islamiche, stanno compiendo soprattutto le donne. Nord e Sud del Mediterraneo. Un divario ancora troppo grande Intorno alla questione femminile ruota anche gran parte del confronto tra Nord e Sud del Mediterraneo, tra Europa e Islam. Se una via islamica alla democrazia esiste, questa passa attraverso la parificazione dei diritti tra uomo e donna. L’individuazione o la costruzione di una tale via costituirebbe la più radicale smentita della teoria del conflitto di civiltà. Nulla come la questione femminile ci invita a comprendere quanto grande sia il divario tra le due sponde del Mediterraneo. Se nel Nord del Mediterraneo ci si batte perchè le azioni positive finalizzate a garantire le pari opportunità siano poste alla base di un vera riforma del welfare, nella sponda sud il problema è quello di abbattere le barriere imposte dalle leggi che riducono drasticamente gli spazi di libertà fruibili dalle donne. Sulla sponda nord, attraverso un lento processo avviatosi negli anni Sessanta, si è realizzata un’effettiva parità delle opportunità di genere. Oggi, il gioco della politica non è più solo maschile, e la qualità dei ruoli politici è il fatto più interessante di questa rivoluzione prodotta dalle donne e che va al di là dei tradizionali obbiettivi del femminismo. Come ha avuto modo di osservare qualche tempo fa Dahrendorf, le donne al vertice del potere non sono più impegnate nei tradizionali ruoli femminili dell’istruzione e degli affari sociali, ma le loro aspirazioni si rivolgono in particolare alla politica estera. Tutto ciò sta provocando cambiamenti nello stile politico. La concretezza delle donne su questo piano si sente: non sono certo i valori più soft quelli che sembrano maggiormente praticati da donne come la Merkel, la Rice, la Clinton, la Royal. Dobbiamo rassegnarci a considerare tutto ciò un patrimonio di progresso e di civiltà esclusivamente del mondo occidentale? È così utopistico pensare al Mediterraneo anche come a una Koinè, una comunità in cui i diversi linguaggi sono un elemento di ricchezza e di crescita e non di scontro o paralisi? Le regioni che si affacciano sul Mediterraneo, per la loro storia, per le differenze che si esprimono attraverso le culture dei diversi Paesi, per i conflitti che storicamente hanno travagliato quest’area, danno vita a un vero continente. Un continente liquido, nel quale il conflitto non nasce dalla contesa su un territorio disputato, ma dalla rivendicazione di una supremazia più culturale che politica, più finalizzata ad affermare il primato morale di una civiltà che a imporre un potere economico e militare sul resto del mondo. Anche la sfida lanciata dai terroristi va letta in questa chiave. L’attacco jihadista all’Occidente non è solo una guerra di conquista territoriale. Esso è soprattutto una guerra all’universo simbolico dell’Occidente, tesa a creare uno stato psicologico di insicurezza permanente e a minare in questo modo le basi della convivenza civile. D’altra parte, se è vero che questa guerra ha le sue radici nel Mediterraneo, è anche vero che proprio nel Mediterraneo ha la sua soluzione. L’evoluzione dell’organizzazione della famiglia è, ovunque nel mondo, il più importante degli indicatori di cui disponiamo per misurare sviluppo economico, trasformazioni del mercato ed evoluzione delle culture sociali. Ma lo è in modo del tutto particolare nel Mediterraneo, dove la famiglia è, da sempre, al centro dell’organizzazione sociale.Questa centralità è oggi, purtroppo, anche il simbolo della distanza che separa la sponda nord da quella sud, in cui essa si afferma sostanzialmente a spese della donna. Come ha scritto la Mernissi, la possibilità che le donne conquistino pieni diritti e affermino la loro individualità è la condizione fondamentale perchè la democrazia possa attecchire nel mondo islamico. Se le donne abbatteranno le barriere dell’emarginazione e della discriminazione, con maggiore facilità cadranno anche le altre restrizioni illiberali che caratterizzano le società islamiche, come, per esempio, quelle relative alla libera manifestazione del pensiero. Insomma, se saranno libere le donne, saranno liberi tutti. Non ci sarà, soprattutto, più confusione tra la legge civile e la legge religiosa. L’emancipazione