Quadrimestrale di cultura civile

La politica di difesa missilistica degli Usa

di Ellen O. Tauscher / Parlamentare democratica, è presidente della Sottocommissione sulle forze strategiche della Commissione forze armate della Camera, ed è vicepresidente della Nato Parliamentary Assembly

La necessità di un approccio multilaterale Ogni passo che gli Stati Uniti compiono con i loro alleati dovrebbe partire dal principio che la sicurezza di tutti gli stati nella comunità euro-atlantica è indivisibile. Questo dovrebbe valere per la politica di difesa missilistica degli Usa, cosi come vale per gli accordi sulla sicurezza reciproca nell’Alleanza atlantica. L’obiettivo fondamentale della difesa missilistica è proteggere il territorio americano e gli alleati europei dalle minacce di missili balistici. I benefici dell’estendere lo scudo all’Europa sono resi evidenti dalle minacce avanzate dall’Iran e dalla Corea del Nord. Tuttavia, l’amministrazione Bush ha promosso in modo del tutto inadatto il programma di difesa missilistica, coinvolgendo alcuni alleati su vari aspetti della cooperazione per la difesa antimissile, ma senza un chiaro obiettivo strategico. Non ha mai spiegato in che modo la cooperazione internazionale nella difesa missilistica promuoverà la sicurezza globale, né come sistemi con livelli assai diversi di sviluppo tecnologico potranno contribuire a un sistema così complesso. Per esempio, l’amministrazione Bush ha tenuto in disparte l’organizzazione più antica ed efficace per la nostra sicurezza collettiva, la Nato, a favore di limitati negoziati bilaterali diretti a estendere la protezione missilistica a parti dell’Europa. L’amministrazione Bush ha proposto di costruire in Polonia un terzo sito per un intercettore a medio raggio basato a terra, per contrastare la minaccia iraniana che la Defense Intelligence Agency prevede possa diventare reale entro il 2015. In aggiunta, un radar a medio raggio verrebbe aggiornato e trasferito alla Repubblica Ceca, integrando la serie di sensori già schierati negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Groenlandia. Leader europei, come il segretario generale della Nato Jaap De Hoop Scheffer, il Cancelliere tedesco Angela Merkel e il coordinatore per la politica estera e la sicurezza dell’UE Javier Solana, hanno espresso preoccupazioni per questo approccio bilaterale gestito al di fuori della Nato. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato con chiarezza, in varie dichiarazioni nel corso degli ultimi mesi, la sua decisa opposizione alla proposta dell’amministrazione Bush così com’è formulata attualmente. E recenti sondaggi in Polonia e Repubblica Ceca indicano una maggioranza dell’opinione pubblica contraria alla proposta degli Usa di piazzare installazioni per la difesa missilistica nei loro Paesi. Quattro motivi di preoccupazione Ci sono quattro significativi motivi di preoccupazione per l’attuale proposta dell’amministrazione Bush. In primo luogo, l’amministrazione si sta muovendo su basi bilaterali, fuori da un più vasto raggio d’azione della Nato. É vero che l’amministrazione ha chiesto di recente alla Nato le sue valutazioni sul piano, ma non c’è alcuna indicazione per considerare questo sforzo qualcosa di più di un multilateralismo di facciata per coprire quello che rimane un approccio bilaterale. Il secondo motivo di preoccupazione è il fatto che lo scudo proposto non coprirebbe tutta l’Europa, ma lascerebbe quella meridionale - Grecia, Turchia, Bulgaria e Romania - vulnerabile alle minacce di missili a corta e media gittata. Terzo, non sono stati presi in esame altri sistemi più mobili. Non è chiaro perché ci dovrebbe essere una corsa a costruire un sito fisso con la capacità limitata di dieci intercettori che comporterebbe significativi costi di infrastrutture. La stessa amministrazione Bush propone sistemi mobili per le parti meridionali dell’Europa che non sarebbero protette dai dieci intercettori fissi in Europa centrale. Quarto, l’amministrazione Bush sta proponendo il dispiegamento di un nuovo sistema di cui è ancora da dimostrare la capacità di difendere l’Europa - per non parlare degli Stati Uniti - contro un attacco nemico che avvenga in