Immigrazione Si calcola che negli Stati Uniti ci siano ormai circa 12 milioni di immigrati clandestini: sono una risorsa o un danno per il Paese? La nostra economia trae vantaggio dagli immigrati, ma la nostra gestione dell’immigrazione deve essere profondamente rivista. La nostra sicurezza è minacciata da confini fuori controllo, il nostro sistema economico viene danneggiato da un’economia sommersa che sfrutta una massa di lavoratori non protetti e 12 milioni di persone che vivono nelle zone d’ombra della nostra società, soggetti ad abusi e nella continua paura dell’espulsione, costituiscono una violazione dei nostri valori. Il primo passo è il blocco del traffico di clandestini, rafforzando la polizia di frontiera e investendo nella tecnologia per il controllo dei nostri confini. Inoltre, dobbiamo colpire chi impiega lavoratori irregolari. Non è, però, realistico pensare di espellere 12 milioni di persone e dobbiamo offrire loro l’opportunità di diventare cittadini americani, facendo pagare una multa per essere entrati illegalmente e insegnando loro l’inglese. Il presidente Bush e un gruppo di senatori di entrambi i partiti hanno proposto una significativa riforma in materia. Qual è la sua opinione al riguardo? Sono un sostenitore di una legge complessiva sull’immigrazione che dia sicurezza ai nostri confini e crei la possibilità di ottenere la cittadinanza per i clandestini che già vivono nel nostro Paese, ma mi oppongo a programmi per lavoratori ospiti che non prevedano un percorso reale per l’ottenimento della cittadinanza. L’America è una terra di uguali, non di cittadini di prima classe e lavoratori di serie B: se vieni a lavorare negli Usa devi avere la possibilità di diventare un suo cittadino con tutti i diritti e le responsabilità connesse. Pensa che sia importante per gli Usa attrarre un maggior numero di immigrati con alti livelli di educazione e professionalità? E cosa occorrerebbe per farlo? Gli immigrati possono dare un importante contributo alla nostra economia, ma occorre che si faccia di più per formare gli americani per le attività ad alto reddito. Dobbiamo estendere la scuola d’infanzia per i bambini di tre/quattro anni, dobbiamo investire sui nostri insegnanti, la parte più importante di ogni scuola, e dobbiamo investire per rendere il college più accessibile a tutti. Economia A partire dal 2000, la classe media americana sta soffrendo per la difficoltà che il suo reddito ha a tenere il passo con l’inflazione. Contemporaneamente, chi godeva di redditi elevati ha aumentato il proprio grado di prosperità. Cosa farebbe per aiutare chi è rimasto preso nella morsa del continuo aumento del costo della vita? Oggi, le famiglie americane lavorano sempre più duramente, ma i guadagni vanno a qualcun altro. L’1% degli americani possiede il 19% del reddito, più del doppio di una generazione fa, e nel contempo sono aumentati i costi delle necessità di base, come assistenza sanitaria ed educazione. Il primo passo per aiutare le famiglie in difficoltà è la copertura sanitaria universale e ho proposto un piano per garantire un’accessibile assistenza di qualità a ogni americano nel mio primo mandato da presidente, basato su un programma di assicurazione pubblica tipo Medicare. In secondo luogo, dobbiamo reinserire i nostri valori nella legislazione fiscale a vantaggio di chi ha un basso reddito e della classe media: dobbiamo tagliare le tasse per le famiglie dei lavoratori, semplificare le procedure e capovolgere la guerra alla classe media lavoratrice, assicurando che le famiglie ad alto reddito paghino quanto è giusto. Per molte famiglie risparmiare per la pensione è diventato un sogno e possedere la casa un gioco d’azzardo, mentre dovrebbe essere la base della sicurezza economica. Su dieci lavoratori, tre non riescono a risparmiare neppure un centesimo, e a livello nazionale 2,4 milioni di sottoscrittori di mutui subprime (senza garanzia) hanno già perso la loro casa o potrebbero perderla nei prossimi anni. È mia intenzione offrire nei prossimi cinque anni milioni di nuovi voucher per la casa, per aiutare le famiglie meno abbienti. Inoltre, darò luogo a un’iniziativa nazionale, chiamata “college per tutti”, per pagare l’iscrizione al college e i libri per un anno a più di due milioni di studenti, in cambio di un lavoro part-time nei college. Infine, in accordo con la mia idea di Società del lavoro, aumenterò da subito il salario minimo ad almeno 7,50 dollari all’ora e taglierò le tasse per i lavoratori a basso reddito. Sosterrò anche leggi sul lavoro che diano ai lavoratori una possibilità reale di formare un