femminile, motore dello sviluppo democratico dell’Islam I movimenti femminili possono aprire la strada all’affermarsi di una vitale società borghese, in cui una classe media si afferma come motore dello sviluppo e garante dei diritti, contro ogni posizione che tenda a imporre il ritorno alla tradizione e al letteralismo che svuota di significato le norme. È questa la condizione perchè si affermi un processo di secolarizzazione che veda la donna eguale non solo sul piano simbolico religioso, ma anche nell’ordine mondano. Non si tratta di infrangere la legge coranica, quanto di liberarsi di ciò che si è consolidato nella tradizione interpretativa, per cancellare ogni asimmetria tra uomo e donna nel campo dei diritti: dall’eredità, al matrimonio, al ripudio, all’affidamento dei figli, all’esercizio della patria potestà, al valore della testimonianza. Si tratta di affermare diritti che attengono in buona parte alla sfera privata, e che risultano ancora misconosciuti anche laddove, nella sfera pubblica, si registrano importanti progressi a favore della donna. Può accadere che Benazir Bhutto sia diventata primo ministro nel suo Paese, che le donne abbiano conquistato l’elettorato attivo e passivo, che studino fino a conseguire i più alti livelli di istruzione. Può accadere che in Marocco, dove il re discende da Maometto, sia in vigore, come osserva la Bonino, «uno statuto della cittadinanza rispettoso delle donne, che garantisce una serie di diritti che neppure le femministe marocchine si aspettano di vedersi riconosciuti». Ma è nella vita privata che non si compiono passi significativi in questo senso. Fintantochè la donna viene considerata ancora la garante della purezza dell’ordine comunitario, e fintantochè essa, come simbolo del desiderio, viene vista come la causa del disordine sessuale, è inevitabile che il controllo del corpo femminile sia un affare che riguarda la comunità e non l’individuo. Riteniamo, tuttavia, che sia possibile in questo campo un’evoluzione, magari lenta, ma inesorabile. La condizione della donna, come vista dai tradizionalisti islamici, non è poi molto diversa da quella che veniva accettata come naturale in tempi ormai lontani da cristianesimo ed ebraismo. In Occidente, certo, la secolarizzazione ha rimosso le norme che segregavano le donne, imponendo l’eguaglianza fra i sessi. Occorre, però, guardarsi dall’etnocentrismo culturale e dal giudicare l’evoluzione sociale del mondo islamico solo sulla base delle forme con cui il processo di emancipazione femminile si è affermato in Occidente. Per esempio, si parla troppo, a mio avviso, del velo islamico e troppo poco del diritto di famiglia, la vera cartina di tornasole per capire se l’emancipazione femminile è un traguardo conseguito. Il velo, infatti, può rappresentare anche un bisogno identitario, che porta la donna musulmana a opporsi a ogni forma di mercificazione dei corpi, o può essere un modo per dire no all’occidentalizzazione del mondo. Il ritorno del velo, dunque, non è necessariamente un segnale di regresso. Esso, può essere considerato anche come il segno di una volontà di emancipazione e crescita culturale nel solco della continuità e del rinnovamento della tradizione islamica. Tale volontà deve trovare nella cultura occidentale interlocutori aperti e autorevoli, che interpretino la tradizione costituzionale europea in modo non statico, ma dinamico, come patrimonio non di una singola civiltà, ma dell’umanità; un patrimonio che può arricchirsi ed evolversi anche attraverso il confronto con l’Islam. Dobbiamo riuscire a spiegare il nostro Stato di diritto e dobbiamo anche riuscire a “piegarlo” a universi lontani dai nostri, perchè maturati sulla base di aspettative di vita più difficili, più tormentate di quelle che riguardano un normale cittadino europeo. L’etnocentrismo giuridico-culturale, principale ostacolo al dialogo tra le civiltà Quando ci interroghiamo sulla possibilità di superare alcune difficoltà che oggi non consentono un dialogo sereno tra cultura occidentale e islamica, dobbiamo innanzitutto rispondere a una domanda: si può costringere qualcuno a essere libero contro la propria volontà? Riteniamo di no. Lo si può educare. Si può, attraverso l’integrazione sociale, mettere a