condizioni operative realistiche. Il sistema con base a terra non è stato ancora completamente messo alla prova, dato che la Missile Defense Agency ha effettuato un solo test di successo del sistema, precisamente nel settembre 2006. Sia il Government Accountability Office (il braccio investigativo del Congresso Usa), sia l’ufficio del Pentagono per le sperimentazioni e le valutazioni hanno raccomandato test aggiuntivi per convalidarne l’efficacia. La reazione russa e i conseguenti sforzi dell’amministrazione per farvi fronte illustrano ulteriormente le carenze dell’approccio attuale. Solo di recente c’è stato un contatto con la Russia ai più alti livelli, e l’iniziativa ha avuto luogo solo dopo che l’atteggiamento da parte dell’amministrazione Bush ha condotto i rapporti a un passo dalla crisi. Per due volte, il presidente Putin ha suggerito soluzioni di compromesso, una volta al G8 a giugno e di nuovo nel suo incontro con il presidente negli Stati Uniti a luglio, ma né l’una, né l’altra sono state prese seriamente in considerazione dall’amministrazione. Il compito della prossima amministrazione Quale sarà quindi l’impatto delle elezioni presidenziali 2008 sulla politica di difesa missilistica degli Stati Uniti? A prescindere da chi sarà eletto, che sia un democratico o un repubblicano, è improbabile un cambiamento nella premessa fondamentale che la protezione degli Stati Uniti e la credibilità dell’ultima linea di difesa dell’America contro un attacco missilistico rappresentino un’alta priorità. Il Congresso controllato dai democratici ha messo a disposizione, nella legge di bilancio della difesa di quest’anno, finanziamenti significativi per la difesa missilistica e ha posto un’enfasi anche maggiore che in passato sull’utilizzo di tecnologia di difesa antimissile. Qualsiasi nuova amministrazione si muoverà in direzione di un approccio più multilaterale nei confronti della politica estera in generale e della difesa missilistica in particolare. I principali candidati dei democratici hanno definito il multilateralismo e il ripristino dei rapporti e le alleanze dell’America come le loro maggiori priorità di politica estera e di sicurezza nazionale. I candidati, con l’eccezione del senatore repubblicano John McCain, non hanno ancora presentato il loro approccio alla difesa missilistica; tuttavia, nessuno di loro pensa che possa essere messo un veto alle decisioni americane sulla sicurezza. I principali candidati democratici ritengono sia nell’interesse degli Stati Uniti ottenere l’appoggio della Nato per la proposta sulla difesa missilistica, per ragioni sia politiche che operative. La prossima amministrazione deve mandare un chiaro messaggio politico, una volta per tutte, che dica che i giorni della “Vecchia Europa” e della “Nuova Europa” sono passati per sempre. Una futura amministrazione repubblicana potrebbe continuare a insistere sulla speciosa posizione dell’attuale amministrazione, secondo la quale lavorare in una cornice Nato forzerebbe gli Stati Uniti a cedere l’autorità di comando e di controllo su un sistema di difesa missilistico americano. Un’amministrazione democratica potrebbe, invece, basarsi sulla storia di successo dei meccanismi di comando e controllo asimmetrici all’interno della Nato. Per esempio, le armi nucleari americane dispiegate in Europa si trovano là all’interno di un vasto ambito Nato, ma il comando e il controllo sono esercitati dagli Stati Uniti. I principali candidati democratici, inoltre, sostengono con forza la necessità di sottoporre a rigidi test i sistemi di difesa missilistica. Una politica seria di difesa missilistica dovrebbe assicurare l’efficacia operativa del sistema prima che esso sia messo in campo. Il punto fondamentale è che abbiamo bisogno di un approccio migliore e più globale, che collochi la difesa missilistica all’interno di una cornice forte e duratura della Nato e offra a tutti i nostri alleati europei un livello uguale di protezione, attraverso un sistema che funzioni davvero. Viste le posizioni in pratica di tutti i principali contendenti, si può concludere che l’esito delle elezioni presidenziali 2008 porterà al raggiungimento di molti, se non tutti, questi obiettivi.