sindacato, se lo vogliono. La richiesta che siano i datori di lavoro ad assumersi l’onere dell’assicurazione sanitaria per i lavoratori è la strada per raggiungere la copertura assicurativa universale? In che altro modo si potrebbe ridurre la massa dei 47 milioni di americani senza assicurazione? Sì, le aziende hanno una responsabilità nel mantenimento della salute dei loro dipendenti e sono orgoglioso di aver presentato un piano per l’assistenza sanitaria universale entro il 2012, fondato su una responsabilità condivisa: le aziende dovranno contribuire al pagamento dell’assicurazione per i propri dipendenti e lo Stato dovrà rendere l’assicurazione più conveniente attraverso nuovi crediti d’imposta e favorendo un’assistenza più efficiente sul versante dei costi. Con il mio piano, tutti avranno un’assicurazione sanitaria: le famiglie oggi non assicurate lo potranno fare a prezzi accessibili e quelle che già lo sono pagheranno di meno, ottenendo più sicurezza e possibilità di scelta, mentre le aziende e i datori di lavoro potranno assicurare i loro dipendenti a condizioni migliori. Data la situazione deficitaria dell’assistenza sociale e sanitaria, i buchi nel bilancio federale e il basso tasso di risparmio, qualcuno prospetta una crisi nelle finanze dello Stato. Si possono risolvere questi problemi e trovare soldi per l’assistenza sanitaria, le infrastrutture e la difesa senza alzare le tasse? No. Il nostro Paese ha davanti a sé gravi sfide e deve fare notevoli investimenti per affrontarle: occorre fornire assistenza sanitaria a tutti, fermare il riscaldamento globale e costruire una nuova economia dell’energia, investire nell’educazione. Bisogna essere onesti circa i costi di questi interventi che, come presidente, effettuerò mantenendo l’obiettivo di ridurre il deficit, annullando i benefici fiscali dati da Bush alle famiglie con reddito annuo superiore ai 200.000 dollari, combattendo l’elusione e tagliando gli sprechi. I problemi a lungo termine del nostro bilancio sono determinati dall’esplosione della spesa sanitaria, che affronterò con una riforma per abbattere i costi. Sicurezza nazionale Quali sono le tre principali iniziative che assumerebbe come presidente per proteggere gli americani da attacchi terroristici? Se l’intelligence è un punto cruciale, in quale grado la unificherebbe e con quali precauzioni? Come comandante in capo delle Forze armate, farò tutto ciò che è in mio potere per infiltrare le cellule terroristiche, fermarle prima che colpiscano e assicurarle alla giustizia. Ogni nuova strategia deve partire da un miglioramento nella raccolta delle informazioni. Nello stesso tempo, dobbiamo evitare azioni che possano dare ai terroristi, e tanto meno ad altri Paesi, la scusa per abbandonare la legge internazionale. Da presidente cercherò subito di eliminare tutti quei fatti che oscurano l’immagine dell’America nel mondo, chiudendo Guantanamo Bay, ristabilendo l’habeas corpus e mettendo al bando la tortura. In secondo luogo, terrò periodiche riunioni con i comandanti militari, perché negli ultimi anni si è creata una grave crisi nei rapporti tra civili e militari. Ristabilirò anche un principio fondamentale della gestione della sicurezza nazionale, che è stato annullato dall’amministrazione Bush: i militari hanno la responsabilità primaria in campo tattico e nelle operazioni, mentre l’autorità ultima sulle questioni strategiche e le decisioni politiche è dei leader civili. Infine, vi è il problema degli stati deboli e in difficoltà, che facilitano la nascita di focolai terroristici e creano instabilità nella loro regione, minacciando la sicurezza nostra e dei nostri alleati. A questo proposito, voglio creare un Marshall Corps (corpo di polizia) costituito da 10.000 professionisti sul modello del sistema della riserva, destinato a missioni di stabilizzazione e umanitarie. Quanti soldati dovrebbero dispiegare gli Usa in Iraq? Quale dovrebbe essere la loro missione? Quanto a lungo dovrebbero restarci? Quali le conseguenze di un ritiro delle truppe americane? Non vi è soluzione militare per l’Iraq, ma solo politica e tutte le fazioni in Iraq devono assumersi la responsabilità per il futuro del loro Paese; questo potrà accadere solo quando si renderanno conto che le truppe americane si stanno realmente ritirando. La mia proposta è di ritirare immediatamente da 40.000 a 50.000 soldati e riportare a casa il resto in circa un anno. Dobbiamo intensificare gli sforzi per formare le forze di sicurezza irachene. Dobbiamo aumentare l’impegno diplomatico coinvolgendo tutti i Paesi della regione, inclusi Siria e Iran, per