confronto valori e stili di vita che possono, per esempio, portare un immigrato a rifiutare o reinterpretare la cultura del Paese d’origine. Ma se un uomo o una donna ritiene che la limitazione dei suoi diritti, la mortificazione dei suoi desideri e anche la discriminazione a cui è sottoposto dalla legge discendano direttamente dalla parola di Allah, ovvero se quest’uomo o questa donna ritiene di non potere rinunciare alla propria fede, allora a poco vale indignarsi o appellarsi all’universalità dei diritti umani. Il nostro interlocutore ha una diversa visione dell’universalità dei diritti: l’origine di essi non è nella ragione umana, ma nella volontà divina. Di ciò bisogna tenere conto quando affrontiamo i problemi pratici posti dalle politiche dell’inclusione, che spesso devono fare i conti con la rivendicazione dell’identità collettiva. Si pensi ai limiti di età stabiliti nell’Occidente europeo per contrarre matrimonio. Si tratta di limiti incomprensibili per una buona parte della popolazione mondiale. Essi sono forse validi dove l’età fertile si manifesta più tardi e, soprattutto, le aspettative di vita sono estremamente superiori a quelle di altri Paesi. Una popolazione nata con aspettative di vita brevi considera come una violenza i limiti alla propria espressione posti dalla cultura dei Paesi sviluppati. Spesso, insomma, un approccio poco pragmatico a questi problemi finisce con l’interferire con la stessa interiorizzazione dei valori, che non può essere governata dallo Stato. Nè si può incidere sulla personalità del “diverso” magari minacciandone l’esclusione. Questo ragionamento sulla libertà, che non può mai essere imposta, vale soprattutto con riferimento alle discriminazioni di genere che vengono liberamente accettate. È sbagliato calare in un ambiente islamico le nostre analisi, intrise di cultura occidentale. Dobbiamo piuttosto chiederci se, con riferimento a istituti che sono radicati nella cultura islamica, vi sia spazio per riforme che sappiano riscattare la condizione femminile. Negli ultimi 50 anni, diversi Paesi islamici hanno approvato importanti riforme sociali, procedendo a una lettura del Corano in un certo senso alternativa a quella consegnata dalla tradizione. E proprio il diritto di famiglia ha costituito il terreno privilegiato dell’innovazione legislativa. Riformatori tunisini hanno ritenuto impossibile la poligamia per ragioni economiche, tenuto conto dell’eguale trattamento che il Corano impone a favore di tutte le mogli e considerate le spese che il mantenimento di una famiglia comporta. Hanno quindi ritenuto la previsione del Corano superata in una società non più patriarcale, giungendo così, nel 1957, alla Law of Personal Status e aprendo un varco nell’interpretazione del Corano. Il compromesso tra la tradizionale legge islamica e la nuova legge civile non ha dato luogo a gravi conflitti sociali. Anche il Marocco ha seguito l’esempio della Tunisia. Riforme meno radicali, ma significative, del diritto di famiglia sono state approvate in Pakistan (Muslim Family Law Ordinance del 1961) e in Egitto, uno dei pochi Paesi islamici che ha ratificato la convenzione sulla eliminazione di ogni discriminazione contro le donne (1979). Non tutte queste riforme contengono espresse deroghe alla sharia, però esse hanno garantito i diritti delle donne sul piano patrimoniale o, come nel caso del Pakistan, hanno introdotto forme di tutela giudiziale dei loro diritti; comunque, scrivere in una legge che il ripudio non è più atto unilaterale del marito, che di per sè produce effetti giuridici, ha costituito un atto di sfida verso i conservatori. Tutto ciò è avvenuto in anni nei quali l’Occidente appariva più sereno nel giudicare l’Islam e non impegnato a esportare in quei Paesi la democrazia. È un fatto che su 43 Paesi islamici ve ne sono 21 in cui nessuna riforma è stata tentata; negli anni passati, però, cambiamenti significativi dal punto di vista qui considerato si sono realizzati nei territori dell’Islam, mentre oggi siamo di fronte a una reislamizzazione di tutti, o quasi, i Paesi islamici, anche di quelli che si erano aperti alla modernità. Non c’è dubbio che ciò sia avvenuto in coincidenza di un’offensiva occidentale, soprattutto degli Stati Uniti, contro il mondo islamico, che ha mobilitato l’intera nazione islamica contro l’Occidente. L’opinione pubblica occidentale e anche quella americana paiono sempre più consapevoli degli errori compiuti e il presidente americano è ormai attaccato anche dal Congresso. Soprattutto l’Europa deve, però, tendere a costruire legami politici e culturali che si sono irresponsabilmente recisi con quel mondo. Si tratta di dare voce e rappresentatività sul piano internazionale a quanti si battono in questi Paesi per ristabilire un dialogo con l’Occidente e isolare l’estremismo religioso. Il ruolo delle donne a tal fine può essere veramente importante. Le loro iniziative, le loro denunce, le loro proposte, vanno sostenute con forza e la famiglia costituisce il terreno più utile affinchè si diffonda nelle società islamiche una vera cultura dei diritti. Queste femministe, tuttavia, non vogliono rinunciare all’Islam e non accettano il secolarismo. Allora, da parte nostra non bisogna porle nell’alternativa di accettare la secolarizzazione o rifiutare i diritti, ma bisogna dialogare con esse sulla possibile riforma dell’Islam. Un atteggiamento preconcetto e ostile verso l’Islam pregiudica le riforme e impedisce il dialogo. Non dimentichiamo che anche altre religioni, compresi il cristianesimo e l’ebraismo, consentivano in origine forme di vera e propria mutilazione della libertà femminile, basti considerare la possibilità di sposarsi giovanissimi o con i consanguinei. Anche la legge islamica si può evolvere, può essere riformata attraverso il metodo del ragionamento, l’originaria e più corretta espressione della parola Jihad. La famiglia islamica che risiede in Occidente può costituire un formidabile laboratorio per “impiantare” culture tipiche dello Stato di diritto in quella parte di Islam che ha scelto di vivere tra di noi. Battersi perchè ciò avvenga significa lavorare a una strategia della persuasione che gradualmente inserisca l’islamico nella cultura del Paese ospitante. Non si tratta solo di sanzionare efficacemente l’obbligo di proteggere i soggetti più deboli, cioè le donne e i bambini, dal rischio di violenze e intimidazioni, ma di garantire eguale libertà tra i componenti della famiglia e di fare accettare i comportamenti dei membri più propensi all’integrazione a coloro che sono più legati ai valori della tradizione. Si tratta, grazie anche all’accesso al lavoro, di attenuare il peso talvolta eccessivo di una famiglia come quella islamica, che tende a organizzarsi come “società resistente” rispetto alla società ospitante. Favorire l’iniziativa personale che affranca da un controllo asfissiante della famiglia, custode della tradizione islamica, significa però garantire agli immigrati, in primo luogo a quelli più giovani, i diritti di cittadinanza, a cominciare dal lavoro e dalla casa. Significa non farli vivere in ambienti degradati, condannandoli sin dal loro arrivo a una condizione di marginalità sociale, ma mostrare il volto accogliente della nostra società, il volto che nel XX secolo è riuscito a darsi lo Stato sociale: è questa l’immagine dello stato ospitante che può facilitare l’integrazione. Dietro le rivendicazioni identitarie, non c’è solo una memoria delle origini spesso tardivamente scoperta, ma in molti casi la reazione di chi vede non realizzate le aspettative di vita per le quali aveva scelto di venire a vivere qui tra di noi. Chi si sente escluso non può che manifestare a sua volta rifiuto verso tutto ciò che lo esclude, contrapponendo agli “altri” un’appartenenza della quale magari pensava di potersi liberare. Questa offerta delle nostre libertà, tesa a promuovere l’integrazione, non può essere condizionata da alcuna forma di reciprocità. Accettare un’affermazione di identità (a condizione che si riconoscano i principi essenziali del nostro Stato di diritto) non significa subire la prepotenza del “diverso”. Riconoscere la libertà religiosa, accettare gli stili di vita che questa comporta anche se “l’altro” nel suo Paese d’origine non riconosce ai nostri concittadini tutto ciò, non significa accettare un’asimmetria che offende il senso della giustizia, e che rischia di minacciare la coesione sociale del Paese ospitante. Quando parliamo di libertà religiosa, parliamo