giungere a una soluzione politica che ponga fine alla violenza settaria in Iraq, anche attraverso una conferenza di pace. Ritengo anche che, una volta fuori dell’Iraq, gli Stati Uniti debbano mantenere in zona forze sufficienti per prevenire genocidi, impedire la diffusione di guerre civili nella regione e il costituirsi di zone franche per Al Qaeda. Penso anche che sia necessaria un’offensiva diplomatica per impegnare il resto del mondo nel futuro dell’Iraq, a partire dal Medio Oriente e dai nostri alleati in Europa. Secondo molti, l’immagine all’estero degli Stati Uniti è stata fortemente danneggiata dalla presidenza Bush. Lei è d’accordo? E come risolleverebbe la reputazione nazionale a livello mondiale? Sì. La leadership dell’America nel mondo è derivata dalla sua forza morale, oltre che dalla sua ineguagliata forza economica e militare. Possiamo essere orgogliosi della nostra lunga storia di uso della nostra forza per difendere la libertà degli altri, ma negli ultimi anni la nostra immagine nel mondo è stata gravemente offuscata. L’America può ancora essere rispettata da tutto il mondo e il primo passo è ritirarci dall’Iraq e lasciare che gli iracheni si assumano la responsabilità della ricostruzione del loro Paese. Possiamo riprendere la nostra leadership morale mettendoci alla guida della lotta contro la povertà, che non è solo un enorme problema etico, ma ha a che fare con la sicurezza, poiché alimenta l’instabilità e il terrorismo. Dobbiamo in primo luogo lanciare una forte campagna in favore dell’educazione primaria nei Paesi in via di sviluppo e, come presidente, mi impegnerò per il raggiungimento degli obiettivi per il 2015 dei Millenium Development Goals. In secondo luogo, mi impegnerò a sostegno della prevenzione sanitaria nei Paesi più poveri, dove le donne hanno una probabilità del 10% di morire per parto e dove ogni anno più di dieci milioni di bambini muoiono per malattie, molte delle quali possono essere evitate con acqua potabile o con cure di base. La mia intenzione è di aumentare di sei volte gli investimenti americani in questo settore. Per combattere la radice della povertà, dobbiamo aumentare le opportunità politiche ed economiche. La democrazia permette ai cittadini poveri di avere leggi più progressiste, di combattere l’oppressione e di ottenere maggiore stabilità economica. Infine, un problema che è qui, davanti a noi: il riscaldamento globale. È tempo di chiedere agli americani di essere patriottici per qualcosa di diverso dalla guerra. Occorrono investimenti in energie rinnovabili, in veicoli più efficienti e un tetto a livello nazionale per le emissioni di anidride carbonica. I cambiamenti del clima sono un problema internazionale e gli Stati Uniti non possono risolverlo da soli, ma con il tetto possiamo riacquistare credibilità e guidare il mondo verso un nuovo ed efficace trattato sul clima. Sfidando le Nazioni Unite e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Iran si sta avviando verso la disponibilità di armi nucleari. Lei aprirebbe colloqui diretti con il governo iraniano e quale sarebbe la sua strategia se l’Iran arrivasse sul punto di avere un armamento atomico? L’Iran è un problema molto serio per la sua chiara volontà di sviluppare armi nucleari e la sua lunga storia di sostegno al terrorismo, e dobbiamo fare di tutto per impedire che riesca in questo intento. Il popolo iraniano è vittima di un regime dispotico: Ahmadinejad fu eletto con una piattaforma di riforme di governo ed economiche, ma ha fallito il compito ed è diventato impopolare e dobbiamo isolarlo per dare più spazio ai moderati e a chi vuole una crescita economica dell’Iran. È incoraggiante che nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Russia, Cina e Unione Europea abbiano votato con gli Usa contro il programma nucleare dell’Iran e dobbiamo fare di tutto per tenere unita in tal senso la comunità internazionale. Non si possono mai legare le mani di un presidente degli Stati Uniti o scartare opzioni a priori, ma invece di focalizzarci sull’azione militare dovremmo concentrarci sulle tante azioni che non sono state ancora prese in considerazione. Abbiamo bisogno che i nostri alleati europei ci aiutino a premere sull’Iran con una politica “della carota e del bastone”, dove la carota è la fornitura, sotto controllo, di combustibile nucleare per uso civile e un piano di aiuti economici. Ma se rifiuta di cooperare, dovremo decidere sanzioni economiche ancor più gravi, lavorando con i Paesi europei che già hanno relazioni economiche con l’Iran.
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