di un diritto fondamentale, che non può essere sottomesso alla condizione della reciprocità. Affermare la superiorità della democrazia rispetto alla teocrazia significa proprio questo: riconoscere agli individui come tali, e non come membri di una comunità straniera, oggettivamente coinvolti nei comportamenti di quella comunità, i diritti di cittadinanza, tutti i diritti. Ha ragione chi afferma che «vi è una palese contraddizione nel ritenere il paradigma eurocentrico della modernità democratica degno di essere universale ed esportato (anche con le armi) e poi operare in casa propria negandone, contro singoli stranieri, i tratti fondamentali di apertura, inclusività e pluralismo» (Rimoli). Il vero laico è colui che riconosce a tutti le proprie libertà, anche a chi le nega combattendo la laicità, e magari in modo violento. Per un costituzionalismo patrimonio comune dei popoli mediterranei La tradizione costituzionale europea può quindi diventare patrimonio comune nell’area mediterranea. Occorre, però, che vi sia uno sforzo reciproco per favorire la condivisione di valori comuni nei Paesi delle due sponde. Certo, in ambito islamico non vengono accettati gli standard tipici di tolleranza che sono propri del mondo occidentale. Ma questa non è una buona ragione per promuovere in Occidente sentimenti di islamofobia. Non ha senso affermare che tutti gli arabi sono potenziali terroristi. Se, all’interno dei popoli che stanno al Nord del Mediterraneo, si contraggono vere e proprie fobie dell’Islam, cioè un sentimento che va al di là dell’intolleranza religiosa per acquisire le forme di un vero e proprio razzismo, risulta poi irrealistico proporre tavoli e occasioni di dialogo. L’islamofobia non può essere tollerata o compresa; essa va condannata, come viene condannato l’antisemitismo. E alla base dell’islamofobia vi sono sentimenti e prassi sociali che ci portano a ritenere l’altro come nemico totale, considerando le caratteristiche della sua società come immutabili. In questa ottica, «cultura e religione si prestano a divenire una sorta di categoria ontologica sostitutiva della razza» (come osserva Massari, nel suo bel libro sull’islamofobia). Le donne occidentali, in questo campo, sono chiamate a farsi promotrici di una nuova civiltà della tolleranza, di cui possono davvero essere l’avamposto. Le donne che hanno considerato la diversità come ricchezza negli anni passati della lotta, che hanno saputo valorizzare la specificità di ogni cultura devono ricordarsi in ogni momento che il rispetto delle specificità culturali deve sapere prevalere anche sull’indignazione per i diritti umani violati. È questa la via maestra affinchè si possa realizzare una società delle molte culture che sappia però sempre riconoscere il primato delle nostre leggi.
Questione islamica e questione femminile
di Salvo Andò / Rettore della Libera Università Kore di Enna
Nello stesso numero
-
Alla ricerca del nuovo leader
di Redazione
-
Una campagna lunga e avvincente
di Massimo Gaggi
-
Le politiche sociali in discussione
di Giovanni Castellaneta
-
La vera parità tra Chiesa e Stato
di Stanley W. Carlson-Thies
-
Il patrimonio cattolico degli Stati Uniti
di Timothy Matovina
-
Mai scommettere contro gli Stati Uniti
di Michael Novak
-
Un piano per la prosperità nazionale
di Bruce J. Katz
-
Il governo che meritiamo
di C. Eugene Steuerle
-
Nuova governance e attività pubblica
di Lester M. Salamon
-
La politica di difesa missilistica degli Usa
di Ellen O. Tauscher
-
Confusione politica e mediatica
di Michael Shevack e Vincent Sebastian Taschetti
-
Dalle primarie alle elezioni
di Redazione di Washington
-
I candidati sotto la lente
di Marco Bardazzi
-
Nuovo rigore alla leadership americana
di Barack Obama
-
Una nuova generazione di sfide globali
di Mitt Romney
-
Il dodecalogo di Rudy
di Rudolph Giuliani
-
Affrontiamo le sfide
di Fred Thompson
-
Riprendiamo il nostro posto nel mondo
di Hillary Clinton
-
Combattere alla radice la povertà
di John Edwards
-
Ristabilire la nostra autorità morale
di Bill Richardson
-
Multilateralismo fondato sui nostri valori
di John McCain
-
Dialogo e consapevolezza culturale
di Salvatore Abbruzzese
-
Trasferimento del rischio, liquidità e il ruolo degli hedge funds
di Myron S. Scholes